Nicolo Gebbia

Tentazioni monarchiche

I più attenti dei miei 25 lettori ricorderanno che una volta scrissi come i popoli più seri quando vogliono liberarsi della loro monarchia tagliano la testa al re ed uccidono il resto della sua famiglia, come fecero i francesi durante la Rivoluzione ed i russi stessi quando trucidarono lo zar, lo zarevic e tutte le granduchesse sue sorelle.
Forse sopravvisse solo Anastasia, ma è una leggenda che di storico ha poco.
Alcuni decenni fa, quando fu ritrovata la fossa comune in cui erano stati buttati quei cadaveri, per avere la certezza che si trattasse della famiglia imperiale fu necessario confrontarne il DNA con quello del principe Filippo, il marito di Elisabetta, la cui nonna era una granduchessa di casa Romanov, cosa che lo rendeva l’essere vivente più vicino a loro.
Se guardate il mio profilo Facebook vi accorgerete che mi sto avvicinando alle tremila amicizie. Non sono molto selettivo, lo ammetto, ed ieri mi è capitato come amico un travestito milanese che pretendeva gli mandassi la foto delle mie pudende, come aveva fatto lui spontaneamente con le sue.
Ha insistito molto, ma alla fine sono riuscito a fargli saltare i nervi, perché gli ho detto che le sue foto, con indosso gli zatteroni tacco 16, lasciavano intuire che egli sia piccolo di statura, e per quanto assomigli ad una donna, io ho sempre prediletto quelle alte. Arrivato a quel punto mi ha risposto che ero un vecchio rincoglionito e che fino a quel momento mi aveva preso in giro con le sue blandizie.
Dopodiché, grazie a Dio, mi ha bannato.
Se il procuratore Cartosio, che mi attenziona tanto, ha fatto registrare anche tutto ciò, a suo tempo chiederò un accesso agli atti, per controllare che non ci fosse dietro un disegno diabolico, volto a squalificarmi.
Oggi in compenso ho fatto amicizia con alto esponente dell’Unione Monarchica Italiana, il quale, dopo avere scoperto che detesto quello stronzetto che si spaccia per il nostro erede al trono, mi ha rassicurato circa il fatto che il suo movimento riconosce la continuità dinastica solo nei Savoia Aosta.
I miei lettori sanno già che ho un debole per Amedeo, il quale non è molto più intelligente di suo cugino Vittorio Emanuele, ma è un vero gentiluomo, cosa che non mi sento di dire per l’altro, con cui condivide solo una spiccata eterosessualità. In prime nozze ha sposato Claudia d’Orleans, figlia del conte di Parigi (titolo dell’erede al trono di Francia) da cui ha avuto un figlio maschio ed una femmina. Dopo avere scopicchiato a destra e a manca come il suo intimo amico Carlo d’Inghilterra, con cui in gioventù ha prediletto varie nobildonne di casa Frescobaldi, e dopo avere sparso generosamente il suo seme anche in amori ancillari quasi quanto il principe Alberto di Monaco, quando finalmente ha messo la testa a partito, dopo che la moglie troppo cornificata lo aveva lasciato, ha risposato un’aristocratica palermitana di rango minore, Silvia Paterno’ di Spedalotto, dei marchesi di Reggiovanni. Silvia è una gran donna, e da quando è al suo fianco, il comportamento di Amedeo è ineccepibile. Se avessero procreato, però,la loro prole non avrebbe potuto essere annoverata nella linea di successione sabauda, che è rigidamente contemplata nello Statuto Albertino, e che è alla base della assoluta infondatezza con cui il ballerino effeminato generato da Marina Doria va millantando le sue pretese al trono d’Italia. E papà Umberto, a suo tempo, quando il figlio si sposò con la biscottaia, glielo disse chiaramente, scrivendo anche una lettera ad Amedeo, con la quale lo designava formalmente come suo successore. Quel cazzone del figlio di Maria Jose reagì visceralmente con un provvedimento ridicolo: detronizzo’ suo padre, e ne assunse le prerogative sovrane, dichiarando decaduta anche la Consulta dei Senatori del Regno che aveva preso atto della assoluta consequenzialità di quanto determinato da re Umberto, il quale aveva semplicemente applicato lo Statuto Albertino.
Da allora, quando finalmente la Legge Costituzionale n.1 del 2002 ha consentito agli eredi maschi di casa Savoia di potere entrare in Italia, il ballerino, spacciandosi per il principe di Napoli, titolo che per ultimo ebbe legittimamente suo padre alla nascita, batte le nostre piazze, partendo proprio da quella partenopea, cercando di fare proseliti alla sua velleità di reintegrazione al trono. Egli non ha mai voluto prendere atto del fatto che il padre, nel momento in cui ha sposato la biscottaia, è rimasto solo conte di Sarre, quel titolo, fra le centinaia di cui Umberto aveva diritto di fregiarsi, da lui assunto durante il dignitoso esilio portoghese.
Quando corrispondeva con sua moglie Maria Jose’ le lettere spedite a Ginevra sulla busta portavano la dicitura: “A madame la comptesse de Sarre”. Noi addetti ai lavori sappiamo bene che quando Vittorio Emanuele fu generato, Maria Jose’ era crocerossina su una nave ospedale ancorata davanti al porto di Gibuti, durante la guerra di Etiopia. Lei, che l’agiografia repubblicana ha spacciato per antifascista, scrisse al Duce una lettera schifosamente adulatoria quando le nostre truppe entrarono ad Addis Abeba. I due poco dopo si conobbero biblicamente ed Edda Ciano raccontò anni dopo al principe Carlo Caracciolo (il fondatore con Scalfari del quotidiano La Repubblica), che sua madre Rachele aveva ricevuto le confidenze del marito, quella sera che, tornando dalla spiaggia di Capacotta, le aveva raccontato della visita ricevuta dalla principessa di Piemonte che, dopo il bagno a mare, togliendosi il costume bagnato, aveva voluto constatare personalmente quanto egli fosse virile. Non si meraviglino i più disinformati fra i miei lettori, perché Benito e Rachele erano una coppia aperta, ed anche lei non disdegnava qualche variazione sul tema, la più famosa delle quali fu rappresentata dal capostazione di Predappio. Quest’ultimo, all’epoca in cui Mussolini faceva politica a Milano prima della marcia su Roma, passava spesso le notti in quel letto coniugale, e lasciava il suo fucile da caccia appeso vicino all’ingresso, in modo che il titolare, nell’eventualità di una sua improvvisata, sapesse che il talamo per quella notte era già occupato. Della prole solo Edda, all’epoca, era tanto grandicella da rendersene conto, ed infatti, da buona figlia femmina, non lo aveva mai perdonato a sua madre.
Quando, dopo la guerra, le due donne furono mandate insieme al confino a Ischia dalla nostra repubblichetta, ci fu un avvicinamento. Accadde così che Rachele, per giustificarsi con sua figlia, accampo’ anche, fra i tanti corni da lei subiti, quell’accoppiamento balneare confessatole a caldo dal Duce, il quale si era giustificato dicendole che, se si fosse tirato indietro, l’onore dei maschi italiani sarebbe stato definitivamente compromesso agli occhi di quella principessa belga, cui era già toccata la sfortuna di dovere sposare un erede al trono gay. Il Duce – raccontò Rachele a sua figlia Edda- aveva concluso la confessione affermando che poco si era divertito perché Maria Jose’ aveva un corpo legnoso, ed un comportamento per nulla sensuale. Ma allora, vi chiederete, Vittorio Emanuele con chi è stato concepito, visto che Umberto mai salì su quella nave ospedale? A Roma circolavano due nomi, quello del duca
d ‘Aosta e quello di Italo Balbo, entrambi in visita ufficiale sulla nave durante quelle tre settimane a cui era stata circoscritta la copula procreativa.
In un colloquio con il re rachitico, addirittura ciò fu rimproverato da lui a Balbo, il quale rispose al sovrano negando l’addebito, e dichiarando che la malignità riposava non tanto sul fatto che lui avesse la fama di sciupafemmine, quanto su quello che il principe di Piemonte, fra i ben informati, aveva notoriamente la fama di prediligere i maschietti. Io sarei orientato ad escludere sia Balbo che lo stesso Amedeo, perché Vittorio Emanuele non ha nessuna delle qualità incontestabilmente ascritte ad entrambi.
C’è però l’intero equipaggio maschile della nave ospedale, e lascio a voi l’imbarazzo della scelta.
Indubitabilmente, in ogni caso, Vittorio Emanuele quando nacque era il legittimo erede al trono, visto che Umberto non ne contestò la paternità.
Il padre della patria, quel Vittorio Emanuele II dai grandi baffoni e dagli appetiti sessuali insaziabili, quando seppe dalla contessa di Castiglione che alla corte di Napoleone III le dame, sotto le crinoline, non portavano mutande esclamò: “C’est marvillous”.
Lo trovate scritto nelle memorie di Costantino Nigra.
Egli aveva infatti i sani appetiti del figlio di un macellaio toscano, che era il suo vero padre.
All’epoca Carlo Alberto di Savoia Carignano, un ramo minore che mai sarebbe salito al trono se non per la mancanza di eredi maschi del ramo principale, quando morì l’infante nell’incendio della villa dove abitavano, provocato accidentalmente dalla bambinaia, sostitui’ il pargolo in poche ore con l’unico infante del circondario che avesse esattamente la sua stessa età, tappando la bocca al macellaio per tutto il resto della sua vita con cospicue rimesse di talleri d’argento.
Sono cose che capitano nelle case reali, e Carlo d’Inghilterra sa bene che il suo secondogenito Henry fu concepito da Diana Spencer con il maggiore Hewitt ma, da quel gentleman che è, quando il parlamento britannico gli chiese la prova del DNA, rispose che dovevano accontentarsi della sua parola d’onore.
Lo stesso Henry, se ci fate caso, si è sposato solo dopo che suo fratello aveva concepito un figlio maschio, scalzandolo così dalla probabilità di diventare re se fossero morti sia Carlo che William.
Peccato che quest’ultimo l’erede al trono l’abbia concepito con una borghesuccia arrivista, che non ha neanche un’oncia di sangue blu, e che per farsi sposare è arrivata al punto di iscriversi alla stessa oscura università scozzese frequentata dal principe.
Da questo punto di vista i Savoia Aosta, seppure anche essi discendenti dal figlio del macellaio, hanno le carte molto più in regola di casa Windsor perché il figlio maschio primogenito di Amedeo e di Anna d’Orleans,
Aimone, si è sposato con Olga di Grecia, che almeno per metà è di sangue reale perché il padre Michele, della dinastia Schleswig-Holstein-Sondenburg-Gluckesburg (la stessa di Filippo d’Edinburgo), principe di Grecia e di Danimarca, l’ha concepita con la pittrice Marina Karella, dopo avere avuto l’assenso di re Costantino di Grecia, quell’assenso che invece re Umberto non aveva mai concesso al matrimonio fra suo figlio e Marina la biscottaia. Aimone, che ebbe come padrini di battesimo il re di Spagna ed il re di Grecia, con Olga, che ha sposato nel 2008 sull’isola di Patmos, già appartenente al Dodecanneso italiano, l’anno dopo ha concepito il figlio Umberto, nato a Parigi e subito gratificato dal nonno Amedeo del titolo di principe di Piemonte, quello stesso che millanta il ballerino. In segno di riconciliazione con i Borbone delle Due Sicilie, il bambino è stato battezzato da Alessandro, un sacerdote che nasce principe di quel casato. Nel secondo dei miei gialli, Toro Farnese, è proprio questo bambino che uno dei protagonisti vorrebbe sul trono di una riocostituita Repubblica Serenissima, composta proprio dalle isole dell’arcipelago ex italiano.
Premesso che Amedeo, diversamente da suo cugino Vittorio Emanuele, re lo è già stato, avendo cinto la corona di Croazia da bambino dopo suo padre, quell’ammiraglio, fratello dell’eroe dell’Amba Alagi, che fu costretto dal re rachitico a diventare re Tomislavo Secondo, e ricordando che egli è stato anche ristretto, da bambino, in un campo di concentramento nazista, mentre suo cugino scappava in Svizzera con Maria Jose’, io credo che Corrado Lancia, se fosse chiamato oggi, in tempo di Coronavirus, a giudicare chi potrebbe sedere al Quirinale con maggiore dignità del figlio di Bernardo Mattarella, forse un ripensamento su Amedeo lo avrebbe.

 

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