Nicolo Gebbia

Il verbale settanta

PRIMA COMMISSIONE REFERENTE

Sᴇᴅᴜᴛᴀ ᴅᴇʟ 6 sᴇᴛᴛᴇᴍʙʀᴇ 1983 – ᴏʀᴇ 16,30

VERBALE N. 70

L’ᴀɴɴᴏ ᴍɪʟʟᴇɴᴏᴠᴇᴄᴇɴᴛᴏᴛᴛᴀɴᴛᴀᴛʀᴇ ɪʟ ɢɪᴏʀɴᴏ 6 ᴅᴇʟ ᴍᴇsᴇ ᴅɪ sᴇᴛᴛᴇᴍʙʀᴇ ᴀʟʟᴇ ᴏʀᴇ 16,30 ɴᴇʟʟᴀ sᴇᴅᴇ ᴅᴇʟ Cᴏɴsɪɢʟɪᴏ Sᴜᴘᴇʀɪᴏʀᴇ ᴅᴇʟʟᴀ Mᴀɢɪsᴛʀᴀᴛᴜʀᴀ, ɪɴ Rᴏᴍᴀ, sɪ ᴇ̀ ʀɪᴜɴɪᴛᴀ ʟᴀ Pʀɪᴍᴀ Cᴏᴍᴍɪssɪᴏɴᴇ Rᴇғᴇʀᴇɴᴛᴇ.

Sᴏɴᴏ ᴘʀᴇsᴇɴᴛɪ:

Dᴏᴛᴛ. Gɪᴏᴠᴀɴɴɪ VERUCCI – Pʀᴇsɪᴅᴇɴᴛᴇ
Aᴠᴠ. Fʀᴀɴᴄᴏ LUBERTI – Vɪᴄᴇ Pʀᴇsɪᴅᴇɴᴛᴇ
Dᴏᴛᴛ. Gɪᴜsᴇᴘᴘᴇ SAVOCA – Cᴏᴍᴘᴏɴᴇɴᴛᴇ (ɪɴ sᴏsᴛɪᴛᴜᴢɪᴏɴᴇ ᴅᴇʟ ᴅᴏᴛᴛ. MARTONE)
Dᴏᴛᴛ. Gɪᴏᴠᴀɴɴɪ QUADRI – Cᴏᴍᴘᴏɴᴇɴᴛᴇ
Dᴏᴛᴛ. Gɪᴏᴠᴀɴɴɪ TAMBURINO – Cᴏᴍᴘᴏɴᴇɴᴛᴇ
Dᴏᴛᴛ. Fʀᴀɴᴄᴇsᴄᴏ IPPOLITO – Cᴏᴍᴘᴏɴᴇɴᴛᴇ

Pᴀʀᴛᴇᴄɪᴘᴀɴᴏ ᴇx ᴀʀᴛ. 34 ᴅᴇʟ Rᴇɢ. Iɴᴛ. ᴅᴇʟ Cᴏɴsɪɢʟɪᴏ, ɪ ᴅᴏᴛᴛᴏʀɪ Sᴀʟᴠᴀᴛᴏʀᴇ SENESE, Vɪᴛᴛᴏʀɪᴏ MELE, Cᴀʀᴍᴇʟᴏ CONTI, Eᴅᴍᴏɴᴅᴏ BRUTI LIBERATI, Vɪɴᴄᴇɴᴢᴏ ODDONE, Vʟᴀᴅɪᴍɪʀᴏ ZAGREBELELSKY, Mɪᴄʜᴇʟᴇ AIELLO, Tɪɴᴅᴀʀɪ BARGLIONE, Mᴀʀɪᴏ CICALA, Eɴɴɪᴏ FORTUNA ᴇᴅ ɪ ᴘʀᴏғᴇssᴏʀɪ Oᴍʙʀᴇᴛᴛᴀ FUMAGALLI CARULLI, Vɪᴛᴛᴏʀɪᴏ FROSINI, Aʟғʀᴇᴅᴏ GALASSO ᴇ Fʀᴀɴᴄᴇsᴄᴏ GUIZZI.
Esᴇʀᴄɪᴛᴀ ʟᴇ ғᴜɴᴢɪᴏɴɪ ᴅɪ sᴇɢʀᴇᴛᴀʀɪᴏ ɪʟ ᴅᴏᴛᴛ. Uɢᴏ ROSSI.
Vɪᴇɴᴇ ɪɴᴛʀᴏᴅᴏᴛᴛᴏ ɪʟ ᴅᴏᴛᴛ. Gɪᴏᴠᴀɴɴɪ FALCONE.

Iʟ Pʀᴇsɪᴅᴇɴᴛᴇ ɪɴғᴏʀᴍᴀ ɪʟ ᴅᴏᴛᴛ. FALCONE ᴅᴇɪ ᴍᴏᴛɪᴠɪ ᴄʜᴇ ʜᴀɴɴᴏ ʀᴇsᴏ ɴᴇᴄᴇssᴀʀɪᴀ ʟᴀ sᴜᴀ ᴀᴜᴅɪᴢɪᴏɴᴇ, ғᴀᴄᴇɴᴅᴏ ɴᴇʟ ᴄᴏɴᴛᴇᴍᴘᴏ ᴘʀᴇsᴇɴᴛᴇ ᴄʜᴇ ʟ’ɪɴᴄʜɪᴇsᴛᴀ ᴇ̀ sᴛᴀᴛᴀ sᴏʟʟᴇᴄɪᴛᴀᴛᴀ ᴅᴀɪ ᴅᴏᴛᴛᴏʀɪ VIOLA, PAINO ᴇ SCOZZARI ᴅɪ Pᴀʟᴇʀᴍᴏ ᴇ ᴄʜᴇ ᴅᴇʟ ʀᴇsᴛᴏ ʟᴏ sᴛᴇssᴏ ᴅᴏᴛᴛ. FALCONE ᴀᴠᴇᴠᴀ ᴅɪᴄʜɪᴀʀᴀᴛᴏ ʟᴀ sᴜᴀ ᴘɪᴇɴᴀ ᴅɪsᴘᴏɴɪʙɪʟɪᴛᴀ̀, ᴀʟ ғɪɴᴇ ᴅɪ ғᴀʀ ʟᴜᴄᴇ sᴜʟʟᴀ ᴠɪᴄᴇɴᴅᴀ ɪɴ ǫᴜᴇsᴛɪᴏɴᴇ.

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D.R. Hᴏ sᴄᴀʀᴄᴇʀᴀᴛᴏ ᴀɴᴄʜᴇ Sɪʟᴠɪᴏ BADALAMENTI, ᴍᴀ ᴘʀɪᴍᴀ ᴅɪ ғᴀʀʟᴏ ɴᴇ ʜᴏ ᴘᴀʀʟᴀᴛᴏ ᴄᴏɴ CHINNICI, sᴘɪᴇɢᴀɴᴅᴏɢʟɪ ɪ ᴍᴏᴛɪᴠɪ, ᴇ ʟᴜɪ ɴᴏɴ ʜᴀ ᴀᴠᴜᴛᴏ ɴᴜʟʟᴀ ᴅᴀ ᴏʙɪᴇᴛᴛᴀʀᴍɪ. Sᴜ ᴛᴀʟᴇ sᴄᴀʀᴄᴇʀᴀᴢɪᴏɴᴇ ʜᴀ ᴇsᴘʀᴇssᴏ ᴘᴀʀᴇʀᴇ ғᴀᴠᴏʀᴇᴠᴏʟᴇ ᴀɴᴄʜᴇ ʟᴀ Pʀᴏᴄᴜʀᴀ. Fᴀᴄᴄɪᴏ ᴘʀᴇsᴇɴᴛᴇ ɪɴғᴀᴛᴛɪ ᴄʜᴇ Sɪʟᴠɪᴏ BADALAMENTI, ɴᴏɴᴏsᴛᴀɴᴛᴇ ᴘʀᴏᴠᴇɴɪssᴇ ᴅᴀ ᴜɴᴀ ғᴀᴍɪɢʟɪᴀ ᴍᴀғɪᴏsᴀ, ᴇssᴇɴᴅᴏ ɴɪᴘᴏᴛᴇ ᴅɪ Tᴀɴᴏ BADALAMENTI, ɴᴏɴ ᴇʀᴀ ᴇssᴏ sᴛᴇssᴏ ᴜɴ
ᴍᴀғɪᴏsᴏ. Dᴏᴘᴏ ʟᴀ sᴄᴀʀᴄᴇʀᴀᴢɪᴏɴᴇ ᴇ̀ sᴛᴀᴛᴏ ᴀᴍᴍᴀᴢᴢᴀᴛᴏ, ᴘᴇʀᴄʜᴇ́ ʟᴀ ᴍᴀғɪᴀ ᴠɪɴᴄᴇɴᴛᴇ ᴜsᴀ ʟᴀ ᴛᴇᴄɴɪᴄᴀ ᴅɪ ᴜᴄᴄɪᴅᴇʀᴇ ᴛᴜᴛᴛɪ ɪ ᴘᴀʀᴇɴᴛɪ ᴇ ɢʟɪ ᴀᴍɪᴄɪ ᴀᴛᴛᴏʀɴᴏ ᴀʟʟᴇ ᴘᴇʀsᴏɴᴇ ᴄʜᴇ ᴠᴜᴏʟᴇ ᴇʟɪᴍɪɴᴀʀᴇ, ᴍᴀ ᴄʜᴇ ɴᴏɴ ʀɪᴇsᴄᴇ ᴀᴅ ɪɴᴅɪᴠɪᴅᴜᴀʀᴇ, ᴘᴇʀᴄʜᴇ́ sɪ ɴᴀsᴄᴏɴᴅᴏɴᴏ: ɪɴ sᴏsᴛᴀɴᴢᴀ ʟᴀ ᴛᴇᴄɴɪᴄᴀ ᴅᴇʟʟᴀ ᴛᴇʀʀᴀ ʙʀᴜᴄɪᴀᴛᴀ. Iᴏ ᴀᴠᴇᴠᴏ sᴄᴀʀᴄᴇʀᴀᴛᴏ ɪʟ BADALAMENTI ᴘʀᴏᴘʀɪᴏ ᴘᴇʀ ɴᴏɴ ғᴀʀʟᴏ ᴜᴄᴄɪᴅᴇʀᴇ ɪɴ ᴄᴀʀᴄᴇʀᴇ, ᴀɴᴄʜᴇ ᴘᴇʀᴄʜᴇ́ ᴀᴠᴇᴠᴏ sᴀᴘᴜᴛᴏ ᴄʜᴇ ɪʟ ᴄᴏɢɴᴀᴛᴏ, ᴄʜᴇ ᴇ̀ ᴜɴ ɢɪᴜᴅɪᴄᴇ ᴅɪ Mɪʟᴀɴᴏ, ɪʟ ᴘʀᴇs. CUSUMANO, ɢʟɪ ᴀᴠᴇᴠᴀ ᴅᴇᴛᴛᴏ ᴅɪ ᴀʟʟᴏɴᴛᴀɴᴀʀsɪ ᴅᴀʟʟ’ᴀᴍʙɪᴇɴᴛᴇ sɪᴄɪʟɪᴀɴᴏ ᴇ ᴠᴇɴɪʀᴇ ᴘʀᴇssᴏ ᴅɪ ʟᴜɪ, ᴘᴇʀ ᴍᴇᴛᴛᴇʀsɪ ɪɴ sᴀʟᴠᴏ. Pᴇʀ ᴏᴘᴇʀᴀʀᴇ ɪɴ sɪᴄᴜʀᴇᴢᴢᴀ ǫᴜᴇsᴛᴏ ᴛʀᴀsғᴇʀɪᴍᴇɴᴛᴏ, Sɪʟᴠɪᴏ BADALAMENTI ᴀᴠᴇᴠᴀ ᴜᴛɪʟɪᴢᴢᴀᴛᴏ ʟᴀ ᴍᴀᴄᴄʜɪɴᴀ ʙʟɪɴᴅᴀᴛᴀ ᴅɪ Tᴀɴᴏ BADALAMENTI ᴇ sᴏʟᴏ ᴘᴇʀ ǫᴜᴇsᴛᴏ ᴍᴏᴛɪᴠᴏ ᴇʀᴀ sᴛᴀᴛᴏ ᴀʀʀᴇsᴛᴀᴛᴏ ᴅᴀʟʟᴀ ᴘᴏʟɪᴢɪᴀ ᴇᴅ ᴇʀᴀ sᴛᴀᴛᴏ ᴇᴍᴇssᴏ ɴᴇɪ sᴜᴏɪ ᴄᴏɴғʀᴏɴᴛɪ ɪʟ ᴍᴀɴᴅᴀᴛᴏ ᴅɪ ᴄᴀᴛᴛᴜʀᴀ, ᴄʜᴇ ɪᴏ ᴘᴏɪ ʜᴏ ʀᴇᴠᴏᴄᴀᴛᴏ, ᴄᴏɴ ᴘᴀʀᴇʀᴇ ғᴀᴠᴏʀᴇᴠᴏʟᴇ ᴅᴇʟʟᴀ Pʀᴏᴄᴜʀᴀ. Iʟ ᴘʀᴏᴄᴇssᴏ ɪɴ ᴜɴ ᴘʀɪᴍᴏ ᴍᴏᴍᴇɴᴛᴏ sᴇ ʟᴏ ᴇʀᴀ ᴀssᴇɢɴᴀᴛᴏ ɪʟ ᴅᴏᴛᴛ. CHINNICI, ᴄʜᴇ ᴘᴏɪ ʟᴏ ʜᴀ ᴘᴀssᴀᴛᴏ ᴀ ᴍᴇ.

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Fin qui ho lasciato parlare il documento.
Ora alcune considerazioni personali: quanto avete letto non era mai stato di dominio pubblico, sepolto da anni, come era, nei profondi cassetti del 𝑪𝑺𝑴.
Il recente scandalo che ha coinvolto l’ente ha avuto come conseguenza collaterale di fare allentare la censura sul passato, ed ecco emergere anche il 𝑽𝑬𝑹𝑩𝑨𝑳𝑬 70.
Se leggete tutte le 14 pagine che lo compongono  vi accorgerete di tante miserie, piccole e grandi, che coinvolgono i nostri eroi.
Un accenno ve lo avevo fatto già in passato, a proposito di uno dei miei primi incontri, a Salemi, con il dottor Chinnici, amico di famiglia.
Vi dissi che, ascoltato l’esito delle mie indagini sulla cosca mafiosa di Mariano Agate (la quinta più potente del mondo), Rocco mi chiese di preparargli un meticoloso appunto e concluse dicendomi: “𝑴𝒊 𝒓𝒂𝒄𝒄𝒐𝒎𝒂𝒏𝒅𝒐! 𝑵𝒐𝒏 𝒏𝒆 𝒑𝒂𝒓𝒍𝒊 𝒄𝒐𝒏 𝒏𝒆𝒔𝒔𝒖𝒏𝒐, 𝒏𝒆𝒎𝒎𝒆𝒏𝒐 𝒄𝒐𝒏 𝑭𝒂𝒍𝒄𝒐𝒏𝒆”.
Non fui di parola e quando, dopo lo sbarco di Torretta Granitola del 7 marzo 1981, in cui arrestai Vincenzo Sinacori ed altri sei mentre scappavano costipati in una 127, Falcone mi invitò nel suo ufficio la mattina del 23 aprile successivo (poche ore prima avevano ucciso Stefano Bontate), io, presente anche il dottor Ayala, gli raccontai tutto, senza, però, precisare che il capo del suo ufficio era già perfettamente a conoscenza delle mie indagini, che si erano rivelate singolarmente coincidenti con quelle condotte all’epoca da Ninni Cassarà.
Vengo a quello che mi preme oggi rivelare, avendolo io stesso appena appreso, durante una lunga chiacchierata con la vedova di Silvio Badalamenti e sua figlia Maria.
La signora mi vuole molto bene solo perché anni fa, durante una testimonianza alla Corte d’Assise di Trapani, rivelai che Giovanni Falcone mi aveva definito il suo defunto marito come 𝒖𝒏 𝒗𝒆𝒓𝒐 𝒈𝒂𝒍𝒂𝒏𝒕𝒖𝒐𝒎𝒐, su cui il fato si era accanito fino alla soppressione fisica, solo perché era nipote di don Tano Badalamenti.
Quella mia testimonianza, a suo dire, aveva restituito l’onore al marito, tante volte in precedenza messo in discussione, e le aveva dato la forza di scrivere le sue memorie per Sellerio, pubblicate sotto il titolo 𝑪𝒐𝒎𝒆 𝒍’𝒐𝒍𝒆𝒂𝒏𝒅𝒓𝒐.
Quale era l’unica colpa di Silvio Badalamenti, che lo aveva portato ad essere arrestato in uno dei blitz che eravamo soliti condurre allora (ma anche oggi), tanto imponenti da meritarsi i titoli d’apertura del 𝑻𝑮1?
Egli aveva condotto da Cinisi fino in Lombardia l’alfetta blindata di proprietà di don Tano.
Essa rimase parcheggiata a lungo sotto l’abitazione di Macherio del presidente Cusumano, come testimoniano i militari della scorta.
È qui che i racconti di Maria Badalamenti e sua madre si rivelano perfettamente complementari a delle verità giudiziarie sempre apparse incomprensibili, fornendone una logica spiegazione: Luciano Liggio fu arrestato il 16 maggio 1974 a Milano dalla Guardia di Finanza, cui il dottor Turone fornì l’indirizzo dell’appartamento occupato durante la latitanza, come lo aveva scoperto il marsalese colonnello Cucchetti, il migliore investigatore che l’Arma avesse a quell’epoca in città (io sarei arrivato solo nell’ 86).
Egli teneva sotto controllo l’utenza telefonica della azienda agricola che Frank Coppola “𝒕𝒓𝒆 𝒅𝒊𝒕𝒂” conduceva ad Aprilia. Scoprì così che il boss partinicoto, iconicamente rappresentativo dell’identità fra Cosa Nostra siciliana e quella americana, si sarebbe recato a Milano, e Liggio si offrì, visto che lui aveva un attacco di gotta, di mandarlo a prendere all’aeroporto da un suo 𝒑𝒊𝒄𝒄𝒊𝒐𝒕𝒕𝒐 di fiducia.
Bastò a Cucchetti fare effettuare fuori dall’aeroporto un controllo stradale sull’automobile a bordo della quale viaggiava “𝒕𝒓𝒆 𝒅𝒊𝒕𝒂” per scoprire che essa era guidata da Umberto Naviglia.
Questi, intimo di altri due pregiudicati poi divenuti celebri, cioè Federico Cormiglia ed Ugo Bossi (sequestro De Martino), ulteriormente pedinato, disvelò, suo malgrado, l’indirizzo di Luciano Liggio.
Quando Cucchetti seppe dell’arresto operato dai finanzieri, andò nell’ufficio di Turone e gli chiese il perché di quel tradimento. Turone rispose che “𝒍𝒐 𝒅𝒐𝒗𝒆𝒗𝒂 𝒂𝒊 𝒇𝒊𝒏𝒂𝒏𝒛𝒊𝒆𝒓𝒊”, senza fornirgli plausibili spiegazioni.
Cucchetti, allora, lo sfidò a duello ed uscì dall’ufficio del magistrato battendo così forte la porta che caddero molti calcinacci! Successe anche a me la stessa cosa a Marsala quando il sostituto procuratore Caponcello dette al commissario Malafarina l’ordine di cattura per un pregiudicato le cui responsabilità penali avevo accertato io. Il procuratore Coci ci mise molte settimane per riappacificarci: io mi scusai per avergli divelto la porta e, contemporaneamente, lui ammise che aveva commesso una “𝒈𝒂𝒇𝒇𝒆” facendo eseguire alla polizia quell’arresto.
Chissà se oggi, che è l’Avvocato Generale dello Stato a Catania, se lo ricorda? Cucchetti e Turone invece non fecero mai pace, ma accadde che l’investigatore seppe di un progetto di fuga dal super-carcere di Cuneo che interessava Tommaso Buscetta.
Lo disse al generale Dalla Chiesa e questi arrestò il direttore del carcere, il cappellano ed il comandante delle guardie carcerarie. Poi, contrariamente alle sue abitudini, indisse una conferenza stampa esaltando l’operato dei carabinieri che avevano scongiurato la fuga di don Masino.
Fra le carte di quel procedimento c’è anche un colloquio che Ugo Bossi, simulando un’identità diversa dalla propria, ebbe con Buscetta in carcere, pronubo il cappellano corrotto.
Premesso che il boss nei mesi successivi ottenne il trasferimento al carcere delle Molinette di Torino, e da lì evase per raggiungere la villa al mare di Ignazio Salvo, prima di spiccare il salto oltreoceano, sia don Masino che lo stesso Ugo Bossi anni dopo dichiararono che quest’ultimo era latore di una ambasceria da parte di Cosa Nostra, volta ad ottenere che Buscetta si adoperasse con i terroristi dei quali condivideva la detenzione perché liberassero Aldo Moro, procurando così agevolazioni detentive ai mafiosi dietro le sbarre. Quando però mandai Leo Sisti a fare un controllo nei registri carcerari, emerse che l’incontro fra Bossi e Buscetta era avvenuto qualche giorno prima che sequestrassero Aldo Moro. Fino ad oggi era rimasto misterioso l’argomento in realtà trattato durante quell’incontro.
Cosa mi dicono oggi la vedova di Silvio Badalamenti e sua figlia Maria, senza nulla sapere entrambe dell’incontro di Cuneo fra don Masino ed Ugo Bossi?
Le cose sarebbero andate così: la moglie di Cusumano avrebbe ricevuto una telefonata anonima che definiva il marito come un 𝒈𝒂𝒍𝒍𝒐 𝒅𝒂𝒍𝒍𝒂 𝒇𝒊𝒆𝒓𝒂 𝒄𝒓𝒆𝒔𝒕𝒂, il cui 𝒄𝒉𝒊𝒄𝒄𝒉𝒊𝒓𝒊𝒄𝒉𝒊̀ sarebbe stato presto spento. Come fu interpretata in famiglia quella telefonata, visto che nei processi da lui presieduti il magistrato aveva inflitto decine di ergastoli ai terroristi di sinistra, irrogando sistematicamente pene più severe di quelle richieste dalla pubblica accusa? Si pensò ad una sentenza di morte con esecuzione differita, e fu allora che l’antica familiarità giovanile fra Cusumano e don Tano (compagni di scuola) apparve utile. Già quando il magistrato aveva vinto un concorso per diventare funzionario di polizia, sembra avesse avuto qualche titubanza ad accettare, pare fugata proprio da Badalamenti: “𝑽𝒂’, 𝒄’𝒆̀ 𝒎𝒐𝒅𝒐 𝒆 𝒎𝒐𝒅𝒐 𝒅𝒊 𝒇𝒂𝒓𝒆 𝒊𝒍 𝒄𝒐𝒎𝒎𝒊𝒔𝒔𝒂𝒓𝒊𝒐!”.
Fu così che questa volta gli venne chiesto di intercedere con i brigatisti perché la condanna non fosse eseguita. Questo era quello che Bossi era andato a chiedere in carcere a Buscetta, ed il sequestro Moro, non ancora consumato, non c’entrava niente. Il boss fece quanto richiestogli, però chiese in cambio un favore, perché anche lui si trovava in Lombardia e temeva per la propria vita, visto che i Corleonesi gli avevano addirittura tolto anche la presidenza della Cupola.
Voleva che Cusumano si adoperasse perché la sua alfetta blindata venisse trasferita al nord, dove l’avrebbe usata per rendersi più sicuri gli spostamenti.
Fu durante uno di essi che la vettura si guastò e venne ricoverata in officina di Padova. Ma non Silvio, bensì suo fratello Salvatore (tutt’altro personaggio) ce la portò. Oggi il presidente emerito Cusumano non gode di un’eccellente salute, ma, dopo essere andato in pensione, ebbe modo anche di presiedere il consiglio di amministrazione della società Porto Lavagna S.p.A. e fu in tale qualità che il pubblico ministero Francesca Visca, al termine della requisitoria per la presunta discarica abusiva di ardesia nella diga foranea del porto, chiese che venisse condannato a dieci mesi di reclusione.
Non ho rintracciato il suo avvocato Antonino Bongiorno Gallegra, per chiedergli l’esito del processo, ma resto convinto che fu assolto. Certo per un magistrato integerrimo e severo come lui deve essere stata un’esperienza terribile quella che l’ha visto imputato, e forse è Giovanni Falcone che si è divertito da lassù a fargliela affrontare, visto quello che accadde a tavola, a casa Cusumano, quando si seppe della strage di Capaci. Me lo ha raccontato Maria Badalamenti, che era presente, ma non oso riferirvelo nei particolari.

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