Nicolo Gebbia

Spadolini ed io. Parte II

Giunto a Milano, nel settembre 1986, mi ritrovai addirittura a ricoprire due diversi incarichi, entrambi in Tribunale: ero il responsabile dell’Aliquota Carabinieri presso il Centro Specializzato di Polizia Giudiziaria ( già Centro Anti-Sequestri) ed il Vice- Comandante del Nucleo di Polizia Giudiziaria dei Carabinieri, con il Tenente Colonnello Antonio Chirivi’ che ne assunse il comando, venendo da Como, dove era stato Comandante Provinciale per tre anni.
Fu lui che mi scrisse nelle note caratteristiche che ero capace di “sintesi geniale” e che scrivevo in un italiano “elegante ed avvincente “.
Uomo di rara serietà professionale ed onestà intellettuale aveva un solo difetto: gli piacevano le belle donne, mentre ne aveva sposato una che era solo molto intelligente.
Ogni mattina veniva a trovarlo in bicicletta, verso le 10.30, la bellissima contessa di Cremnago, ed i due scomparivano fino alle tre del pomeriggio. La prima crisi che dovetti affrontare fu il furto della bicicletta che la bella nobildonna assicurava con un piccolo lucchetto alle rastrelliere intorno al tribunale.
La cercammo per due settimane ed alla fine ne acquistai una uguale, che la contessa fece finta fosse la sua, strizzandomi l’occhio, perché aveva capito che dal momento del furto, Chirivi’ mi faceva condurre una vita infernale.Il dramma fu quando, in occasione della prima della Scala, ignoti si introdussero nell’appartamento dei conti di Cremnago, rubando i gioielli che la padrona di casa aveva ritirato dalla cassetta di sicurezza in banca, per indossarne una parte, da esibire nel suo palco gentilizio.
Io, allupato dalla gonna di pelle con profondo spacco indossata dalla contessa, mi calai da una grondaia e passai da un balcone all’altro, col rischio di cascare giù dal quarto piano, perché quella era la strada che, secondo Chirivi’, aveva fatto il ladro, ed io volli dimostrare che aveva ragione.
Quando però la contessa esclamò: ” Capitano, lei ha un coraggio che rasenta l’incoscienza!” , e Chirivi’ mi guardò torvo, capii che dovevo tornare nell’ombra. Il momento più difficile, tuttavia, fu alla fine dell’anno scolastico, quando la signora Chirivi’, che era restata a Como per fare affrontare la maturità scientifica alla figlia, si trasferì a Milano nell’appartamento assegnato a suo marito presso la compagnia di Porta Monforte.
Infatti il piantone le disse: “Io la conosco bene la moglie del colonnello, e non è lei!”.
Tuttavia la signora doveva avere lunga consuetudine al vezzo del coniuge, perché la tempesta non durò più di una settimana, mentre le ricerche dei gioielli erano ancora in corso quando lasciai il tribunale, per andare a comandare la sezione omicidi e rapine di via Moscova. Cosa era successo? Il trasferimento era stato preteso dal
Il nuovo comandante della Legione che considerava sprecate in tribunale le mie virtù investigative. Borrelli non mi voleva mollare, ma la ebbe vinta il colonnello Luigi Nobili, un cazzutissimo sardo che vantava l’amicizia personale del Presidente Cossiga, tanto che quando, da comandante della Legione di Padova aveva schiaffeggiato un appuntato, il Presidente lo spostò a Milano, dove scalzo’ il colonnello Vannucchi ,
che fu trasferito alla Divisione Pastrengo.
Vannucchi era un grande tombeur de femmes ed ammirava sempre le mie cravatte di Hermes, tanto che una volta me ne tolsi una dal collo e gli chiesi di scambiarla con la sua.
Poi gli dissi: “Se volessimo scambiarci anche le fidanzate, credo che questa volta sarei io a fare un affare”.
Non so come mai, ma la battuta fece il giro di tutta l’Arma e da allora, con sommo rammarico, il ricordo del mio soggiorno a Milano è rimasto legato più alle fidanzate che ho frequentato che non alle indagini che condussi.
Ce n’era una, in particolare, bella, alta e palermitana, che era anche stata allieva di mia madre al ginnasio, il cui marito, quando finalmente nacque il loro unico bambino, ricevette questa lettera anonima: “Tuo figlio è stato concepito in via Moscova “.
Non era vero, ma lei , anni dopo, mi raccontò che, appena partorito, aveva dovuto giurare su quanto aveva di più caro (il padre, famosissimo giornalista), che il bambino fosse proprio stato generato da chi gli forniva un cognome.
E vengo a Spadolini. Io avrei avuto diritto ad occupare un appartamento in Corso Sempione, che era stato invece assegnato ad un collega, coniugato con prole, il cui incarico non prevedeva l’alloggio di servizio.
L’aiutante maggiore della Legione, Razza, inteso culo di pietra (diciott’anni consecutivi di permanenza a Milano), mi disse con protervia che il massimo concessomi sarebbe stato una stanza con bagno presso la foresteria ufficiali, in via Vincenzo Monti, e dovetti sistemare tutti i mobili che avevo a Marsala in un magazzino.
Presso la stessa foresteria dormiva Spadolini, occupandone tre stanze, una per sé, una per il suo segretario ed una come magazzino, pieno di tutti i quadri che gli erano piaciuti e che i precedenti proprietari gli avevano dovuto donare spintaneamente.
Lui, ancora ministro della Difesa, aveva in affitto un appartamento a Milano in cui tornava quasi sempre per il fine settimana. In funzione del famoso attentato palestinese sempre previsto e mai verificatosi, dovevamo presidiare quell’appartamento h/24, con una alfetta sempre parcheggiata davanti al portone. Fu così che il comandante della Legione propose al grand’uomo di venire presso la nostra foresteria, all’interno della caserma Montebello, in via Vincenzo Monti.Per noi sarebbe stato un affare. Il segretario non era più il piccolo amanuense che avevo conosciuto a Mazara del Vallo, al quale era riuscito, finalmente, di svincolarsi e restare a Roma come funzionario del SISDE, da cui lo aveva fatto assumere lo stesso Spadolini quando era Presidente del Consiglio.
Ora l’incarico era ricoperto da un certo dottor Pomito, biondo, alto un metro e novanta e palesemente gay.
Nella sua stanza Spadolini si era fatto mettere un letto a due piazze d’ottone e, per propiziarne il sonno, Pomito doveva somministrargli un blowjob, come scoprimmo sistemando per quache tempo una piccola telecamera nascosta.La dritta ce l’aveva data il comandante provinciale di Aosta, Claudio Catarsi, che li aveva sorpresi dal buco della serratura, informando subito tutta l’Arma. Quando il grand’uomo era nostro ospite, cenava da solo in una saletta della mensa ufficiali, al pianterreno, nei cui locali entrava senza salutare noi, che eravamo i padroni di casa, e che prendemmo ad ignorarlo con altrettanta villania.Sedeva a tavola da solo ( non ho mai capito di cosa si nutrisse Pomito) e cenava esclusivamente con mezzo chilo di prosciutto di Parma, accompagnato da tre enormi mozzarelle di bufala, tutta roba che la mensa doveva acquistare da Peck , dietro sue precise indicazioni.
La mattina poi, quando c’era lui, bisognava affrettarsi a fare colazione alla bouvette, perché altrimenti non ci lasciava neanche una brioche.
La sua scorta era capeggiata da un capitano di cui si innamorò.
Il collega sposò in quei mesi la cassiera del bar che si trovava davanti al comando della Divisione Pastrengo, in via Marcona. Una tale caduta di stile era stata punita con il trasferimento in Calabria, ma lui si rivolse al suo innamorato e fu mandato in una ambita sede a Cassano d’Adda.
Al suo posto fu prescelto Davide Bossone, ancora più bello, ma molto meno disponibile.Fu così che una mattina, ad una disposizione impartitagli arrogantemente da Pomito, Bossone gli mise la mano destra al collo, lo sollevò e, sbattendolo al muro, gli disse: “Ma lei chi cazzo è? Cosa mi rappresenta? La prossima volta che mi rivolge la parola la prendo a schiaffi!”.Come sempre, nell’Arma, incidenti del genere si finge che non siano accaduti, anche perché noi, amici di Bossone, lasciammo intendere che la telecamera aveva non solo mostrato, ma anche registrato le consuetudini che vi ho riferito.
Non era vero, ma fu sufficiente.
Da quel momento Spadolini ebbe un sottufficiale come capo-scorta e lo cambiammo spesso, in modo che non facesse in tempo ad innamorarsene.
Quando, poi, non fu più ministro della Difesa e prima che diventasse Presidente del Senato, un esposto anonimo fu inviato inviato al Quirinale, e vi si chiedeva contezza di quelle tre stanze occupate presso la nostra foresteria.
Pasticciammo le carte, riducendo le stanze a due (quella trasformata in magazzino non venne considerata) e dimostrammo che, durante gli effettivi pernottamenti, lui pagava 2.700 lire per la propria ed altrettante per quella del segretario.
Un’altra difficoltà che dovemmo superare fu quella di trovare un carabiniere autista anoftalmico che guidasse la sua Lancia Gamma, perché le pernacchie erano all’ordine del giorno.
Lui poi, la mattina, salito in macchina, pretendeva che essa si muovesse solo dopo che aveva letto i titoli dei quotidiani.
L’autista, però, teneva il motore acceso per fare funzionare il riscaldamento ed ogni tanto dava un’accelerata, a vuoto, per evitare che si spegnesse.
Puntualmente, ad ogni accelerata, Spadolini gli diceva: “Va’ piano, rallenta”.
Ancora da ministro della Difesa decise di partecipare alla messa di mezzanotte, per Natale.
Il comandante della Legione lo aspettava all’ingresso della caserma Montebello, con la guardia schierata, come previsto dalle norme protocollari.
In chiesa c’erano le nostre famiglie ed a mezzanotte e mezza il cappellano militare si ruppe i coglioni, cominciando ad officiare il rito.
Quando Spadolini finalmente arrivò, eravamo già oltre l’Elevazione, e lui ci rimase malissimo.
Fu lì che ebbi una trovata diabolica, figlia delle esperienze maturate a Marsala.
Dopo la messa era previsto, presso il refettorio della truppa, una distribuzione di fette di panettone ricoperte di cioccolata calda fondente.
Io trovai una ventina di carabinieri abbastanza alti e belli, e recuperati dei fogli protocollo a righe,li convinsi che dovevano chiedere tutti un autografo al ministro , subito scimmiottati da mogli e bambini.
Alla fine Spadolini era così contento che andò a dormire facendo anche a meno del solito servizietto orale, come constatammo dalla telecamera ancora nascosta.
C’era poi un un altro vezzo che aveva , e che mi fa sorridere dei voli di stato imputati a Renzi ed a Salvini.
Lui arrivava il sabato nell’area militare dell’aeroporto Forlanini, con un aereo, e Craxi con un altro aereo.
Appena sceso si premurava di redarguire il colonnello dell’Aeronautica responsabile: “Badi che qui ci posso atterrare solo io, Craxi deve usare l’area civile!”.
Alle volte, la domenica, faceva un salto al mercatino numismatico che veniva allestito nelle strade attorno a piazza Borsa.
Interessato ad una moneta celebrativa dell’impresa di Garibaldi con i suoi Cacciatori delle Alpi, durante la Terza Guerra d’Indipendenza, sentii dire al commerciante che l’unica altra moneta uguale l’aveva comprata Craxi la domenica precedente.
Spadolini allora chiese se Bettino l’avesse pagata ed avutane conferma disse: “Allora si trattava di un sosia”.
Lui, comunque, comprò la moneta imponendo il 75% di sconto, e questo l’ho visto e sentito personalmente.
Durante la Duomo Connection, e successivamente anche con Mani Pulite, il comandante della Legione Corinto Zocchi, come raccontato in un precedente articolo, quando andava ad ossequiarlo all’aeroporto, gli portava fotocopia degli atti di polizia giudiziaria che avevamo compilato durante la settimana.Non dovete scordare che in tutti quegli anni Spadolini rimase anche consigliere comunale di Milano.
Il giorno che, per un voto, non fu confermato Presidente del Senato, io assistevo alla diretta televisiva, e quando fu spogliato il voto decisivo, quello che attribuiva la Presidenza a Scognamiglio, vidi la sua faccia deformata da una smorfia di dolore.e
Compresi che sarebbe morto da lì a poco, come effettivamente accadde.
Ma anche in tale circostanza è riuscito a scippare una sepoltura che non gli competeva, a San Miniato, fra i grandi d’Italia, come lui assolutamente non è stato.
Voi che ne pensate?

Ti potrebbe interessare anche?