Nicolo Gebbia

Il tramonto dei sequestri di persona

Sono uno dei pochi esperti ancora in circolazione, al punto che anni fa all’Università Bocconi, durante un seminario volto a far conseguire la specializzazione di “Responsabile della Sicurezza “, molto ambito, dovendo sviluppare in tre ore di lezione il tema “Cosa fa il responsabile della sicurezza di una grande impresa se viene sequestrato il presidente o l’amministratore delegato con la richiesta di un riscatto miliardario?”, sulla piazza trovarono solo me.
Conservo ancora la borsa che mi regalo’ il rettore del prestigioso ateneo, visto che pretesi di non essere ricompensato in danaro.
Alla mia lezione finale fu invitato il Comandante della Legione di Milano, Corinto Zocchi, e ne colsi lo sguardo terrorizzato, ma lo rassicurai perché, stringendogli la mano, sussurrai: “Tranquillo, aria fritta”.
Mi pare che l’ultimo sequestro di persona a scopo di estorsione risalga al 1997, quello di Mirella Sillocchi.
Provo a darvi una risposta, ed invito alcuni dei miei 27 lettori, a partire dal collega Luciano Gavelli, ad integrarla e correggerla.
Per la Sicilia fu una decisione molto remota nel tempo, assunta concordemente dai vertici di Cosa Nostra, che convenirono essere controproducente l’enorme allarme sociale destato da un sequestro, mentre il traffico di stupefacenti da un lato, la protezione imposta a commercianti ed imprenditori da un altro e la percentuale sugli appalti pubblici dall’ultimo lato del triangolo, sono molto più remunerativi ed erano rimasti sotto traccia sino alle pazzie stragiste dei corleonesi.
In Calabria analoga decisione venne presa molti decenni dopo , durante i quali l’industria del sequestro aveva coinvolto addirittura la popolazione civile di interi paesi.
La vittoria dei calabresi su tutte le altre mafie italiane, alcune sgominate ed altre (Cosa Nostra) assoggettate, ha prodotto un tale geometrico incremento nei profitti finanziari che sarebbe stoltezza estrema cimentarsi nuovamente nella specialità.
Quello che non riesco a spiegarmi è la fine del sequestro di persona in Sardegna.
È vero che gli ultimi sequestri sardi furono consumati fuori dall’isola, sulla scia del trasloco in continente, e soprattutto in Toscana, di tanti pastori ; ma è altrettanto vero che i sequestratori sono perfettamente consapevoli del fatto che, da quando vige la legge sul congelamento dei beni di famiglia, il riscatto lo pagava lo Stato!
È una di quelle oscene verità che è passata sotto silenzio e rappresenta l’eredità più squallida dei governi Berlusconi.
Egli, cinicamente, ritenne essere un buon affare investire ogni volta due miliardi di lire attinti dai fondi riservati per ottenere il risultato che “I sequestratori, sentendo ormai sul loro collo l’alito della polizia, hanno preferito liberare l’ostaggio”.
D’altronde noi siamo l’unico paese occidentale che paga il riscatto anche per liberare i nostri connazionali sequestrati da terroristi vari.
Ma tutto nasce da lì, dai sequestri di privati cittadini operati in Italia a scopo di estorsione con il riscatto pagato dal Capo della Polizia.
E, tornando in Sardegna, vi faccio alcuni cenni storici, perché comprendiate quanto antico fosse quel crimine nell’isola, dove il primo venne consumato a Posada nel 1477.
Ci sono poi delle peculiarità tipiche del sequestro sardo: la banda si compone solo poco prima che esso venga consumato, e si disperde subito dopo la spartizione del riscatto; i sequestrati non vengono mai nascosti in abitazioni o grotte, ma spostati in continuazione nelle campagne dove pernottano all’addiaccio, oppure (raramente) in piccole tende canadesi; spesso essi muoiono per cause naturali connesse alle defatiganti trasferte, oppure vengono uccisi perché hanno visto in faccia qualcuno dei sequestratori.
In questo caso viene accordato il riscatto in due rate, e, dopo il pagamento della prima, non se ne ha mai più notizia.
Altra caratteristica del sequestro sardo è la figura del negoziatore, che spesso (ma non sempre) è un sacerdote, al quale viene chiesto di compiere itinerari lunghi centinaia di chilometri alla guida di automobili facilmente riconoscibili (ai miei tempi, fine anni ’70, erano di moda lavatrici o cucine economiche sul bagagliaio).
Durante il tragitto, a velocità ridotta, un rotolo di carta igienica, lanciato di traverso, è il segnale convenuto per fermarsi od inoltrarsi nella prima strada bianca successiva.
Perché non se ne fanno più?
Eppure, le condizioni economiche dei sardi restano precarie.
Sarà colpa della tecnologia digitale e conseguenza di smartphone od altre diavolerie?
Non credo.
Forse che non ci sono più abbastanza campagne deserte per nascondersi, spostandosi di giorno in giorno?
Non mi pare.
Se ora pensate che io vi dia la risposta esatta, sbagliate di grosso.
La aspetto da voi, non una stronzata alla Geraci, ma una risposta seria ed attendibile.

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