Nicolo Gebbia

La Terza Repubblica

Nel 1977, su mia richiesta, fui trasferito in Sardegna a comandare la tenenza di Ales, la più piccola sede di un comando d’ufficiale di tutta l’Arma: 1800 abitanti. Avevo vissuto da adolescente per tre anni a Capo Teulada, e ne ero rimasto affascinato, quasi come essere tornato agli anni della mia infanzia in Somalia, trascorsi parte a BeletUen lungo il fiume Scebeli e parte a Mogadiscio. Ales era un piccolo paradiso ambientale: se mi allontanavo di 500 metri dall’abitato trovavo le pernici che , per nulla intimidite, si mettevano in fila indiana dietro di me , e mi accompagnavano fino ad un fiumiciattolo dove le trote abbondavano, refrattarie solo ai miei ami. Se proseguivo di un paio di chilometri , alle pendici del Monte ARCI mi aspettavano i cinghiali, che credendomi disarmato( io non sono un cacciatore e loro riconoscono le canne dei fucili, non la pistola), si muovevano senza timore in mia presenza.Se poi saltavo sulla mia Montesa da trial(con la quale a Roma avevo violato tutte le scalinate possibili, compresa quella di Trinità dei Monti), in dieci minuti raggiungevo i cavallini della Giara di Gesturi, che mi divertivo ad inseguire(oggi non lo farei più). Contemporaneamente a me era stato trasferito da Livorno alla mia squadriglia antiabigeato un carabiniere paracadutista che aveva la madre in fin di vita . Quando con la sua fuoristrada passava per il paese d’origine, proprio sotto la giara, si fermava al bar ed offriva un caffè ai due colleghi della squadriglia. Una mattina mi chiamo’ il barista e mi disse che il para’ aveva lasciato sul bancone una bomba a mano senza sicura.Saltai in macchina e lo raggiunsi dopo un quarto d’ora, guidando come un pazzo. La bomba(SRCM) era lì e la sicura era stata sfilata . Il barista mi spiegò che si trattava della reazione alle battute di scherno dei compaesani nei confronti del para’, colpevole di non avere avuto le palle per fare il pastore, ripiegando sull’Arma. presi la bomba con la mano sinistra, salii in macchina e mi allontanai di qualche chilometro, lanciandola poi nel fiumiciattolo delle trote, senza stare a constatare quante ne avessi uccise.Tornato al bar diffidai il titolare dal raccontare l’accaduto, consigliandolo di far desistere gli avventori , per l’avvenire, da qualsiasi provocazione nei confronti del para’. Quanti reati aveva commesso lui e quanti io? Non li ho mai contati. Perché mi risolsi solo ad una severissima ramanzina? Il giorno prima ero stato a Cagliari, alla Legione, dove il tenente colonnello Tavormina aveva dettato a me ed agli altri comandanti di tenenza e compagnia, le paroline convenzionali che avremmo dovuto scrivere nelle informazioni dei giovani di leva comunisti o figli di comunisti, e di quelli vicini al Movimento Sociale. Lo aveva deciso il comandante del SIFAR ed il Capo di Stato Maggiore della Difesa aveva avallato.Ci fu ordinato di trascrivere a penna, e di conservare la ‘smorfia’in cassaforte. Con quale coraggio, dopo essere diventato complice di una così grave violazione della Costituzione, potevo prendermela il giorno dopo con quel povero carabiniere? Durante un’assemblea del partitino di Ingroia, qualche mese fa a Roma, ho spiegato per esteso la smorfia, invitando i più anziani fra i presenti a chiedere al comando dell’Arma dove erano residenti all’età di 17 anni, copia delle loro informazioni di leva, e successivamente chiedere contezza di quella frasetta convenzionale. Non lo ha fatto nessuno di essi, ed ho capito che di quella violazione della Costituzione non gliene frega niente a nessuno. Perché vi ho raccontato tutto questo? Perché siamo entrati nella terza repubblica, e voglio vedere se i suoi protagonisti , come sospetto, similmente agli amichetti di Ingroia , faranno finta di non avermi letto.

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