Nicolo Gebbia

Vidor 25 aprile 1999

Vidor è un bel paese dell’alto trevigiano con poco più di 3500 abitanti.
La stazione dei carabinieri non c’è, e competente su di esso è quella di Valdobbiadene.Pur avendo vestigia romane risalenti al quarto secolo, diventò importante nel medioevo come porto fluviale sul Piave.
Durante la Prima Guerra Mondiale fu occupata dagli austroungarici dopo che noi, nella ritirata successiva alla disfatta di Caporetto, attraversammo il fiume proprio sul ponte di Vidor.
Sembra che Erwin Rommel, che guidava la strafenexpedition, si sia fermato proprio a Vidor per brindare con un bicchiere di prosecco al successo dei suoi militari prussiani, ai quali si deve ( oltre che alla vigliaccheria di Badoglio) l’esito positivo, al di là di ogni più lusinghiera aspettativa, di quella che avrebbe dovuto essere solo una punzecchiatura.Mio nonno Nicolò, che dirigeva l’ospedale da campo di Crocetta del Montello, aveva una fidanzata di Vidor, ed i soliti scrittori di lettere anonime ne informarono sia mia nonna a Mezzojuso, che il marito della donna, rimasto bloccato in paese, mentre sua moglie faceva l’infermiera di giorno a fianco del nonno, e di notte addirittura sopra di lui. Io tutte queste cose le sapevo quando fui trasferito a Treviso, e riportai da quelle parti la sciabola che già c’era stata ottant’anni prima.Ma le avevo tenute per me.
All’alba del 25 aprile 1999 il comandante della stazione di Valdobbiadene mi telefonò per farmi sapere che i secessionisti di Zaia avevano compiuto una delle loro mascalzonate: un bidone metallico grande come quelli che servono per trasportare il petrolio greggio era stato collocato al centro del più importante nodo stradale che attraversa l’abitato di Vidor. Dentro di esso era stato posto un pennone metallico alto più di quattro metri, in cima al quale svettava uno stendardo di San Marco gigantesco.
Fra l’altro era la versione con la spada sguainata , usata quando la Serenissima si trovava in stato di guerra.Il bidone era stato poi riempito di cemento a presa rapida diventando di fatto inamovibile per la sua pesantezza.Fu allora che ebbi una pensata geniale (me lo dico da solo, ma è proprio così!), e ne chiesi complicità al prefetto Renato Pisani.
Gli dissi che mi sarei recato sul posto con la mia Leica, portandomi dietro un giornalista fidato, al quale avrei concesso un’intervista,dimostrandomi entusiasta di quella iniziativa municipale volta a festeggiare la ricorrenza di San Marco, che del Veneto è patrono, come Santa Rosalia lo è di Palermo.Lui non era d’accordo, e pretendeva che il vessillo fosse tolto prima che la notizia divenisse di dominio pubblico.Gli feci osservare che non c’era nessuno dei miei uomini capace di prendere al lazo lo stendardo, e che il pennone poteva nascondere una trappola esplosiva come era accaduto per il precedente 2 giugno sul ponte più a valle (ve l’ho appena raccontato nel mio articolo “Zaia e la Dark Lady”).Pisani era molto risoluto nei confronti dei secessionisti di Zaia, all’epoca Presidente della Provincia di Treviso. Aveva dato ordine al Questore, a me ed al Comandante Provinciale della Guardia di Finanza che dovevamo disertare ogni cerimonia in cui egli fosse presente.Però, di fronte alla concreta possibilità di peggiorare le cose, si arrese alla necessità di fare intervenire gli artificieri. Ebbi così il tempo di arrivare in paese, farmi fotografare mentre fotografavo il pennone, e raccontare nel bar che si trovava di fronte, davanti ad un calice di prosecco, le avventure di mio nonno e dell’infermiera che ho detto, chiedendo ai presenti se avessero mai visto qualcuno fra i loro compaesani che mi assomigliava.
Loro sono un po’ tardi, e dubito che abbiano colto l’allusione, ma essa non sfuggì al mio amico giornalista, e speravo di leggerla sul suo quotidiano il giorno dopo. Non fu così, però la più grande soddisfazione la ebbi quando finalmente arrivò il sindaco che ardeva di falsa indignazione. Gli risposi che il Prefetto ed io ritenevamo invece l’iniziativa particolarmente lodevole, utile a rinsaldare i legami fra gli eredi della Serenissima ed il resto degli italiani in occasione della ricorrenza di San Marco.Poi gli triturai i coglioni raccontandogli per filo e per segno quello che mettiamo in scena noi palermitani per la Festa di Santa Rosalia.Lui cercò di tagliare corto chiedendomi cosa si dovesse fare, visto anche che l’asta di quello stendardo era stata tutta spennellata con la sugna.Io, che avevo rimandato indietro gli artificieri perché mi ero reso conto di quanto superfluo fosse loro intervento, gli risposi che, al suo posto, avrei lasciato tutto come era, magari dipingendo il bidone con delle strisce trasversali rosse e bianche, per sottolinearne la funzione spartitraffico.
Conclusi affermando che si trattava di un problema municipale, per la cui risoluzione il Prefetto non intendeva turbare l’autonomia decisionale della Giunta.Lo lasciai con una grande stretta di mano, e so che nelle settimane successive dovette spendere un sacco di soldi per far rimuovere il bidone, il cui smaltimento costò ancora di più, perché si trattava di un rifiuto speciale altamente inquinante.
Ricordo ancora che Pisani, un paio di settimane dopo, durante una riunione del Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica, mi lodo’ sperticatamente, affermando che avevo fatto inghiottire un boccone particolarmente indigesto al Barbiere.
Era quello il soprannome con cui chiamava confidenzialmente Zaia, per quei ricciolini che porta dietro la nuca, che lo facevano assomigliare tanto al barbiere del suo paese.
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