Nicolo Gebbia

Zio Adolfo in arte Fuhrer

Quando ero piccolo in Somalia c’era un detto: A sud di capo Guardafui (dove finisce il Mar Rosso e comincia l’Oceano Indiano) ogni italiano scopre i suoi quattro quarti di nobiltà. Ed infatti fra gli ufficiali colleghi di mio padre del reggimento Piemonte Cavalleria era tutto un proliferare di stemmi nobiliari pieni di palle, che i maligni dicevano essere in numero inversamente proporzionale alla loro genuinità. Un suo collega d’accademia, palermitano come lui, se beveva un po’ troppo era solito rievocare l’agonia del padre, che si concludeva con il maggiordomo affacciato al balcone del palazzo avito, in piazza Ballaro’, che dava la ferale notizia al popolino :”Il signor barone è morto!” Infatti lo chiamavano tutti il barone di Ballaro’. Suo figlio, mio collega anziano, è rimasto famoso nella storia dell’Arma come il più basso ed il più longevo comandante dei corazzieri.Per raggiungere il fatidico metro e ottanta necessario, aveva mobilitato il calzolaio di Romolo dalla Chiesa, ed indossava, come lui, stivali con tre centimetri di rialzo interno. Si tratta dello stesso artigiano che fornisce da sempre le calzature di Silvio Berlusconi, per intenderci. Quando fu promosso generale di brigata, pur di non lasciare il comando del reggimento, convinse Cossiga a tentare la strada dell’autonomia dei corazzieri dall’Arma, e non essendoci riuscito, eccepì che il colonnello suo successore non aveva quattro quarti di nobiltà. L’Arma fu infine costretta a mobilitare il nostro genealogista più serio, Alessandro Gentili , che esaminando gli alberi genealogici dei due, partorì un salomonico verdetto: effettivamente il colonnello era un quisque de populo, ma anche il blasone del barone di Ballaro’ era frutto solo della fantasis di suo padre! Analogamente mi ricordo che quando la Guardia di Finanza cominciò ad interessarsi di criminalità organizzata, con il tipico entusiasmo dei neofiti, nei suoi rapporti giudiziari era solita trovare collegamenti familiari far mafiosi e camorristi che le risultavano essere tutti lontani cugini. Finché Giovanni Falcone fece leggere loro il saggio di uno statistico americano in cui si dimostrava che, con soli cinque passaggi, chiunque al mondo può essere messo in relazione con chiunque altro. Conseguentemente ogni italiano è cugino di Antonio, Griffo, Focas, Flavio,  Angelo, Ducas, Comneno, Porfirogenito, Gaglardi De Curtis, principe di Bisanzio, in arte Totò. Ma , altrettanto conseguentemente ogni tedesco è cugino di Adolf Hitler, in arte detto Fuhrer. Bisognerebbe spiegarlo ai redattori di Der Spiegel, che accusano ogni italiano di essere un accattone che vive di sovvenzioni europee, senza avere nemmeno la buona educazione dei mendicanti, che almeno , quando fai loro la carità, ringraziano.Se il nuovo presidente del consiglio volesse proporre una norma europea che, come a Bruxelles ci si interessa persino alle dimensioni minime delle vongole, prevedesse nei documenti d’identità il grado di parentela con il connazionale più rappresentativo della storia patria, sulla carta d’identità degli italiani (secondo Der Spiegel )bisognerebbe scrivere’cugino di X grado di Totò ‘. In quella dei tedeschi, a mio modesto parere, bisognerebbe scrivere ‘ nipote di X grado del Fuhrer’.

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