Nicolo Gebbia

Le Sorelle Napoli e la famiglia Gebbia

Finalmente l’ho vista!
Parlo della trasmissione televisiva in cui Giletti ospita le sorelle Napoli e da’ ampio spazio al loro cahier de doleances. Ho visto anche la sinpatetica indignazione di Rita della Chiesa ed Antonio Di Pietro.
Insomma mi sono fatto una full immersion di televisione spazzatura. Avevo giurato a me stesso che non avrei più contribuito allo share della gentildonna austroungarica (è così che ama definirsi Lilli Gruber) che interrompe in continuazione gli ospiti non allineati al suo main stream.
Myrta Merlino l’avevo cancellata quella volta che aveva ospitato Andrea Romano che inveiva contro Putin assassino di Sergej Skripal, mentre quest’ultimo, guarito, veniva dimesso dall’ospedale. Ma Giletti me lo ero risparmiato. Antipatia viscerale la mia, lo ammetto e non cerco di giustificarla. Ed invece, pur inconsapevole, sono stato chiamato in causa.
Una mia testimonianza in tribunale del 10 dicembre scorso, registrata e ritrasmessa da Radio Radicale, è stata utilizzata contro le sorelle nella querelle che le vede contrapposte ai compaesani di Mezzojuso, colpevoli di non volere coltivare le loro terre “in nero”, di volere riportare a 35 metri la larghezza della “trazzera regia” che le attraversa, ristretta arbitrariamente a 5 metri, e di volere il ripristino dello stato dei luoghi con il prosciugamento del lago artificiale realizzato abusivamente.
Cosa ho detto in quella causa? Che il metropolita ortodosso di Sarajevo, nell’estate del 2002, mi aveva rivelato confidenzialmente uno dei rifugi prediletti di Bernardo Provenzano: il monastero dei monaci di rito ortodosso di Mezzojuso. Aggiungendo che tale sistemazione era favorita dal capomafia locale, un certo Napoli, perché, vecchio e senza eredi maschi, considerava la presenza di Provenzano valido supporto della sua autorità, erosa dalla età anagrafica e dall’ impossibilità di farsi coadiuvare dalle sue tre figlie femmine.
Chi avrà la pazienza di ascoltare le altre tre ore di testimonianza che seguono le affermazioni sopra citate, potrà constatare che dichiaro più volte che il procuratore Grasso ed il mio collega Gianmarco Sottili mi impedirono di verificare la fondatezza della confidenza fattami, e per arrivare alla cattura di Provenzano intrapresi tutt’altra pista, che condusse all’identificazione del suo infermiere, quando l’indagine fu da Grasso affidata al ROS di Subranni e Mori, e subito abbandonata.Quattro anni dopo, quando Provenzano fu catturato dalla Polizia, quell’infermiere fu condannato a dodici anni solo grazie alle indagini intraprese da me.
Quel  Napoli indicatomi dal metropolita era il padre delle sorelle così care a Giletti? Non lo so. Però ieri ho appreso che il generale Della Chiesa nel  1969 lo aveva proposto per la sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno fuori dalla Sicilia. Chi fu che respinse la proposta perché insufficientemente motivata e perché il Napoli risultava incensurato? Mio zio, il fratello minore di mio padre, Giuseppe Gebbia, allora presidente della sezione misure di sorveglianza del Tribunale di Palermo.
Care sorelle Napoli, tenetene conto prima di farmi additare dal vostro avvocato come “propalatore della macchina del fango”. E concludo facendovi una proposta: assumetemi come fattore, e vi prometto che, ingaggiando dei braccianti agricoli per il cui lavoro saranno regolarmente pagati i contributi previdenziali, riporterò la trazzera regia ai suoi 35 metri di larghezza, così da consentire la transumanza delle greggi, prosciugherò il lago e riporterò tutto nella perfetta legalità prima che la distratta Procura di Termini Imerese se ne accorga.
A te Rita rivolgo un cordiale saluto. Ti ricordi  di me? A Palermo fummo entrambi bocciati al ginnasio. Io proseguii perché mio padre sosteneva che il Gebbia che non avesse frequentato il liceo classico doveva ancora nascere. Tuo padre, più pragmatico, ti iscrisse all’istituto tecnico ed incaricò il capitano Placido Russo di seguirti ed andare ai colloqui dei professori in loco parentis, finché li convinse che meritavi la maturità.
Poi sposasti il tenente Cirese, quel simpatico elicotterista che pretendeva gli prestassi la mia barchetta a vela per una passeggiata nel golfo di Mondello con te  e vostra figlia. Al mio diniego
(sapevo che non era capace di governarla), se ne fece prestare una del mio circolo, il Lauria, con la quale scuffiaste tutti e tre proprio al centro del golfo. L’indomani tuo padre telefonò al mio per lamentare la mia scortesia. Non si aspettava di essere mandato a quel paese da un ufficiale più anziano di lui.
Mi scuso ora per allora, ma noi Gebbia del ramo militare siamo fatti così, un po’ rozzi. E quindi avrei dovuto andare d’accordo con Antonio Di Pietro, quando giungemmo entrambi al Palazzo di Giustizia di Milano nel 1986, lui in primavera ed io in autunno. Ma oltre che rozzi, noi Gebbia militari siamo anche corretti ed i miei due mentori dentro il palazzo, i marescialli Muzzu e Gianfaldone, mi avevano raccontato di quella splendida Mercedes con la matricola così pasticciata che la Motorizzazione si rifiutava di reimmatricolarla, dopo che era stata rubata e poi ritrovata. Mi avevano detto che Di Pietro aveva chiesto all’assicurazione che ne era proprietaria di svenderla alla sua fidanzata.
Fu questa la ragione per cui tante volte mi lasciai scivolare addosso il tu che lui mi offriva ed infine capi’ che non lo gradivo. Caro dottor Di Pietro, la prossima volta che legge in televisione una sentenza, lo faccia per intero, altrimenti, come nel caso dei presunti danneggiatori dei terreni di proprietà delle sorelle Napoli, una sentenza di assoluzione viene intesa esattamente al contrario.
Concludo con un’ulteriore precisazione circa quanto confidatomi dal Metropolita di Sarajevo: quel Napoli di cui mi parlò era inteso col soprannome che gli aveva appioppato Luciano Liggio: “Diavolo Bianco”. Può essere utile a chiarirne l’identità oltre ogni ragionevole dubbio?
Io ricordo che dopo aver ucciso il colonnello Russo, Leoluca Bagarella ed il suo commando si rifugiarono a Mezzojuso, ospiti del “diavolo bianco” e, per ricambiare l’ospitalità, un paio di giorni dopo, in contrada Lacca consumarono l’omicidio La Gattuta. Questa è storia della mafia, non opinioni.