Nicolo Gebbia

Da Tripoli a Milano passando per Mezzojuso

Oggi per la prima volta da quando ho contezza delle nequizie scritte da Salvo Palazzolo sul mio paese, ho acquistato nuovamente Repubblica, venendo meno ad un impegno che avevo preso con me stesso. In prima pagina c’era un occhiello dal titolo “Vivere a Tripoli sotto le bombe, ed a pagina 34 ho trovato l’articolo “Tripoli, la bomba quotidiana”scritto dal mio amico Gianluca Di Feo, quello che, poco prima che fosse ucciso, feci ricevere da Paolo Borsellino affinché ascoltasse una misteriosa telefonata per lui, giunta a Milano nella redazione del Corriere. In un italiano con inflessioni francesi, veniva messo in guardia perché se avesse continuato a scrivere sulle triangolazioni che consentivano alla nostra industria missilisticha di eludere l’embargo verso la Siria, rischiava di essere ucciso. Nella telefonata si indicava questa stessa motivazione per spiegare l’uccisione di Giovanni Falcone. Vi trascrivo l’articolo di oggi:

“ Mercoledì scorso il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha annunciato che il governo rinnoverà l’accordo Italia-Libia, «ma lavoreremo per migliorarlo, con particolare attenzione ai centri e alle condizioni dei migranti». Nelle stesse ore a Tripoli un caccia ha sganciato un grappolo di bombe contro il ministero dell’Interno. Il pilota non aveva buona mira e l’ha mancato: gli ordigni sono finiti sulle case. Dieci persone, tra cui una famiglia con donne e bambini, sono rimaste gravemente ferite. La facciata del palazzo dove si dovrebbe gestire l’ordine pubblico della Libia è stata flagellata dalle schegge, tutti i vetri sono andati in frantumi. Una manciata di chilometri più a sud, i due eserciti rivali si son dati battaglia: un assalto respinto, poi il contrattacco. Cannonate, razzi e una decina di morti. In mezzo alle raffiche sono finite alcune centinaia di migranti, rilasciati da un campo di detenzione, che stavano cercando di raggiungere una struttura dell’ Onu.
Queste sono le cronache quotidiane dalla Libia. Un diario di scontri e bombardamenti che non conosce tregua dallo scorso 4 aprile. Da allora le autorità con cui l’Italia ha sottoscritto il trattato sono sotto assedio, arroccate nella capitale e asserragliate lungo la striscia costiera sempre più sottile che la collega alla Tunisia. Ogni settimana nuove brigate tribali raggiungono il fronte. I cieli sono popolati da droni che lanciano missili notte e giorno, persino intorno all’ospedale militare italiano di Misurata. Navi scaricano armamenti turchi per le forze di Tripoli ed emiratini per i loro rivali di Bengasi; finanziamenti arrivano dal Qatar e dall’Arabia Saudita per pagare le milizie al servizio dei due contendenti. E così questa assurda guerra va avanti. L’ Onu ha smesso di tenere il conto delle vittime e nessuno cerca seriamente di fermare il conflitto alle porte di casa nostra. Come si può sperare di “migliorare” qualcosa in questa situazione? Che garanzie può dare sulla vita dei migranti un governo che non riesce neppure a proteggere i propri cittadini? Chi è in grado da Roma di imporre il rispetto degli accordi su un campo di battaglia che non ha più confini? Parlare della Libia come se fosse un paese normale significa illudere gli italiani, offrire un paravento di buone intenzioni per ipocrisia di chi non vuole aprire gli occhi sul dramma di un’intera nazione. «Le milizie di entrambe le parti continuano a lanciare attacchi indiscriminati – recita un rapporto di Amnesty International della scorsa settimana – spesso usano armi senza precisione, sapendo di potere colpire la popolazione. Entrambi i contendenti hanno mostrato profondo disprezzo per i principi fondamentali delle leggi umanitarie». La portavoce della Commissione europea Natasha Bertaud è stata ancora più
lapidaria: «Non ci sono le condizioni per considerarlo un Paese sicuro». È vero: le Nazioni Unite e l’Oim,
l’ Organizzazione internazionale per i migranti, non l’hanno abbandonato. Ma per i loro emissari qualunque movimento laggiù è diventato pericoloso e i costi per l’assistenza sotto le bombe sono triplicati.
I funzionari dell’Onu non hanno potere e possono solo denunciare situazioni paradossali, come la nomina del trafficante di uomini Bija a capo della guardia costiera di Zawija. Neppure la realpolitik più spregiudicata può ignorare la realtà: in Tripolitania come in Cirenaica oggi comandano i signori della guerra, sfruttatori di profughi e carnefici dei loro connazionali. Se, come vanno dicendo i vertici di Pd e M5S, si vogliono «migliorare le condizioni dei migranti» c’è una sola strada: migliorare la Libia, facendo di tutto per fermare il massacro. Solo quando tornerà la pace: quando ci saranno istituzioni, leggi e controlli credibili, si potrà discutere di patti. ”

Sotto l’articolo del vicedirettore di Repubblica, un altro dall’ammiccante titolo: “La guerra alla verità “. Lo ha scritto Moisés Naim, un ebreo libico mio coetaneo, ora cittadino venezuelano, che è considerato fra i grandi maitre a penser viventi. È anche commendatore della Repubblica, privilegio più unico che raro per un pensatore straniero mai vissuto in Italia. Sono troppo stanco per trascrivervi integralmente l’articolo, ma già il titolo vi fa capire che parla proprio di quello che è avvenuto a Mezzojuso, ed il sottotitolo è ancora più indicativo: ‘’informazione sotto attacco’’. Da parte di chi ? Di Palazzolo e Giletti ad esempio, che a Mezzojuso hanno fatto disinformazione pura e dura. Caro Gianluca, tornando da Tripoli ti prego di fermarti in Sicilia, ed onorare la promessa che mi avevi fatto qualche mese fa di andare a mettere il naso nella redazione locale del tuo giornale. È urgente, anzi urgentissimo. Io, rileggendo oggi Repubblica ho avuto grande nostalgia, e vorrei tornare a farlo ogni giorno. Da allievo ufficiale fui discriminato per avere portato in caserma un giornale così sovversivo, e mai avrei immaginato, mezzo secolo dopo, che anche dalle sue pagine potesse essere condotta, per usare le parole di Naim, la guerra alla verità.

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