Nicolo Gebbia

Una voce fuori dal coro

Vi ricordate Antonino Meli, quell’anziano magistrato che nel 1988 il CSM preferì a Giovanni Falcone come Procuratore della Repubblica di Palermo per sostituire Antonino Caponnetto, quando quest’ultimo si stancò e si fece ritrasferire a Firenze, donde era arrivato nel 1984? Io Meli l’ho conosciuto bene e ve ne voglio parlare prima di arrivare ad un tema di scottante attualità, quale la polemica innescata dalle dichiarazioni del Procuratore Generale di Catanzaro, Lupacchini, circa la retata attuata dal Procuratore Gratteri per mano della nostra Gestapo, cioè il ROS dei Carabinieri.
Faccio un inciso: ogni volta che chiamo il ROS con il nome che avrebbe in Germania, Gesta-Polizei (Gestapo), cioè polizia speciale, mi è stato detto che il numero di chi mi detesta e disprezza, dentro e fuori l’Arma, sale esponenzialmente. Mi difendo allora citando Giovanni Falcone.
La DIA è una sua creatura, ideata quando Claudio Martelli ne eseguiva acriticamente le direttive.
Nel progetto di Falcone era previsto che, una volta che essa fosse giunta a maturità, il ROS dei Carabinieri, il GICO della Guardia di Finanza e lo SCO della Polizia di Stato sarebbero stati sciolti. Ciò non è accaduto ed io me ne dolgo molto. Non potrò mai dimenticare la descrizione che il ROS avallò della lussuosa villa, con scalinata digradante sul mare, del presunto corrotto Carmelo Canale, “arredata con preziosi mobili antichi”. Non so quale pentito aveva dichiarato ciò, ma il ROS, mentendo spudoratamente, affermò che corrispondeva al vero.
Nella realtà si tratta della casetta del guardiano di una piccola impresa fallita, ubicata alla periferia nord di Marsala, lungo la SS 188 che porta a Salemi.
L’unico mobile antico glielo regalai io quando fui trasferito a Milano nel 1986.
Era un trumeau siciliano, di legno nero con dei piccoli specchi interni alle due vetrinette laterali, che aveva ancora inciso a fuoco il timbro di un negozio di corso Vittorio Emanuele, a Palermo, ed era sormontato da una lastra di marmo grigio.
La tradizione della mia famiglia vuole che quando il mio bisnonno Antonino si sposò in casa a Mezzojuso, nella seconda metà dell’Ottocento, il sacerdote allestì l’altare proprio su quel trumeau.
Vi chiederete il perché di quel regalo, ma io sapevo che a Canale ed a sua moglie il mobile piaceva molto, mentre personalmente ho sempre detestato l’800 siciliano.
Dovevo a Canale le più belle indagini della mia carriera, e non ho mai pensato di essermi sdebitato con quel regalo.
Nel piccolo terreno di pertinenza della casetta del guardiano, qualcuno aveva scavato una fossa quadrata, di sei metri di lato, per ricavarne dei mattoni di tufo.
Lui mi disse: “Ci farò una piscinetta”. Ed io gli risposi: “Se la riempie di galline ed a fianco del cifofono scrive DA CARMELO, SI VENDONO POLLI ED UOVA , aggiungerà un cospicuo cespite allo stipendio suo ed a quello di sua moglie. Altrimenti diventerà IL MARESCIALLO CON LA PISCINA”. Parole profetiche. Tutti i guai di Canale nascono da quella piscinetta e sono stati ingigantiti dal ROS, parimenti coinvolto in negativo nel suicidio del cognato di Canale, quel maresciallo Antonino Lombardo che aveva sposato sua sorella. Mio padre e Meli, coetanei, divennero amici quando quest’ultimo era Presidente della Corte d’Appello di Caltanissetta, dove mio padre fu trasferito per tre anni a dirigere il Consiglio di Leva, ed entrambi prendevano il treno da Palermo la mattina, tornandovi ogni sera con lo stesso mezzo.
Il giudice aveva parecchie figlie femmine, una più bella dell’altra, tutte molto studiose, ed un solo figlio maschio, Giovanni, che preferiva allevare i cavalli piuttosto che studiare. Quando dovette affrontare gli esami di maturità, Meli disse a mio padre: “Senza una pesante raccomandazione non passerà mai, ma io sono un magistrato e per me sarebbe immorale”. Fu promosso e vi lascio immaginare a chi toccò la pesante raccomandazione! Negli anni successivi, tra l’altro, il ragazzo ebbe la sventura di innamorarsi perdutamente della figlia di un presunto mafioso di Collesano, che sposò, e per gli Spallino ed i Palazzolo dell’epoca fu un invito a nozze. Oggi è sindaco e spero non se ne abbia a male.
Meli era un galantuomo all’antica, aveva alle spalle anche la guerra combattuta da ufficiale di complemento e la prigionia in Germania. Coltivava una filosofia che condivido, quella cioè che ad ogni magistrato fosse assegnato un carico di fascicoli processuali equilibratamente composto da indagini di qualità ed altre di ordinaria amministrazione.
Ed è proprio questa la colpa che gli ascriveva Falcone, cioè di essere stato distratto dalle indagini che lui prediligeva, per seguire anche gli assegni a vuoto e gli abusi edilizi.
Circa la scelta del CSM, la differenza di anzianità fra i due era enorme ed il criterio che informava le scelte dell’epoca era militaresco: per un incarico da generale bisognava nominare proprio un generale, possibilmente anche in gamba.
Un giovane tenente colonnello, che per i primi dieci anni della sua carriera a Trapani non era mai andato al di là dell’ordinaria amministrazione, non poteva pretendere un incarico da generale, solo perché negli ultimi sei anni, a Palermo, aveva mostrato eccezionali capacità.
Quando io leggo Wikipedia, a proposito dei più noti magistrati antimafia, mi accorgo che non si racconta la realtà, ma una rappresentazione romanzata di essa vergognosamente piena di falsità, esagerazioni e stronzate varie.
La prima moglie di Falcone, Rita Bonnici, era una gran bella donna palermitana, che a Trapani amava organizzare feste cui partecipava tutta la buona borghesia, ignara delle sue modeste origini sociali, riscattate dalla professione del marito, relegato comunque al ruolo di principe consorte. Un bel giorno scappò di casa, in fuga romantica con il Procuratore della Repubblica Genna, di 25 anni più vecchio. Dopo due mesi di idillio in un un albergo romano i due tornarono a Trapani e misero su casa insieme.
È stata un’ unione felice, benedetta anche dalla nascita di un bambino, fratellastro dell’attuale presidente del tribunale di Trapani, Andrea Genna. Ma in quel 1978 vi lascio immaginare l’imbarazzo di Falcone nel dipendere dall’uomo che gli aveva portato via la moglie.
Chiese ed ottenne di essere trasferito all’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, e, per dimenticare il dramma vissuto, si immerse nel lavoro, inventando solo allora il “sistema Falcone”.
Nei tanti anni passati alla Procura di Trapani era venuto alla ribalta delle cronache una sola volta perché, mentre conduceva degli interrogatori all’interno del supercarcere di Favignana, era stato sequestrato dai detenuti in rivolta, e liberato solo dopo 48 ore.
Io non ho idea se il dottore Gratteri abbia avuto un privato altrettanto traumatico, anzi non mi consta.
Sono particolarmente colpito dall’accento che l’indagine da lui condotta in questi giorni ha posto sull’intimo legame con la massoneria.
Io, massonofobo illiberale, come sono stato definito, non posso che plaudire, però devo ammettere che le riserve del Procuratore Generale sono state espresse in termini di grande ragionevolezza, e visto che trovo sconcertante che egli abbia appreso di tutti quegli arresti solo dai giornali e dell’indagine conosca solo quanto riportato dalla stampa, mi sono domandato anche come Gratteri possa essere scivolato in una caduta di stile come quella che gli ha fatto affermare di essere deluso per lo scarso spazio riservato alla sua indagine dai “giornaloni”.
Il mio amico Giulietto Chiesa argomenterebbe, senza andare troppo lontano dal vero, che i “giornaloni” sono di proprietà di famiglie intimamente legate all’alta massoneria, quella delle Ur-logge.
Resta il fatto che Falcone e Borsellino un’esternazione come quella di Gratteri l’avrebbero di certo evitata.
Altri tempi, altro stile, ed i social hanno rivoluzionato tutto.
Capisco quindi che la mia critica è profondamente datata e legata all’età anagrafica che ho, però vi prego di approfondire questa considerazione finale: un sistema giudiziario che vede la pubblica accusa ammettere apertamente di confidare sulla claque dell’opinione pubblica giustizialista è ormai giunto alla patologia.
In Francia un magistrato che concedesse interviste circa indagini in corso da lui condotte verrebbe immediatamente espulso dall’ordine giudiziario. Invito quindi tutti ad un attimo di riflessione, perché la giustizia da stadio è profondamente invereconda.

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