Nicolo Gebbia

Spigolature

Mio nonno, con quella curiosa bizzarria del fato che tante volte ho incontrato anch’io che porto il suo nome, nel corso della sua vita conobbe sia Ernest Hemingway che Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Accadde durante la prima guerra mondiale, quando il nonno partì volontario, come capitano medico, e fu mandato a dirigere l’ospedale da campo di Crocetta del Montello (all’epoca si chiamava Crocetta Trevigiana). Egli si recava spesso presso il grande Ospedale Militare di Treviso, e fu lì che una volta incontrò Hemingway, mentre ne osservava l’ambulanza da lui guidata, attirato da un particolare che ancora da vecchio raccontava, commentando la grande ricchezza degli Stati Uniti rispetto alla nostra povertà: sia le ambulanze italiane su telaio FIAT, sia quelle americane su telaio FORD, avevano appeso nella parte posteriore un barile di acqua potabile.
Nei mezzi italiani c’era un piccolo foro con un tappo di sughero, mentre quelli d’oltreoceano avevano un rubinetto di bronzo. Interloquendo con Hemingway, mio nonno, che non parlava inglese, usò il latino, ma si accorse che lo scrittore ne aveva appena una vaga infarinatura. Decisero così che l’americano avrebbe insegnato al siciliano l’inglese, imparando invece da lui il latino di Giulio Cesare, quello che il nonno preferiva.
Dopo la prima lezione, però, Hemingway fu ferito e spedito all’ospedale americano di Milano, e così sono io il primo Nicolò Gebbia che ha una discreta infarinatura nella lingua di Shakespeare. Come invece sia andata con Tomasi di Lampedusa, il nonno non me lo ha mai raccontato. Quando ero bambino e vivevo a Santa Marinella, durante le mie trasferte palermitane il nonno mi portava a prendere il gelato in centro, da Mazara, e ricordo che incontravamo sempre, seduto ad un tavolino, quel signore che tanto mi incuriosiva, perché aveva almeno due libri aperti davanti a sé ed alternava in continuazione due paia di occhiali, mentre annotava i libri o prendeva appunti su un grosso blocco notes. Si salutavano sempre con molto calore, e gli fui anche presentato come “mio nipote Sergio”. Il nonno, infatti, non aveva mai creduto che fossi stato battezzato Nicolò, con il Sergio dopo una virgola. Ogni 23 febbraio mi mandava un vaglia telegrafico indirizzato a Sergio Gebbia, e papà impazziva per farselo cambiare. Ricordo che quando entravamo nel locale, il nonno salutava Tomasi dicendogli “Addio principe” e lui gli rispondeva con “Addio dottore”.
Preciso per i miei 25 lettori che in italo-siculo arcaico quell’addio corrisponde all’attuale ciao.
Una volta chiesi al nonno che genere di principe fosse e dove lo avesse conosciuto. Lui mi rispose espressamente che si trattava del principe di Lampedusa e che lo aveva conosciuto “al fronte”.
Negli anni successivi ho approfondito, per quanto mi è stato possibile, la biografia dell’autore del Gattopardo. Alla fine ho maturato un’ipotesi maliziosa, correlata a tutti gli artifizi e raggiri che la principessa Tasca di Cutò, sua madre, aveva posto in essere per evitare che venisse richiamato. Secondo me il nonno aveva conosciuto lo scrittore all’Ospedale Militare di Treviso durante un ricovero, successivo al richiamo, non potuto evitare, e volto a farlo riformare. Evidentemente, però, il sergente allievo ufficiale Giuseppe Tomasi alla fine dovette affrontare il nemico, tanto da venirne fatto prigioniero. E qui si apre la pagina più misteriosa nella biografia dello scrittore, mai voluta chiarire. Egli ricorda i soldati austroungarici che lo tradussero in prigionia come “due giganti bosniaci”, ma nulla ci racconta circa la sua misteriosa fuga, che lo ricondusse in libertà, senza comunque che fosse costretto a proseguire la guerra fino al suo esito finale. Se ci fosse qualcosa di commendevole, malgrado il carattere schivo dello scrittore, noi certamente lo avremmo saputo. Mi sono convinto, invece, che la principessa Tasca, notoriamente l’amante prediletta di Ignazio Florio, abbia usato le ricchezze di quest’ultimo, e forse anche le proprie virtù muliebri, per corrompere tutti coloro che consentirono l’invereconda fuga.
Come diceva Giulio Andreotti: ” A pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca quasi sempre”.

Ti potrebbe interessare anche?