Nicolo Gebbia

La testimonianza di Ilda Boccassini

Molti quotidiani sono pieni oggi di considerazioni, alle volte velenosissime, relative alla testimonianza resa ieri da Ilda Boccassini al processo Depistaggio. Credo che tanta cattiveria riposi sul fatto che si tratta di un magistrato ormai andato in pensione (da soli due mesi) e che una mia testimonianza, vergine da servo encomio e codardo oltraggio, possa contribuire a che i miei 25 lettori (ne ho persi tre del ramo Carbone) si facciano un’idea abbastanza approssimativa della verità.

Donna Ilda ha sempre avuto una volontà di ferro, spesso inficiata dall’insipienza degli investigatori che era costretta ad usare, suo malgrado, perché se avesse potuto si sarebbe condotta le indagini tutta da sola. La prima volta che ne sentii parlare non la conoscevo nemmeno, e fu Nazareno Montanti, comandante del Reparto Operativo di Trapani, che me la descrisse fin nei più reconditi dettagli della sua psiche visto che presumeva di conoscerla bene, da sempre, o perlomeno da quando erano liceali, e trascorrevano le estati insieme ad Ischia.

Lui era un allievo della Nunziatella, con padre miliardario in Libia, e madre incombente su di lui per il tempo che le lasciava libero lo shopping sfrenato consentitole dai soldi del marito, che era estremamente generoso, dovendosi fare perdonare una convivente libica, con la quale aveva anche concepito un fratellastro di Nazareno. Ilda proveniva da una agiata famiglia salernitana, che ha dato molti giudici alla nazione, compreso suo padre e suo zio Nicola, quest’ultimo espulso dalla magistratura quando era procuratore di Vallo della Lucania, dopo un clamoroso arresto per associazione a delinquere.

Nazareno ed Ilda si persero di vista per una quindicina d’anni, dopo la maturità, e si ritrovarono in Lombardia, lui capitano dei carabinieri, scapolo, comandante la compagnia di Desio, lei sostituto procuratore single con prole (Antonio Pironti, classe 1972, oggi avvocato a Milano).

Era l’epoca in cui Luciano Liggio, confinato al nord da mio zio Peppuccio che gli aveva irrogato il soggiorno obbligato, si sbizzarriva sequestrando i figli dei ricchi brianzoli in grado di pagare riscatti miliardari (riciclati dal Cavaliere). Fu così che Ilda apprese da Nazareno certe tecniche investigative di assoluta barbarie che, però, consentivano, se applicate al sospettato giusto, di ottenere la liberazione gratuita dell’ostaggio.

Gratuita si fa per dire, perché il capitano Delfino, quello che in Via Moscova gestiva la materia, era sempre molto sollecito nei confronti dei suoi dipendenti, tutti col Rolex d’oro al polso, spintaneo omaggio dei sequestrati. Quando ci arrivai io in Via Moscova, nel 1987, la sezione che comandavo (omicidi e rapine) aveva il soprannome di “La Benemerita”, mentre quella che Igino Izzo aveva ereditato da Delfino, che si occupava di sequestri di persona ed estorsioni, era chiamata “La Benestante” proprio in funzione di questi preziosi regali che ancora alcuni dei suoi più vecchi appartenenti portavano al polso.

All’epoca Donna Ilda perseguiva soprattutto il traffico degli stupefacenti, che era l’attività in cui si era riciclata la mafia siciliana rappresentata dai picciotti della famiglia Fidanzati.
Il suo fermo punto di riferimento investigativo, però, non stava in via Moscova, bensì in via Fatebenefratelli, ed aveva un nome ed un cognome, Massimo Mazza, oggi prefetto capo del personale della Polizia. Io ho stimato molti funzionari della Mira Lanza (nomignolo armigero dato alla polizia in relazione alla livrea delle sue auto), ed altrettanti ne ho detestato: in cima ai primi c’è ancor oggi Mazza, in fondo ai secondi, ma proprio in fondo, c’è Achille Serra.

Mazza credo non si sia mai accorto della mia stima, tanto poco conto, mentre Achille Serra ricambia cordialmente la mia disistima, e ne vado molto orgoglioso.
Tuttavia anche in via Moscova, Donna Ilda aveva una predilezione, assolutamente immeritata, per il comandante del Reparto Operativo Anti Droga (ROAD), il tenente colonnello che la ubriacò di chiacchiere convincendola che tutti gli uomini ed i mezzi che lui pretendeva per condurre l’indagine e che lei ci costringeva a prestargli, avrebbero fruttato mirabolanti risultati, ancorati al fatto che la maggior parte dell’eroina affluita in Lombardia veniva trasportata dentro i serbatoi di carburante, appositamente truccati, di anonimi tir provenienti da Istanbul.

Nella ex capitale dell’Impero Romano d’Oriente gli autisti venivano avvicinati da una organizzazione che offriva loro l’ospitalità di una lussuosa villa sul Bosforo, escort comprese, mentre i serbatoi dei loro mezzi erano modificati e riempiti di eroina.
Dopo due anni, e nessun risultato concreto, l’operazione Achille fallì miseramente perché il generale della gendarmeria turca che collaborava col Road fu arrestato con una pesante accusa di corruzione.
Anche il mio collega, poco dopo, fu mandato a fare il comandante provinciale in una provincia lombarda, tanto ospitale che negli anni della sua permanenza vi trovarono lavoro molti membri della famiglia di provenienza.

Il Reparto Operativo Anti Droga subito dopo fu sciolto, a Milano come nel resto d’Italia, ed avvenne la fusione con le sezioni antiterrorismo, dando origine al famigerato ROS, la nostra Gestapo, che naturalmente a Donna Ilda piacque immensamente, finché non ci fu lo scontro fra due ufficiali di esso, De Caprio e Damiano, dovuto al fatto che Francesco Di Maggio era andato via ed i suoi fascicoli li aveva ereditati Armando Spataro.

Donna Ilda aveva un fascicolo cui teneva molto, proprio relativo al clan Fidanzati, e ne parlò con il giudice istruttore Brichetti, suo vecchio amico, confidandogli il timore che Spataro la scippasse dell’indagine, sfruttando un vecchio fascicolo di Di Maggio. Mai confidenza fu tanto mal riposta, perché quel vecchio fascicolo, miracolosamente, fu rispolverato, ed addirittura Vito Damiano ci infilò dentro degli ocp compilati al momento, tali da potere dimostrare che l’indagine non era mai stata abbandonata.

Al chiarimento sollecitato da lei, alla presenza del procuratore Borrelli, volarono parole grosse, tanto che noi ufficiali dei carabinieri (Mori compreso) fummo invitati ad allontanarci.
La mattina dopo, con grande platealità, all’apertura di un processo che la vedeva pubblico ministero, Ilda La Rossa lesse ad alta voce la lettera di Borrelli che la sollevava dal pool criminalità organizzata perché caratterialmente inadatta a cooperare con i suoi colleghi.

Mori, però, che ricostruì perfettamente l’accaduto, cacciò a calci Damiano dal comando del ROS di Milano tanto che dovette essere parcheggiato in un ufficio burocratico legionale per quasi un anno, malgrado il tentativo di Umberto Bonaventura, da Roma, di parargli il deretano facendolo figurare come presente a Buenos Aires alla cattura di Gaetano Fidanzati, dovuta invece alla caparbietà di Ultimo, che aveva scoperto come la moglie di Fidanzati, usando cabine telefoniche pubbliche sempre diverse, chiamava Buenos Aires almeno una volta alla settimana.

L’ingenuità di De Caprio e mia fu che chiedemmo proprio a Francesco Di Maggio di farci sapere in poche ore presso quali indirizzi della capitale argentina quei numeri fossero attestati. Non sapevamo che in quel momento, a Roma, Di Maggio e Bonaventura fossero talmente intimi che avevano affittato insieme lo stesso appartamento, dove vivevano.
E fu proprio Bonaventura che, scippandoci quella dritta preziosa, indirizzò la polizia argentina fino alla cattura, che era già avvenuta quando lui fece imbarcare Damiano su un aereo per l’aeroporto di Mar del Plata cosicché avesse credibilità la sua partecipazione all’operazione.

Nel processo Trattativa, il mio collega Ganzer (quello che vi ha dichiarato di non essere massone e neanche iscritto ad una bocciofila) ha ampiamente riferito di quel pranzo riconciliatorio, organizzato da lui a Roma, volto ad ottenere il perdono di Mori nei confronti di Bonaventura, al quale egli aveva tolto addirittura il saluto, dopo lo scippo di Buenos Aires.
Lo so, cari i miei 25 lettori, vi siete persi per strada, ma io scrivo a futura memoria perché queste porcherie avvenute all’interno della Gestapo non vengano mai dimenticate.
E torno subito all’argomento, che solo apparentemente ho trascurato.

La tesi che intendo portare avanti, e mai nessuno è più disinteressato di me, visto che Ilda La Rossa mi considera il peggiore degli investigatori di cui si è servita, è che la linearità e legittimità degli scopi che si è sempre prefissa non sono assolutamente da porre in discussione, mentre assolutamente imprevedibile, per una che ha il suo spiccato senso dello Stato, era il fatto che Arnaldo La Barbera perseguisse finalità assolutamente contrarie all’accertamento della verità.

Io ho rivisto lei e Fausto Cardella (mio vecchio amico di Marsala) proprio alla grande funzione religiosa che fu organizzata in una chiesa di Corso Vittorio Emanuele a Palermo nel trigesimo dalla morte di La Barbera, quando comandavo il Reparto Operativo di Palermo.
Erano sinceramente affranti entrambi, giunti in città da Milano e da Perugia solo per quella cerimonia.
Leggo oggi sul Fatto Quotidiano le dichiarazioni rese al mio amico Lo Bianco dall’avvocato Genchi che contesta l’affermazione di amicizia e contiguità fra la Boccassini e Falcone, portando a presunta prova che nei tabulati fra il ’91 ed il ’92 avrebbe riscontrato una sola telefonata fra i due magistrati.
Ma che stronzata è questa?

Come se le telefonate effettuate tramite i centralini dei palazzi di giustizia lui fosse stato in grado di monitorarle.
Posso poi testimoniare che da comandante il Nucleo Operativo di Milano proprio nel ’91 organizzai, a richiesta di entrambi i magistrati, un incontro fra loro due e tutti noi investigatori che collaboravamo alle loro indagini.
L’incontro si tenne in Via Moscova, nella cosiddetta sala stampa, che era un grande locale con un enorme tavolo a ferro di cavallo, l’unico che ci potesse contenere tutti.

Ricordo bene Falcone che, affascinato da un tecnologicissimo terminale Ansa, ci si mise a giocare con grande gusto e ricordo ancora le parole di assoluta, incondizionata ammirazione usate da Ilda nei suoi confronti, che lo misero addirittura in imbarazzo.
Per cui dico a Genchi che non so giudicare quanto la diffidenza della Boccassini nei suoi confronti fosse fondata, ma certo in questo caso ci ha dato la dimostrazione di come egli dai suoi tabulati e dal suo incomparabile archivio elettronico abbia tirato fuori una notizia assolutamente falsa.
Ero anche presente al Palazzo di Giustizia di Milano quando fu inscenata una pubblica commemorazione dopo l’uccisione di Giovanni Falcone, e ricordo bene Ilda che, vestita in gramaglie, prese la parola per ultima e rinfacciò ad uno dei magistrati che la avevano preceduta l’ipocrisia con cui da vivo, si era abbandonato ad ogni genere di cattiverie contro lo stesso uomo che ora fingeva di piangere con lacrime sincere.

Nella sua testimonianza, poi, Ilda Boccassini, pur ricordando che Tinebra ammetteva lei e gli altri colleghi alla presenza del falso pentito solo dopo che si era a lungo intrattenuto con lui a quattr’occhi, ha dichiarato di non trovare nulla di strano nel fatto che il capo della procura avesse chiesto anche la collaborazione dei servizi segreti.
Io la penso esattamente come lei, e chi mostra ora sorpresa ed indignazione lo ritengo in mala fede.

So che Di Matteo non ama la Boccassini. Me lo fece capire presso la sede DIA di Milano quando vi interrogò me e mio fratello, che era venuto spontaneamente dalla Svizzera per essere sentito da lui in relazione al famoso diario del maresciallo Lombardo misteriosamente scomparso. Nella circostanza Di Matteo mi disse di essere a Milano proprio per opporsi all’archiviazione di una querela da lui presentata contro non ricordo quale giornalista che, secondo Ilda, non meritava ulteriori indagini.

Non voglio entrare nel merito, la stima che nutro per Di Matteo la conoscete, e di quella che ho, non ricambiato, nei confronti di Ilda La Rossa vi sto rendendo testimonianza con questo articolo. A lei ,comunque, faccio una rivelazione, perché se dell’errore commesso nell’accordare tanta fiducia a La Barbera credo sia ormai consapevole, di quello che commise nell’accordarne altrettanta a Corinto Zocchi, il comandante della Legione di Milano, prima da colonnello e poi da generale, all’epoca delle inchieste che ho citato, lei non si è mai resa conto.

La confidenza era grande, e quando alzavano il telefono si sprecavano i “Caro Corinto … Cara Ilda … Cosa posso fare per te?”, e noi ufficiali, quando venivamo “deposti” da lei, bastava una telefonata a Corinto perché fossimo trasferiti dove non le potevamo più arrecare danno.
Ma ciò di cui non si è mai resa conto è della intima appartenenza a Stay Behind di quell’uomo, fin da quando, ancora tenente, ne smantellò un deposito contenuto in alcuni loculi del cimitero di Bresso, simulando di avere fatto brillare cinquanta chili di esplosivo ad alto potenziale nel praticello che separava il cimitero da alcuni palazzoni a sei piani densamente abitati, che non furono neanche sgombrati.

Una stronzata colossale, come qualsiasi artificiere potrà confermarvi, e da quel momento un oscuro tenente di complemento, purché tenesse la bocca chiusa, transitò in servizio permanente effettivo e fu cooptato al Comando Generale dell’Arma, da cui uscì solo per i periodi di comando non eludibili, presso una compagnia di Roma, poi al comando provinciale di Firenze, ed infine a dirigere la legione di Milano, con un epilogo a Chieti, la sua città, dove ha sede il centro che fa funzionare la nostra rete informatica alternativa, quella che ci permetterebbe, se volessimo effettuare un colpo di stato, di neutralizzare i computer di tutti gli altri, mantenendo in efficienza solo i nostri.

Sapete che vi dico? Appena scopro il suo indirizzo privato manderò ad Ilda i miei due gialli, dove certo non ho mancato di citarla.
Hai visto mai che le piacciano?

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