Nicolo Gebbia

Il terremoto di Messina e l’orsetto marsicano

Quando prestavo servizio a Sarajevo feci amicizia con l’ambasciatore russo.
Era un anziano signore originario di Sebastopoli che aveva due grandi passioni: la bottiglia ed il cinema neorealistico italiano.
Quando citava il film Ladri di biciclette ed il pianto del piccolo Enzo Staiola, che muove a pietà i presenti ed evita il carcere al padre, si metteva a piangere pure lui, l’ambasciatore.
Ricordo che presso l’ambasciata austriaca in occasione della Festa del Lavoro del primo maggio 2002, mentre l’ambasciatrice mi ricordava con nostalgia l’abilità del mio collega barone Georg di Pauli, che nell’ottobre precedente le aveva fatto ballare con leggiadria un valzer di Strauss, temendo di dovermi cimentare anche io e rivelarle così quanto fossi goffo, mi appartai con l’ambasciatore russo che mi raccontò una storia molto suggestiva, vissuta in prima persona da suo nonno, che era stato un nostromo della marina zarista, imbarcato sull’incrociatore Makarov, appena giunto a Messina dopo il terremoto del 1908.
Un maresciallo dei carabinieri gli aveva messo in mano un orsetto marsicano di pochi mesi ed una scimmia ammaestrata.
Il padre e la madre dell’orso, che si esibivano in quei giorni sul lungomare messinese, erano morti, insieme con la coppia di zingari che li aveva ammaestrati, e la gente, affamata, ne aveva subito fatto scempio.
Il maresciallo disse al nocchiero, in francese, che gli affidava scimmietta e cucciolo perché li portasse a bordo del suo incrociatore, salvandoli da una triste fine.
A Sebastopoli, nei giardini imperiali, fu realizzata una grande gabbia ed il nocchiero, sbarcato definitivamente, ebbe incarico di accudire la scimmietta ed il giovane orso.
L’ ambasciatore, classe 1935, ricordava ancora quando il nonno lo portava a giocare con l’orso marsicano, ormai anziano, che la gente chiamava Messina.
La scimmietta, invece, era già morta di vecchiaia.
Ma fu all’inizio della Seconda Guerra Mondiale che l’orso Messina rivisse il dramma della sua infanzia.
La città era assediata dalle truppe tedesche e da quelle rumene e la sua popolazione ridotta alla fame, tanto che qualcuno pensò che la carne dell’orso avrebbe potuto rappresentare una cospicua risorsa alimentare.
Il rapporto con il suo guardiano, però, era talmente stretto ed affettuoso, che l’uomo passava le notti presso la gabbia, vegliando su di lui, armato di un mitra Tokarev.
Come fini questa bellissima storia?
L’orso morì di vecchiaia fra le braccia del suo guardiano poco dopo la fine della guerra e fu seppellito nella nuda terra, di fianco alla gabbia, che, munita di una rete, venne riempita di pappagallini.
L’ambasciatore, quando terminò il suo racconto, piangeva come un vitello orfano, ed io stesso credo di aver versato una lacrimuccia, mentre la nostra padrona di casa, quella bella signora viennese che indossava un abito di lame’ tanto stretto da sembrare Marilyn Monroe nel film di Billy Wilder, ci guardava come fossimo stati due marziani.

Ti potrebbe interessare anche?