Nicolo Gebbia

Le sorelle Napoli e l’eunuco -una montagna di bugie-

“La mia attività come imprenditrice agricola inizia nel 1998, da quando un’ischemia cerebrale costrinse mio padre su una sedia a rotelle per 10 lunghi anni. Mi sono ritrovata, a soli 23 anni, con un’azienda di 90 ettari da gestire. E … credetemi, non è per niente facile! Soprattutto il primo anno: trovarsi da studentessa ad imprenditrice è stato proprio difficile, ma con l’aiuto di Giovanni Crispiniano, il signore che lavora con la mia famiglia da 37 anni e che tutti in paese ricordano, di mio zio Nino Napoli, che mi ha istruito su sementi, tumuli, salme, e quant’altro necessario per immettermi nel sapere contadino e, soprattutto, alla mia forza di volontà, sono riuscita a portare avanti la mia azienda. Il primo anno pensate che ho seminato 5 salme di terreno e mi sono rimasti 17 sacchi di sementi … Vi lascio immaginare che cosa ho raccolto! Dal secondo anno in poi mi sono fatta una vera cultura, ho studiato su testi di agraria e, addirittura qualche anno, sono riuscita ad avere produzioni di frumento molto alte. Entrare, da donna, in un mondo come quello dell’agricoltura, in una realtà come quella di Mezzojuso, è stato difficilissimo. I primi tempi sono stata criticata tantissimo, ma io, caparbia come sono, non ho ascoltato nessuno, sempre dritta per la mia strada!

Senza dubbio quello che stavo cercando di realizzare, gestire un’azienda agricola da sola, era qualcosa più grande di me, ma ora che ci sono riuscita per me è una soddisfazione grandissima.

Anche oggi, non è che abbia risolto tutti i problemi ma … posso dire di essere riuscita ad affermarmi e farmi tenere in considerazione … anche dai miei colleghi, tutti uomini … che da qualche tempo mi chiedono pure consigli sulle sementi, sul fieno che produco, sul meccanico.

Altra cosa che ho sperimentato è la grande disponibilità da parte di tutti i compaesani imprenditori nei miei confronti , che per questo ringrazio calorosamente.

Pensare che ci sono voluti 11 anni per arrivare a questi risultati. Certo me ne sono capitate di tutti i colori, alcune proprio nere, altre più variopinte, come quando un commerciante, che doveva acquistare il fieno e chiedeva di contrattare con mio marito, alla notizia che non ero sposata ha chiesto almeno del mio fidanzato, sconfortato dall’assenza pure di quest’ultimo mi ha detto:

“ma io mai n’haiu fattu prezzu ri fenu cu na femmina!”. “Ci cominci da oggi!” è stata la mia risposta. Altro aneddoto che posso raccontarvi è quello del radiatorista che per pulirmi il radiatore del trattore mi ha chiesto 25 euro, ed io gli ho detto: “Come 25 euro? Al mio amico con 20 euro gli hai pulito il radiatore della trebbia, che è per quattro volte quello di un trattore, e ne vuoi 25 da me per il radiatore del trattore?” Sapete qual’ è  stata la sua risposta: “Si fimmina, però si furba! Dammi 10 euro va!” quasi legittimato dal mio sesso a prendermi in giro. Insomma fra alti e bassi ho cercato di rinnovare la mia azienda che gestisco con tanto amore quasi come fosse una figlia da far crescere nel migliore dei modi. Il sogno della mia vita era quello di rinnovare il suo parco macchine, e, finalmente quest’anno, grazie anche al contributo del 50% della spesa da parte della Regione Siciliana ci sono riuscita: ho acquistato un trattore da 130 CV e la relativa attrezzatura. Ringrazio tutte le persone che mi hanno aiutato a realizzare il mio sogno: mia sorella Ina, gli Impiegati dell’Ispettorato Agricoltura e Foreste per l’istruttoria della pratica e… soprattutto devo ringraziare la mia forza di volontà, che mi aiuta tanto e in tutto.

Acquistare il trattore è stata un’odissea, come impegno economico, dal punto di vista burocratico e per la scelta delle sue caratteristiche tecniche. E questo lo sanno bene tutti i miei amici che torturavo quando ero in preda a mille difficoltà . Li voglio ringraziare per la loro pazienza e per avermi ascoltata e consigliata nel migliore dei modi. Per svolgere la mia attività mi ritrovo a stare in giro intere giornate e soprattutto ad avere a che fare con tantissime persone. I miei impegni di lavoro non mi sottraggono comunque da tutte le cose che caratterizzano il quotidiano di una ragazza. Ci sono dei periodi in cui sono tantissime le cose da fare e arrivo veramente distrutta.

Immaginatevi la semina, la fienagione, il raccolto… lavori già parecchio duri per un uomo! Che le cose da fare sono tantissime lo sa anche Francesca, alla quale chiedo scusa per tutte le volte che ho rimandato l’appuntamento per le notizie relative alla mia attivita, la ringrazio di avere insistito e la ringrazio soprattutto per la sua pazienza. Ma nonostante cio sono veramente felice di fare il mio lavoro.

Mi auguro di avere sempre questa voglia di fare e quest’ottimismo, spero proprio che non mi abbandonino mai perché mi aiutano tantissimo”.

Quello che avete letto fin qui, fu dichiarato 10 anni fa da Irene Napoli alla sua intervistatrice, Francesca Brancato, il 21 settembre 2009, in piazza principe Corvino di Mezzojuso, presente il sindaco pro tempore, Nicolò Cannizzaro, e gli altri assessori della giunta, mentre papas Pietro Lascari impartiva la benedizione al trattore che vedete nella foto. L’intervistata è alla guida del mezzo agricolo. ed ha sulle ginocchia il piccolo Breno La Gattuta, che ancora non ho visto in piazza a manifestare in favore della madrina, ora che sfiora la maggiore età. Al momento della benedizione del trattore sono almeno dieci anni che Irene e le sue sorelle hanno subito il famoso lancio di sassi del cugino Tantillo, episodio inaugurale di una lunga ed ininterrotta sequela di intimidazioni e minacce finalmente disvelate da Salvo Palazzolo il 22 settembre 2017 su Repubblica.

In paese poi si favoleggia che quel Giovanni Crispiniano di cui parla Irene fosse stato castrato personalmente da suo padre per essere tranquillo quando gli affidava le sue quattro donne, la più anziana delle quali sarebbe stata brutalmente picchiata al momento della nascita di Irene. Nelle carte di noi carabinieri, ancora nel 2000, a fare da contraltare a queste assurde cattiverie, si parla di “appartenenza alla consorteria mafiosa di Mezzojuso “ anche per il nonno di Irene, Gioacchino detto Jachinazzu, e suo fratello Domenico.

Per il padre Toto’, nella proposta di sorveglianza speciale con divieto di soggiorno in Sicilia, del 1968, si legge testualmente “Quando divenne sindaco realizzò quella coincidenza di interessi politico mafiosi precursori delle attuali strategie che consentirono all’epoca la realizzazione di un sistema politico clientelare che oltre a tutelare il proprio prestigio, agevolò la conoscenza e la penetrazione di Cosa Nostra delle campagne nelle sale del potere palermitano”.

Praticamente fu lui, secondo noi carabinieri, che traghettò i corleonesi del suo amico Luciano Liggio (quello che lo chiamava “il diavolo bianco”), nelle segreterie dei parlamentari democristiani, come Salvo Lima e Bernardo Mattarella. Tutte chiacchiere inventate da noi carabinieri, come quelle dei pettegoli di paese a proposito della castrazione del suo maggiordomo o del pestaggio di sua moglie dopo l’ultimo parto.

Unica conferma fuori dal coro degli inattendibili per definizione (carabinieri e megere ) l’iscrizione al n. 859 della rubrica elencante i mafiosi della provincia di Palermo ancora oggi consultabile da chi ne ha titolo (come me querelato), presso la Questura di Palermo.

Giletti nella sua ultima trasmissione è stato inappuntabile nel descrivere l’odissea di quelle tre povere donne. Peccato che il suo corrispondente locale non abbia fatto cenno alla proposta da me avanzata nella conferenza stampa organizzata dal sindaco Giardina. Eppure mi aveva intervistato e ripreso integralmente.

La ripeto da queste pagine: anni fa, sorvolando Mezzojuso in elicottero, io ed il mio collega Georg Di Pauli, barone sud tirolese con castello a Caldaro, sposato con la nobildonna palermitana Giovanna Carducci Artenisio, papà del piccolo Nicolas ormai quasi maggiorenne, convenimmo che il latifondo Napoli, con la sua collocazione ad oltre mille metri di altezza e con la sua esposizione al sole, nonché grazie ad una vantaggiosa composizione del suolo, se trasformato in vigneto, produrrebbe un eccellente Gewurztraminer ed un ottimo Langrein Riserva.

Altro che i pannelli fotovoltaici del mitico posto fisso promesso a Salvatore Battaglia. Perché allora quella miserrima profferta ha avuto tanto successo e la mia è stata ignorata?