Nicolo Gebbia

Spadolini ed io

L’ho conosciuto quando comandavo la compagnia di Marsala, in occasione delle elezioni politiche che si tennero nel giugno 1983.
La città era letteralmente ridondante di bandierine italiane collocate dal sindaco socialista Egidio Alagna perché l’indomani doveva arrivare il Presidente del Consiglio Bettino Craxi .
Lui aveva ricoperto analogo incarico dal giugno 1981 al dicembre 1982, il primo non democristiano del dopoguerra.
Sfruttava tutte le prerogative protocollari di chi aveva rivestito quella carica, che sono tante, e lo ricordo come il più grande cafone che io abbia mai incontrato.
Con la scusa che la sua posizione politica filo-israeliana aveva prodotto ben 77 progetti di attentato nei suoi confronti, godeva di una scorta di massima sicurezza. Salii in macchina al suo fianco perché lo dovevo portare nel centro storico, dove la locale sezione del Partito Repubblicano aveva organizzato nientepopodimeno che un concorso botanico per premiare chi avesse coltivato il fiore più bello. Craxi la mattina successiva avrebbe dovuto porre la prima pietra del Monumento ai Mille, sul lungomare, e la città era già piena di transenne. Lui me ne chiese contezza, ed io, prudentemente, gli risposi che esse erano state poste lì per lui, e che le avremmo sfruttate successivamente anche per Bettino, spiegandogli la storia della prima pietra.Mi rispose: “Non capisco perché questi socialisti celebrino tanto l’impresa di Garibaldi. A loro sarebbe più consono Cristoforo Colombo, che non sapeva dove andava, e comunque viaggiava a spese dello Stato”.Mi toccò simulare una risata per quella vecchia battuta e, finalmente, vidi uno sguardo di benevolenza nei miei confronti. Ma una risata vera, che invece dovetti nascondere, volgendogli le spalle ed allontanandomi da lui, la feci quando arrivammo davanti all’antico palazzo dove era stato organizzata la mostra di floricoltura: alcune maestre repubblicane avevano fatto affluire i loro alunni di prima e seconda elementare, che circondarono festosamente Spadolini, finché uno zelante brigadiere del Radiomobile, impugnando la sua paletta, cercò di spostare i bambini che impedivano al grand’uomo di procedere.
Fu allora che urlò: “Fermi! Cosa fate? Lasciate che i bambini vengano a me!”.
Ebbi la fortuna che non se ne accorse, perché quell’attacco di “sivo ” che mi prese ( in siciliano = risata compulsiva) non ebbe testimoni, se non i bambini stessi.Perché il personaggio era vendicativo, molto vendicativo ed enormemente suscettibile.Comunque, come Dio volle, riuscii a liberarmene quando prosegui per Trapani
Per inciso, io fui fortunato, perché l’orario mattutino della visita non coincise con alcun telegiornale: l’anno prima, ancora Presidente del Consiglio, Spadolini era stato invitato a pranzo dalla principessa di Gangi, amica di mia madre. In quei saloni, resi famosi dal ballo del Gattopardo del film di Visconti, lui era seduto ad una tavola imbandita esattamente come lo era stata nell’ottobre dell’80 per la Regina Elisabetta, e siedeva a capotavola, mentre, di fronte a lui, aveva la padrona di casa, distanziato da una ventina di posti. Quando la principessa Stefanina vide che Spadolini continuava ad assentarsi, alla terza volta gli chiese se avesse qualche problema di salute e lui, candidamente, le rispose che cercava di non perdersi il telegiornale delle 13.30 perché doveva controllare se fosse stato inserito un servizio che parlava di lui.Ne ebbe in risposta una battuta fulminante che, giura mia madre, lo fece arrossire: “Presidente, se avessi conosciuto prima questo suo vezzo, l’avrei fatta pranzare in cucina con la servitù. Lì c’è una televisione sempre accesa!”.
Quel Natale, poco prima che il suo governo cadesse, lo aveva trascorso a Beirut, ospite del nostro contingente militare.L’aeroporto internazionale era chiuso da una settimana a causa delle bombe siriane lanciate dalla valle della Bekka’, che avevano reso la pista impraticabile.Il mio collega Davide Bossone, con la sua compagnia di carabinieri paracadutisti, ebbe l’ordine di tenere aperto l’aeroporto e presidiare la pista perché vi doveva atterrare un Hercules C130 della quarantaseisima aerobrigata di Pisa, con”corrispondenza urgente ed indifferibile da consegnare personalmente al Presidente del Consiglio”.
Quando Davide si avvicinò all’aereo, il pilota aprì il finestrino e gli lanciò una cartella di pelle. Bossone chiese allora cosa ci fosse dentro e si sentì rispondere, mentre l’aereo imballava i motori per decollare subito, : “Panorama, l’Espresso e tutti i quotidiani di oggi”.
L’unica sua reazione consistette nel fatto che la borsa venne da lui affidata ad un giovane carabiniere di leva che ebbe l’ordine di consegnarla, con tutto lo scarso garbo per cui era rinomato, dicendo in romanesco: ” A Preside’, qua ce so i giornali!”.
Poco prima che lasciassi Marsala Spadolini venne a Pantelleria, da ministro della Difesa, in occasione della “tre giorni aerea” organizzata dall’aeronautica militare.
Non era la prima volta, e seppi che, durante la visita precedente, aveva cercato nell’unica cartolibreria dell’isola un libro a sua firma, per farne omaggio al sindaco repubblicano di Pantelleria, incazzandosi molto perché non ne aveva trovato neanche uno fra i tanti da lui pubblicati
Io, previdente, comprai a Marsala un suo vecchio tascabile Longanesi da titolo “Il Tevere più largo” e lo feci avere al cartoĺaio, che poi mi raccontò del sorriso e del buffetto di compiacimento provocato nel grand’uomo quando scoprì che ce n’era una copia vergine proprio lì, dove meno se lo aspettava.
Ma solo i più vecchi di voi coglieranno per intero l’umorismo della scena che sto per descrivere.Bisogna ricordare una famosa vignetta di Forattini che ritraeva Spadolini in costume da bagno con un cappellino bianco in testa ed una ciambella gonfiabile per le mani.
Fu esattamente in tal guisa che lo vedemmo arrivare alla piscina dell’albergo Mediterraneo ed io ebbi l’ordine di fare allontanare tutti gli altri ospiti, perché il presidente doveva immergervisi da solo.
Eravamo all’ultima settimana di agosto, e voi immaginate quanta impopolarità tutto ciò mi costò ma, contemporaneamente, la scena aveva del surreale, con il personale del Reparto Operativo, in borghese, che presidiava la piscina, volgendole le spalle, mentre io, in uniforme (berretto, giacca e cravatta), ebbi il privilegio di aiutarlo a scendere la scaletta, consegnandogli poi la ciambella che mi aveva affidato.
Rimase in acqua circa venti minuti, mentre gli raccontavo la storia antica dell’isola a partire dai Fenici.
Alla fine della “tre giorni” si fece portare in auto a Mazara del Vallo, dove, all’interno dello stadio comunale, avrebbe preso un un elicottero della Marina Militare che doveva condurlo a Lampedusa.
Il velivolo però era troppo grande per il piccolo stadio e così fu deciso di spostarci al molo del Porto Nuovo.
Questo contrattempo lo indispose molto, e disse al mio comandante provinciale, che gli aveva confidato del suo prossimo trasferimento a Milano,: “Caro Serva, se fra dieci minuti non sono in volo, lei Milano se la scorda”.
Fu così che ci inoltrammo nel traffico caotico di Mazara a sirene spiegate, preceduti da due motociclisti.
L’elicottero, un enorme velivolo con il radar per la sua funzione di soccorso che sembrava come un pugno che fuoriuscisse dalla carlinga, con lo spostamento d’aria delle sue pale fece due vittime. Casco’ a terra una moto dei nostri carabinieri di scorta, rovinandosi il serbatoio sul pietrisco, e casco’ a terra anche l’amanuense di Spadolini.
Si trattava di un ometto pagato dalla Presidenza del Consiglio ed iscritto all’ordine dei giornalisti che aveva un solo incarico, cioè stenografare ogni parola pronunciata dal Presidente del Consiglio, come fosse stato un principe medievale.Il colonnello Serva, allora, tirò fuori il suo fazzoletto bianco e lo aiutò a ripulirsi la faccia mentre Spadolini, salendo sull’elicottero, gli disse amleticamente: “Milano? Vedremo…”.
Quando finalmente i due elicotteri (ce n’era pure uno di scorta) si furono allontanati, io dissi a Serva: “Per fortuna non sapeva che sono stato trasferito a Milano anche io!”.
Ma lui mi raggelo’, replicando: “Col cazzo che ti faccio partire, se revoca il mio trasferimento”.
Finalmente, quindici giorni dopo, arrivò l’ordine esecutivo del mio movimento. Trascorsi le ultime 48 ore nascosto all’Hotel CAP3000, per evitare che il sindaco Enzo Genna mi consegnasse il diploma di cittadino onorario, che consideravo, e tuttora considero, un vero e proprio marchio d’infamia, malgrado continui a volere bene alla città ed a tanti onesti marsalesi. Anni prima avevo arrestato l’enologo Montalto per associazione a delinquere finalizzata alla produzione di alcol in contrabbando, e Genna, suo genero, era il principale sospettato di un anonimo subito dopo inviato al Presidente della Repubblica contro me e Canale in cui ci accusavano di violenze sessuali ripetute contro una minorenne. La responsabilità di Genna rimase solo un sospetto, mentre non potrò dimenticare la telefonata che Canale ascoltò in diretta dal tribunale quando facemmo irruzione negli stabilimenti Montalto alla ricerca dell’alambicco . Il delinquente ,chiamando l’avvocato:”Cha ci sunno i sbirri, chi fazzu?” E l’avvocato: “Sono finanzieri?”Alla risposta negativa, replicò:”Sono poliziotti?” La risposta fu:”No, sono carabinieri”. E l’avvocato, rassegnato disse:”Allora non c’è niente da fare.”
Nel settembre 1986 quando sbarcai a Genova, e con la mia Golf Cabriolet finalmente superai il Po, diretto all’agognata Milano, mi fermai sulla corsia d’emergenza, ed inginocchiandomi come un musulmano , baciai l’asfalto.
Si trattava di un momento che aspettavo dal settembre del 1977, 9 anni prima, quando ero stato destinato alla tenenza di Ales in Sardegna.
Diciassette anni dopo, nel 2002, da Sarajevo come un coglione chiesi di andare a comandare il Reparto Operativo di Palermo perché il Metropolita ortodosso mi aveva rivelato dove avrei trovato Provenzano. Che ingenuo!Tuttavia, tornando all’86, anche a Milano mi attendeva la persecuzione di Spadolini.

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