Nicolo Gebbia

La verità su Joe Petrosino

Scrivo a futura memoria, perché resti traccia di quello che il mio omonimo nonno, uomo dalle palle gigantesche che non volle mai iscriversi al partito fascista, raccontava di aver appreso da Vito Cascioferro durante la lunga detenzione nella stessa cella dell’Ucciardone.
Un altro mistero che mio nonno spiegava in termini inequivocabili lo riporto qui, perché nelle sedi competenti catanesi, alle quali a suo tempo lo riferii, stranamente è stato lasciato cadere, a partire dal grande giornalista antimafia Luciano Mirone, famoso per avere scritto con la lingua una agiografia del generale Dalla Chiesa.
Sto parlando della morte di Nino Martoglio che secondo la verità ufficiale è da attribuire alla sua caduta accidentale, nel 1921, dentro la tromba di un ascensore dell’Ospedale Civico di Catania, appena costruito e non ancora ultimato.
Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale mio nonno, che aveva prestato servizio militare di leva come ufficiale medico fra il 1899 ed il 1900, si fece richiamare e, con il grado di capitano, andò a dirigere l’ospedale da campo di Crocetta Trevigiana (oggi Crocetta del Montello).
Lo vedete nella foto di copertina proprio lì, con alcuni suoi colleghi (è il più alto con i baffi).
A casa però lasciò un problema irrisolto.
Era rimasto vedovo della prima moglie, morta di influenza, dalla quale aveva avuto un figlio maschio ed una femmina.
Si innamorò di una bellissima rossa naturale con le lentiggini, mia nonna Eleonora Lo Monte, che però aveva una sorella maggiore sensibilmente meno bella.
Il padre delle due era nato molto ricco, ma, rimasto orfano da bambino, aveva avuto depredato tutto il suo patrimonio dal tutore.
I pochi soldi rimastigli li spese per mantenere agli studi l’unico figlio maschio, Masino, geometra quasi ingegnere, buono come il pane, oggi si direbbe fesso, che ebbe la fortuna di sposare una donna molto ricca di Palazzo Adriano, e per questo nota a Mezzojuso come Rosa del Palazzo.
Eloisa Princiotta, bellissima sosia di mia nonna, ha ereditato da lei mobili antichi bellissimi ed è incazzata con me per averla proposta come Regina di Navarra alla fine sedotta da Salvatore Battaglia, Mastro di Campo. E che venga un accidente a Salvatore se non è vero! Eloisa mi ha anche precisato che la sua comparsata giovanile in costume accadde a Geraci, e non a Mezzojuso come ricordavo io.
Tornando al nonno Coco’ , comunque, pur di sposare mia nonna Eleonora, regalò al futuro suocero i danari necessari per costituire una dote per la primogenita, alla quale fornì anche, chiavi in mano, un altro medico che la sposasse, il dottore Santi Di Marco.
Commise un solo errore, ma allora non lo poteva proprio sapere, e cioè che suo cognato sarebbe diventato un fascistone della prima ora, addirittura sansepolcrista, rimanendo tale fino alla morte, tant’è che in vecchiaia Almirante gli consegnò una medaglia d’oro dove c’era inciso ” cinquant’anni per un’idea “.
Diversamente da Eloisa, sempre mite e remissiva, mia nonna Eleonora, la sua sosia, aveva un caratteraccio, e quando il nonno partì per la guerra, con il figliastro Giovanni (classe 1910) arrivò presto ai ferri corti perché il bambino era indocile di natura e per nulla incline a subire i severi metodi educativi della matrigna.
A comprovarlo sono le lettere che la nonna scriveva a suo marito: gli allegava le missive anonime nelle quali lui veniva accusato di avere relazioni con tutte le donne di Treviso e, nel concedergli generosamente un perdono preventivo perché “un guerriero ha diritto alle distrazioni che la sorte gli offre”, lamentava però il suo fallimento nell’educazione del figliastro Giovanni, il quale scappava dalla zia Rosa del Palazzo che scriveva a mio nonno di “non restare insensibile al grido di dolore di questo povero bambino”.
Accadde allora, ed era il 1916, che mio nonno fu prescelto dal Ministero della Guerra perché il suo ospedale da campo risultava essere quello che vantava la più alta percentuale di recupero dei combattenti, rapidamente curati e rimandati in prima linea.
Lo mandarono, con un trasferimento fittizio, che lui concordo’ durasse quanto un anno scolastico, all’Ospedale Militare di Catania.
Lungo la via per raggiungere la città etnea si fermò a Mezzojuso, prelevo’ suo figlio Giovanni e lo iscrisse alla prima elementare nel plesso scolastico che si trovava di fianco all’Ospedale Militare di Cibali.
Il suo incarico molto riservato era quello di spiare le mosse degli altri medici, perché a Roma avevano constatato che, una volta ricoverati a Catania, i soldati non venivano mai dimessi.
Fu allora che il nonno fece amicizia con Nino Martoglio, che non era stato certo un interventista della prima ora, ma che odiava i corrotti quanto lui.
E fu proprio Martoglio che gli fece i nomi dei tre medici che gestivano il commercio delle degenze, fornendogli anche il tariffario.
Quando finalmente mio zio Giovanni fu promosso in seconda elementare, mio nonno consegnò una relazione conclusiva a seguito della quale il Ministero della Guerra trasferì al fronte, insieme con lui (che tornò a Crocetta del Montello), tutti gli altri medici del nosocomio.
Quando seppe della singolare morte di Martoglio, mio nonno disse a tavola, e lo zio Giovanni, undicenne, lo ricordava perfettamente, che uno dei tre medici denunziati da Martoglio faceva servizio proprio all’Ospedale Civico, e nessuno gli toglieva dalla testa che fosse stato lui a spingerlo nella tromba dell’ascensore.
Sono passati quasi tre anni da quando ne ho parlato con i catanesi che dichiaravano di voler riaprire questo cold case.
Il loro compito non è poi così difficile, avrebbero dovuto cominciare confrontando la pianta organica dell’Ospedale Militare di Cibali, nel 1916, con quella dell’Ospedale Civico Vittorio Emanuele nel 1921.
Per farlo, però, ci vuole determinazione, e Luciano Mirone ha solo una gran lingua. Io ho conosciuto suo padre, era il mio comandante provinciale quando catturai Mariano Agate, e non ne conservo un buon ricordo, come avrà constatato almeno il più assiduo fra i miei lettori. Che generasse un fulmine di guerra non era proprio nel suo DNA !
Ma veniamo a Petrosino.
Mio nonno raccontava che il mandante del suo omicidio, don Vito Cascioferro,era profondamente diverso da come uno avrebbe potuto immaginarsi un capomafia.
I due litigavano spesso per motivi politici, perché mio nonno, seppure antifascista, era un uomo di destra profondamente legato agli interessi dei ricchi latifondisti.
Lui descriveva Cascioferro come un pericoloso sovversivo che condivideva le opinioni politiche degli anarco-sindacalisti di fine ‘800.
Si vantava di aver organizzato il sequestro di persona della baronessina Inglese, per punire il padre ed il nonno, che avevano costituito il loro latifondo appropriandosi di terreni demaniali.
Questo mi induce a pensare che Salvatore Battaglia non le dovrebbe mai perdere di vista quelle tre sorelle, perché potrebbe esserci qualcuno che coltiva il progetto di sequestrarne una e chiedere il riscatto alle altre due.
Lontano da me l’idea di un incoraggiamento, ma, se il progetto fosse già avviato, suggerisco di evitare il sequestro della più grande.
Con i suoi bei capelli biondi e quelle splendide gambe c’è il rischio che seduca i sequestratori, come è successo più volte in Sardegna ai miei tempi.
Tornando a don Vito, mio nonno raccontava che un’altra delle sue vanterie era quella di avere allestito una stamperia di dollari falsi, perché affermava che rubare al ricco Tesoro degli Stati Uniti era azione meritoria.
Di Petrosino diceva tutto il peggio possibile, affermando che aveva messo su una vera e propria squadra della morte, con la quale torturava gli arrestati, che spesso morivano nelle camere di sicurezza del Comando di Polizia di New York.
Due cose, in particolare, non gli perdonava, e cioè di avere picchiato gratuitamente la vedova dell’anarchico Bresci, il regicida di Monza, e di avere avuto un ruolo ambiguo nel convincere l’anarchico che uccise il presidente Mc Kinley a commettere quell’omicidio, di comune accordo con il vice-presidente Teodoro Roosevelt, al solo scopo di fare diventare Presidente quest’ultimo, come accadde.
Il legame fra Roosevelt e Petrosino risaliva a quando il primo si era fatto nominare Governatore di New York,
ottenendo i voti degli italo-americani, e facendoli poi perseguitare da Petrosino con i metodi brutali che ho detto.
Circa l’uomo che materialmente sparò al detective napoletano (lo chiamava dispregiativamente proprio così: “Il napoletano”), lui, che si era precostituito previdentemente un alibi facendosi ospitare da un famoso uomo politico, lo indicava in Vanni Sacco da Camporeale, al quale aveva ordinato che Petrosino avesse il tempo, prima di morire, di sentirgli dire: “E ora va cuntaccillo a Teddy!” .
Sapeva che Sacco si era portato dietro un complice, ma per discrezione non gli aveva mai chiesto chi fosse.
C’era poi una cosa particolarmente significativa che disse più volte a mio nonno: “Io non morirò in galera, devo solo curare di farmi trasferire in un carcere sul mare ed aspettare che negli Stati Uniti ci sia una amministrazione democratica. Allora arriverà una corazzata che cannoneggera’ le mura del carcere ed i marines verranno a liberarmi”.
So che vi sembra di sentire Milva che canta Jenny dei Pirati (tutta vele e cannoni) dall’Opera da Tre Soldi di Brecht, ma il ricordo del nonno in questo era inequivocabile, ed essendo morto nel ’58, sosteneva di non credere alla versione ufficiale di Cascioferro morto di fame nel carcere di Procida bombardato durante la guerra.
La storiografia più moderna timidamente comincia a dargli ragione, a partire dalla constatazione che il suo cadavere non è mai stato ritrovato.
Giova precisare, a proposito delle tendenze socialisteggianti constatate dal nonno, che i pasti dei due erano rigorosamente cucinati fuori dalle mura dell’Ucciardone.
Un giorno preparava mia nonna Eleonora, che si era trasferita nella palazzina di Piazza Perez fatta costruire dal marito, ed il giorno dopo toccava alla signora Cascioferro, il cui marito, però, quotidianamente provvedeva, di sua tasca, ad arricchire il vitto di tutti i detenuti del carcere. La cameriera di mia nonna portava in carrozzella solo i cibi confezionati per i due, quella della signora Cascioferro si fermava a matricola per versare il denaro occorrente per migliorare le condizioni di vita di tutti.
Io, personalmente, di Vanni Sacco ho conosciuto il figlio Lillo, che era stato compagno di classe di mio padre al liceo Vittorio Emanuele.
Papà imparò a guidare al volante della Lancia Ardea di Lillo, regalatagli dal padre per il Natale del 1938, quando frequentavano la terza liceo. Neanche il principino di Gangi possedeva l’automobile in tutto il liceo, per non parlare dei professori.
Ricordo Lillo come un uomo molto distinto, sempre vestito con una eleganza tale da rivaleggiare con quella di mio zio Peppuccio, il Lord Brummel del Tribunale di Palermo.
Mio padre sosteneva che fosse troppo fesso per fare il mafioso e che, per questo motivo, era stato sempre tenuto lontano dalla conduzione della cosca di Camporeale, per la quale era stato scelto un fratello più scafato.
In ogni caso furono uccisi entrambi nella guerra di mafia dei primi anni 80, l’uno ufficialmente a pistolettate nell’ 83 davanti a tutti, l’altro (il compagno di scuola di mio padre) scomparve di lupara bianca insieme con un amico che aveva avuto la ventura di incontrarlo quella mattina dell’82.
Vanni, invece, era morto di vecchiaia a novant’anni, nel suo letto, come il padre delle tre sorelle, inteso da Liggio Diavolo Bianco perché nato il 6/6/26.
Consegno questa memoria familiare a chi vorrà valutarne l’attendibilità.

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