Nicolo Gebbia

Zaia e la Dark Lady

Vi ho raccontato di recente di quello strano reparto interforze che Bruno Siclari aveva voluto sul tetto del Palazzo di Giustizia di Milano, con una sopraelevazione in moduli prefabbricati la cui realizzazione gli anonimi attribuivano ad un costruttore suo parente.
Il Centro Anti Sequestri fu offerto subito a noi carabinieri che, con l’ottusità che ci è propria, declinammo quell’invito.
Anche la Polizia di Stato, seconda opzione di Siclari dopo il nostro rifiuto, passò la mano. Restava solo la Guardia di Finanza, alla quale non parve vero, ed infatti destino’ a quel Centro un intero Gruppo, costituito appositamente, con un tenente colonnello comandante, due capitani e settanta fra marescialli, brigadieri e finanzieri semplici.
Siclari li riempì di computer, predispose che per entrarvi bisognasse avere un badge magnetizzato da fare scorrere dentro il binario della porta d’ingresso corazzata, e pretese anche che ogni appartenente a quel Centro fosse dotato di Nulla Osta di Segretezza.
Fu allora che noi e la polizia ci rendemmo conto di aver perso il treno, e tentammo di salirvi a bordo mentre era già in corsa.
Io ebbi così un doppio incarico, ed anche un doppio ufficio.Al piano terra ne avevo uno in cui, per farmi inghiottire il boccone che dovevo condividerlo col maresciallo Gianfaldone, venne rimarcato che la mia scrivania era stata a suo tempo quella di Dalla Chiesa, quando lui e l’allora capitano Cucchetti, un grande investigatore di origine marsalese, non andando d’accordo con la lobby di potere di via Marcona (Divisione Pastrengo) e di via Moscova (Comando Legione), erano stati esiliati alla Sezione di Polizia Giudiziaria presso il Palazzo di Giustizia.
Per inciso anche quando andai a comandare il Reparto Operativo di Palermo molti amni dopo, mi fecero digerire quell’orribile ufficio, esaltando la scrivania che “era stata quella di Carlo Alberto Dalla Chiesa”.
Allora (a Palermo) mi sembrò che fosse un segno del destino questo accanimento, visto che io ero l’unico dentro l’Arma a disistimare umanamente il grande eroe-martire.Ma a Milano ancora non avevo maturato tutti quegli elementi che mi hanno portato a tale disistima: ne avevo solo alcuni. In ogni caso, quando ero stufo delle chiacchiere di Gianfaldone, peraltro preziose, prendevo il mio badge magnetico e salivo all’ultimo piano, dove l’ufficio non dovevo condividerlo con nessuno, e c’era anche un bel terrazzo, corredato di sedia a sdraio, sulla quale mi fu raccontato che il mio predecessore
di alcuni anni prima, tenente colonnello Renzo Bucci, prendeva il sole in costume adamitico , mentre trascorreva oziosamente i mesi che ancora gli mancavano per andare in pensione.
Entrai in rapporti di cordialità’ con i colleghi della Guardia di Finanza, ed imparai ad apprezzare ancora di più
la potenza dei loro mezzi.
Essi, tuttavia, a quell’epoca, si dimostravano ancora come degli apprendisti stregoni nell’arte della polizia giudiziaria, con l’assurda presunzione che essa sia una scienza esatta.
Vi ho già raccontato che Giovanni Falcone, leggendo dei loro arditi accostamenti fra mafiosi ed intrallazzisti varii, li aveva una volta convocati nel suo ufficio, leggendo loro selezionati brani di quel saggio statunitense in cui si dimostrava che qualsiasi essere umano può essere messo in relazione con qualsiasi altro del pianeta, mediante solo cinque passaggi, e li aveva invitato a volare basso. In ogni caso feci amicizia con il tenente colonnello che comandava il Gruppo neocostituito, per cui, quando me lo ritrovai come invitato dal Prefetto ad un Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica di Treviso, ci abbracciammo e ci baciammo con sincerità.Lui era diventato già colonnello, e dirigeva il Nucleo Regionale di Polizia Tributaria del Veneto.
Cosa lo portava a Treviso?
Era quella l’epoca in cui i leghisti agitavano lo spettro della secessione.
Nel trevigiano, in un’area a sud di Conegliano, essi erano particolarmente pericolosi ed addirittura, in occasione della Festa della Repubblica, quando su un ponte del Piave viene tradizionalmente issata la bandiera tricolore, nottetempo la avevano sostituita con il Leone di San Marco. Devo ad una di quelle mie intuizioni per le quali credo nel Padreterno il ritardo con cui ottemperai all’ordine perentorio del Prefetto che la voleva ammainata prima dell’alba, in modo da non costituire ghiotta notizia per la stampa.Io invece attesi l’arrivo degli artificieri, i quali, dopo averla resa inoffensiva, mi mostrarono la trappola esplosiva che avrebbe fatto saltare almeno le mani al carabiniere della stazione di San Polo di Piave tanto ansioso di ammainare lo stendardo della Serenissima.
Il mio amico finanziere era latore di una missiva indirizzata al Prefetto, classificata “riservato”, nella quale gli si chiedeva l’autorizzazione ad informare il Procuratore della Repubblica del fatto che, secondo una fonte confidenziale di comprovata attendibilità, in provincia sarebbe saltato un traliccio dell’alta tensione, ad opera dei secessionisti, nell’arco delle successive settimane.
Fu allora che io presi la parola, chiedendo l’identità della fonte confidenziale.
Il mio amico mi guardò come se lo avessi pugnalato alle spalle, proprio da me non se l’aspettava, ed oppose un netto rifiuto, trincerandosi dietro quell’articolo del codice che consente all’ufficiale di Polizia Giudiziaria di sottacere il nome di una fonte confidenziale. Io chiesi allora al Prefetto di fare portare una copia del codice, e lessi quella postilla nella quale si precisa che la tutela dell’anonimato cade quando ci si trova davanti a reati contro la personalità dello Stato, come sono tutti gli attentatati terroristici.
L’avevo avuta vinta, ma ammetto che volli strafare perché soggiunsi che lui, malgrado colonnello, era solo un agente di pubblica sicurezza , e non un ufficiale, e che quindi poca dimestichezza aveva con la materia, diversamente da me e dal Questore, il quale sogghignò compiaciuto.
Conclusi dicendo che se non fossimo usciti da quella riunione di comitato con nome e cognome della fonte, sarei stato costretto ad informare l’Autorità Nazionale per la Sicurezza della opportunità di sottoporre a revisione la concessione del NOS al colonnello.
Egli, con le spalle al muro, ci fece nome e cognome di una donna di mezza età del coneglianese, separata dal marito.
Il Prefetto davanti a noi dettò al suo Vicario la risposta a quella missiva, in cui si diceva che nessun nullaosta gli competeva, ed invitava il firmatario della richiesta ad informare tempestivamente il Procuratore della Repubblica di Treviso, “senza ulteriori indugi”.Il mio ex amico uscì da quella riunione senza neanche stringermi la mano, dichiarando che sarebbe andato direttamente al Palazzo di Giustizia, accompagnato dal Comandante Provinciale della Guardia di Finanza, il quale durante la riunione aveva sempre mantenuto un diplomatico silenzio.
Chiamai sollecitamente il maresciallo Carraro, responsabile della Sezione Polizia Giudiziaria Carabinieri, grande investigatore, e gli suggerii di farsi assegnare le indagini, facendo rimarcare al Procuratore la scarsa affidabilità fino a quel momento dimostrata dai finanzieri. A suo tempo
Io avevo prudentemente aderito al desiderio del Procuratore della Repubblica Gianfranco Candiani, succeduto a Giancarlo Stiz, andato in pensione, che volle un appuntato qualificato come suo segretario personale.Prima di designarlo, facendogli pesare quel privilegio di oziosita’ che gli regalavo, mi ero fatto promettere che la sua prima lealtà era per la mia persona, e così seppi da lui che Candiani aveva affidato le indagini proprio al maresciallo Carraro, che convocai nel mio ufficio per l’indomani.
Quando arrivò mi trovò intento a leggere la prima pagina del quotidiano “La Tribuna di Treviso”, in cui si dava notizia dello sventato attentato ai tralicci dell’alta tensione da parte dei secessionisti, grazie ad una “Dark Lady” che ne aveva dato notizia alla Guardia di Finanza.Ero indignato e chiesi a Carraro come fosse arrivata quella inquietante primizia ad una delle due testate che si contendevano la piazza, mentre “Il Gazzettino” la aveva bucata.Lui mi rispose che non era certo attribuibile a lui, ed allora telefonai al segretario di Candiani, chiedendogli se il giorno prima avesse ricevuto qualche giornalista.Seppi così che Cristina Genesin poteva essere la fonte, in quanto era l’unica che aveva fatto capolino nell’ufficio del Procuratore.
Con tutte queste premesse non ebbi difficoltà a farmi mostrare da Carraro il memoriale della Dark Lady, depositato dal mio collega finanziere nelle mani di Candiani.Mi ricordo ancora i passi più suggestivi in cui la donna raccontava, senza mai parlare di affiliazioni massoniche, di un campo paramilitare ubicato in Transilvania frequentato da Luca Zaia e dai suoi compagnucci di merende secessionisti, dove essi erano stati addestrati all’uso delle armi corte e del fucile mitragliatore, imparando anche a lanciarsi col paracadute.
La donna sosteneva inoltre che tutte queste notizie erano ben conosciute da un maresciallo dei carabinieri della compagnia di Conegliano, di cui faceva nome e cognome, il quale, anni prima, aveva anche indagato sull’annegamento, a Colfosco, di un impiegato comunale caduto in un canale di irrigazione.
Secondo lei era stato ucciso da un carabiniere la cui moglie era sua amante, e l’investigatore, per spirito di corpo, ne aveva sottaciuto la responsabilità.Fu ciò che mi fece capire trattarsi di una mitomane, perché quel maresciallo io lo stimavo integerrimo, sardo fino al midollo nell’anima, nel senso migliore che in quell’isola si può condensare nell’aggettivo “balenti”.
Questo non lo dissi a Carraro, anzi gli raccomandai di indagare anche su quell’annegamento, non tralasciando personalità ed eventuali precedenti della Dark Lady, utili a pesarne l’attendibilità.E nemmeno gli raccontai quello che mi era stato riferito tempo prima circa la affiliazione massonica di Zaia proprio in Transilvania.Volevo che investigasse, con scienza e coscienza, senza pregiudizio alcuno.
A lui bastarono pochi giorni per scoprire che la fonte dei finanzieri era una millantatrice cronica, già condannata per calunnia e che l’impiegato annegato, come aveva appurato l’autopsia, era in realtà morto soffocato da una caldarrosta.
Ma nel frattempo l’investigatore di punta del Gazzettino, Antonello Calia, era riuscito a conoscere l’identità della Dark Lady, e la sparò sulla prima pagina del suo giornale, per ricambiare con gli interessi il buco subito qualche giorno prima dalla Tribuna.
Fu allora che ebbi modo di apprezzare la perfidia di Candiani, il quale sentì come testimoni sia Cristina Genesin che la sua collega Fiammetta Cupellaro, dopo che Calia si era rifiutato di rivelargli la sua fonte.
Entrambe dichiararono che, se le indagini erano state affidate ai carabinieri, non potevo che essere io la talpa, visto che ero l’unico ad intrattenere rapporti con la stampa, avendo proibito ai miei sottoposti di farlo.Fui raggiunto da un’informazione di garanzia per rivelazione di segreto d’ufficio, la prima della mia vita, e mesi dopo il Procuratore propose al Giudice per le Indagini Preliminari l’archiviazione della mia posizione, perché, malgrado i convergenti indizi, la pubblica accusa non avrebbe avuto nessuna chance di ottenere la mia condanna.Vi prego di osservare la raffinatezza del disegno di Candiani, che mi fu confermata dall’appuntato suo segretario, lo stesso a cui era stata affidata l’informazione di garanzia per la notifica: certo che il Giudice per le Indagini Preliminari avrebbe convenuto sulla archiviazione, il Procuratore si riservava subito dopo di propormi alla Procura Generale di Venezia, competente a ciò, perché mi venisse comminata la censura, una sorta di punizione disciplinare che raramente viene adottata nei riguardi degli ufficiali di Polizia Giudiziaria, e che è subito dopo seguita dalla ben più pesante punizione da parte della propria catena gerarchica.Ma io gli scombinai il gioco, perché brigai affinché il Giudice per le Indagini Preliminari mi rinviasse a giudizio, chiedendo poi il rito abbreviato.Non potrò mai scordare la cattiveria della Genesin, quando fu chiamata a testimoniare in aula, me presente. Io stesso resi dichiarazioni spontanee in cui affermai la mia assoluta estraneità all’accusa, chiamando anche in causa il mio onore di gentiluomo.Candiani, che aveva delegato ad un sostituto le funzioni di Pubblico Ministero, ma era presente in aula, disse allora all’orecchio del suo interlocutore che ero spergiuro e che aveva assistito alla dimostrazione di quanto poco valesse la parola d’onore di un ufficiale.L’ho saputo solo dopo molti anni, perché altrimenti lo avrei pubblicamente schiaffeggiato.
Già una volta in precedenza lo avevo sfidato a duello per iscritto, suggerendogli di farsi rappresentare, vista la differenza di età, dal suo sostituto De Lorenzi, mio coetaneo e che notoriamente mi aveva in antipatia. Calia, chiamato a testimoniare, rifiutò di rivelare la sua fonte, invocando il segreto professionale. La corte si riunì per ore in camera di consiglio, e ne uscì con una ordinanza che legittimava il giornalista ad invocare il segreto professionale, provvedimento che ha fatto giurisprudenza in tutte le scuole di giornalismo. La mia assoluzione rese famosa l’avvocato Katia Salvalaggio, che avevo scelto come difensore d’ufficio, e da allora la annovero fra gli amici migliori, vieppiu’ da quando mi ha confidato che ha divorato i miei gialli.E la Dark Lady? Cadde in depressione e fu curata da uno psichiatra della guardia di finanza, che la tenne nascosta per alcuni mesi in un rifugio sicuro a sue spese, per timore che Zaia ed i secessionisti la eliminassero. Quando, anni dopo ho ottenuto copia di tutto il fascicolo processuale, ho scoperto che la perfidia di Candiani era stata innescata da una richiesta scritta di un generale a due stelle della GdF, in cui si faceva espressamente il mio nome come unico possibile responsabile di quella fuga di notizie. Vatti a fidare degli amici !

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