Nicolo Gebbia

Ti conosco mascherina

Ti conosco mascherina, è un film di Edoardo de Filippo, prodotto dalla Cines, tratto dall’omonima farsa di Scarpetta, girato tra il 43 ed il 44. È divertente, ed ancora godibile. Oggi potremmo ironizzare sul fatto che quell’oggetto, la mascherina, è diventata l’ossessiva protagonista della nostra quotidianità. Io non mi sento tanto sereno da discettare di coronavirus, anche se mi sembra di rivivere gli ultimi mesi di vita del mio omonimo nonno, nel 1957, quando il figlio Giovanni lo faceva curare dal professore Frada’, ed il figlio Peppuccio, di nascosto, lo faceva visitare dal professore Insinna. Quest’ultimo gli disse: “Dottore Gebbia, lei sta guarendo”. Ed il nonno gli rispose: “Come sono contento, muoio guarito!”.
Se ne andò 48 ore dopo. A me sembra che la cura da cavallo che stanno infliggendo alla nostra povera Italia sortirà lo stesso effetto. Quando i virologi diranno ai nostri capataz che ci tiranneggiano senza che nemmeno li abbiamo votati:” L’EPIDEMIA È FINITA”,solo allora ci si accorgerà che nel frattempo l’ITALIA è morta.
Ciò non è di interesse della mafia, che certo non può succhiare sangue da un cadavere, ed infatti nel mio pezzo “Matteo Messina Denaro ritorna da Malta”, faccio pernottare il boss all’Hotel Des Etrangers di Siracusa e gli faccio avere un colloquio con Domenico Arcuri, curatore della ristrutturazione attualmente in corso presso lo storico albergo, nominato da Conte commissario straordinario all’emergenza Coronavirus.
Subito dopo Messina Denaro chiama il suo factotum Mantellina e gli ordina di acquistare un’intera pagina del Giornale di Sicilia, dettandogli il comunicato che Cosa Nostra vuole diffondere in tutta la Sicilia: State tranquilli, noi come sempre siamo al vostro fianco, abbiamo già stanziato cento milioni di euro per aiutarvi, e tutti coloro che pagano la protezione sappiano che le rate di esazione sono sospese”. Voi mi conoscete per quel buontempone che sono, ma Arlecchino si confessava scherzando,
e puntualmente un boss mafioso è andato a distribuire pacchi di viveri nel popolare quartiere palermitano dello Zen. Poteva mai sfuggire tutto ciò a Salvo Palazzolo, il giornalista di Repubblica che ha scoperto la risorta mafia dei pascoli ed il suo tentativo di espropriare le sorelle Napoli, privandole di quei novantadue ettari di feudo tanto faticosamente messi insieme dal loro papà, il caparbio imprenditore agricolo Salvatore Napoli (cito la bibbia che fa testo in proposito: “Le dannate” di Massimo Giletti, edizioni Mondadori).
Il boss, che non è furbo come i mafiosi dei pascoli, i quali si esprimono solo con pizzini riservati, ha inveito coloritamente nei confronti del grande giornalista sul suo profilo Facebook.
E qui si è verificato l’imprevedibile, perché le offese, come per magia, sono diventate minacce alla sua vita, ed il povero Palazzolo attende stoicamente di essere eliminato con la sua scorta, come toccò a Falcone e Borsellino.
Le testimonianze di solidarietà sono ecumeniche, e, visto che si tratta di un giornalista di matrice integralmente cattolica, anche il Papa, quando ha tuonato contro i mafiosi e profittatori del Coronavirus, naturalmente alludeva a quanto da lui subito.
Posso fargli mancare la mia solidarietà?
Sappia che ho voltato pagina e se dovessi sopravvivergli, ne parlerò sempre come uno dei martiri più puri nella storia della guerra alla mafia.
Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa.

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