Nicolo Gebbia

La tentazione autoritaria

Da qualche tempo leggo con frequenza gli articoli che appaiono sulla rivista online “Il Circolaccio” , di Castelvetrano.
Faccio i miei complimenti a chi la gestisce (non ne ho l’idea) e spero che non si tratti di qualcuno, come quello di Antimafia Duemila, che ha le stimmate al pari di Padre Pio.
Premesso che ho sempre considerato quell’imbroglione di Montalcino come uno che ha preso in giro l’intera umanità tranne il Papa, ammetto che le puntuali cronache giudiziarie di Antimafia Duemila, da quando ho scoperto questa storia delle stimmate, mi lasciano sempre qualche perplessità, mentre un tempo mi affidavo ad esse come facile scorciatoia per evitare di ascoltare le intere udienze dei processi trasmesse da Radio Radicale.
Quello che mi ha colpito oggi è l’articolo relativo all’ultima udienza del processo a carico di Pino Maniaci, il giornalista di Telejato difeso dal mio amico Antonio Ingroia (peccato che la pensiamo diversamente sulla massoneria).
È emerso che la Saguto andò alla compagnia carabinieri di Partinico chiedendo “informalmente” che i militari si sguinzagliassero contro quell’impertinente che osava metterla in discussione.
Sull’articolo del Circolaccio si scrive testualmente: “Sembra di leggere una vicenda da paese in mano ai militari, tipo il Cile di Pinochet”.
Ma perché, quello che succede a Mezzojuso, fra rastrellamenti e schedature per stabilire la percentuale di sangue giudeo ( = mafioso) di ogni abitante, pensate che i carabineros do Chile lo abbiano mai fatto?
Ricordo quando ci mandai Ultimo ed il capitano Martucci.
Tornarono portandomi un medaglione che pesava mezzo chilo, dove c’era anche inciso il motto del Corpo (Patria y Orden),e mi dissero entrambi che i nostri colleghi d’oltreoceano erano “troppo garantisti”, riconducendo l’affermazione all’indagine che stavamo portando avanti tutti e tre con Ilda La Rossa, la Duomo Connection.
Secondo loro il sindaco Pillitteri e l’assessore Schemmari , se fossimo stati in Cile , i Carabineros locali si sarebbero rifiutati di sottoporli alle indagini che ci chiedevano la Boccassini ed il dottor Napoleone.
E come dare loro torto, visto che dopo tre gradi di giudizio sono risultati tutti innocenti, a partire da Pillitteri e Schemmari?
Io ho avuto sempre un atteggiamento disinvolto nei confronti delle disposizioni che mi impartivano i magistrati.
Appena arrivai a Marsala, dopo un mesetto che pranzavo quotidianamente con l’unico sostituto procuratore dell’epoca, Fausto Cardella, un giorno, dopo il dessert e prima del caffè, mi disse: “Sai quell’indagine che ho sulla refezione scolastica delle scuole elementari di borgata? Lunedì ti metterò in mano l’ordine di cattura contro il sindaco Egidio Alagna, che naturalmente eseguirai di persona”.
Io sapevo cosa c’era nelle carte, e sapevo anche quanto detestabile fosse quel pallone gonfiato ma, siccome ho sempre avuto il vizio di ritenere il popolo sovrano, gli risposi : “Lunedì ti vengo a trovare in ufficio, tu mi esponi tutti gli elementi che hai, e se mi convinci circa l’utilità delle manette, ti prometto che vado a mettergliele di persona. Se però non ci riesci, e ti impunti con l’ordine di cattura, lo farò eseguire al maresciallo Spina, che è il comandante della stazione di Marsala, quindi il paritetico di Alagna. Io invece, che ho competenza anche su Mazara del Vallo e Salemi, effettuero’ personalmente un arresto solo quando riguarderà un magistrato, o un ufficiale di grado non inferiore al mio”.
Cardella è una persona molto per bene, e capi’ dove volevo arrivare, infatti persegui’ Alagna a piede libero, e la notizia arrivò ai giornali solo molti mesi dopo.
Non ho idea di come sia finito il procedimento, ma resto convinto che fra i tanti politici intrallazzoni di Marsala, Alagna fosse un uomo onesto con l’unico difetto di sentirsi un cazzo e mezzo, come quando si paragonava al sindaco di Los Angeles, essendo quella città e Marsala “le uniche due città-territorio del mondo”.
Proseguendo nel narrare della mia disinvoltura, ricordo che ero arrivato a Treviso da un anno quando il sostituto procuratore Salvo, marsalese ed amico mio perché non gli avevo mai rivelato che era stata mia madre, presidente della sua commissione di esami di maturità, ad impuntarsi perché non gli fosse data la votazione massima di 60, secondo lei assolutamente immeritata, mi chiamò nel suo ufficio e mi disse che aveva avuto una notizia confidenziale relativa alla nuova amministrazione comunale, la prima della Lega, col sindaco Giancarlo Gentilini, uomo colorito ed ameno, noto al mondo perché aveva dichiarato che avrebbe fatto deportare tutti gli extracomunitari irregolari su “vagoni ferroviari piombati”.
Salvo era, ed è (oggi sostituito procuratore generale a Venezia) uomo di sinistra, detestatissimo dal procuratore della Repubblica di Treviso dell’epoca, Giancarlo Stitz, che non sopportava la scorta di cui egli godeva, perché asseritamente sottoposto a minacce mafiose quando era sostituito nella sua città.
Egli è il principale rappresentante della cultura del sospetto che io conosca, ed una volta si vanto’ con me che c’era stata un’epoca in cui aveva ritenuto corrotto anche Paolo Borsellino, contestandoglielo, col relativo vaffanculo di risposta.
Mi confidò, comunque, che grazie a Dio si era ravveduto prima di via D’Amelio, e Borsellino aveva accettato le sue scuse.
Stitz se ne voleva liberare per “incompatibilità ambientale”, perché aveva saputo della sua relazione extraconiugale con una giovane avvocatessa che portava la quinta misura di reggiseno.
Mi fu affidato l’incarico di farlo pedinare “informalmente” , per fornirgli le prove che egli si recava ai congressi carnali con l’avvocatessa sull’auto blindata della scorta.
Io ho voluto molto bene a Stitz e molto meno a Salvo, ma era una porcheria che non gli potevo fare, per cui lo misi in guardia, e lui seppe come comportarsi.
Per inciso, l’avvocatessa è l’attuale moglie del sostituto procuratore generale, mentre quella precedente, cui va tutta la mia simpatia, da ottima siciliana tradita, ha subito anche un processo perché, fantasiosamente, pubblicava su riviste pornografiche presunte foto della sua rivale, che si diceva disposta ad orge di vario tipo alla presenza del suo compagno Beppe, e forniva il proprio telefono cellulare.
Devo dire che quando l’avvocatessa denunciò di ricevere centinaia di proposte telefoniche porcellone, io dentro di me pensai : “Ben ti sta, chi la fa l’aspetti!”.
Come fini’?
Con una blanda condanna della prima moglie, incensurata, e con il black-out informativo che si auto-imposero tutti i giornalisti.
Però faccio un passo indietro e torno alla richiesta che mi fece Beppe Salvo poco dopo che il leghista Gentilini era diventato sindaco, ed aveva scelto come assessore ai lavori pubblici un noto urbanista titolare di cattedra alla facoltà di architettura di Venezia.
Due volte la settimana l’assessore si faceva accompagnare dalla macchina di servizio del sindaco fino a Piazzale Roma, dove lo aspettava un motoscafo dell’università.
Beppe mi mise in mano un decreto di osservazione, controllo e pedinamento della durata di quindici giorni per incastrare l’assessore ed il sindaco, in flagranza di peculato d’uso.
Uscendo dalla procura andai direttamente da Gentilini e gli feci leggere il decreto, suggerendogli di prendere a calci il barone suo assessore.
Perché l’ho fatto?
Perché trovavo sleale fottere un’amministrazione votata dal popolo ed appena insediata, per quello che consideravo un peccato veniale.
Per inciso, negli stessi mesi il Consiglio Superiore della Magistratura stava esaminando il caso del magistrato Gianfranco Candiani che ogni giorno si faceva accompagnare con la macchina di servizio da casa sua a Treviso al palazzo di giustizia di Vicenza e viceversa, compiendo un peculato d’uso di 150 chilometri al giorno, che durava indisturbato da un paio d’anni.
Candiani si ebbe solo una censura e, per agevolarlo, visto che Stitz era appena andato in pensione, lo nominarono procuratore della Repubblica di Treviso,dove naturalmente si spostava da casa in ufficio e viceversa sempre con l’auto di servizio.
Ora però sono stanco, e del successivo capitolo relativo agli appartamenti privati di pregio occupati dai magistrati con pigioni assolutamente irrisorie, vi parlo un’altra volta, se nel frattempo non mi avranno arrestato.
Torno comunque alla mia tesi iniziale, volta a tutelare il prestigio dei Carabineros do Chile, che abbiamo inventato noi carabinieri italiani poco più di un secolo fa, ma che non sono mai caduti in basso quanto noi, neanche ai tempi di Pinochet.

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