Nicolo Gebbia

Sinacori, il cacciatore galante

Quando arrivai a Marsala dalla Sardegna, il 14 agosto del 1980, e conobbi il maresciallo Ditta comandante della mia dipendente stazione di Mazara del Vallo, lui subito mi disse che il presidente della locale squadra di calcio era fratello del tenente colonnello Emilio Patrì, comandante del battaglione mobile di Napoli, e che aveva una gran bella moglie, nonché un suocero problematico, il marchese Saporito.

Attratto da quell’affermazione circa la venustà della signora Patrì, gli chiesi subito se fosse altrettanto virtuosa e mi rispose: “Se ne dicono tante…”.

Dirottai allora sul problematico marchese Saporito, e lì il maresciallo fu molto più esplicito, spiegandomi che era nato ricchissimo, perché i latifondi di famiglia comprendevano tutte le terre coltivabili del triangolo Castelvetrano – Salemi – Vita, tanto che da bambino andava in giro con una scorta armata per timore che venisse sequestrato.

Fu a quel punto che ebbi la mia prima lezione di mafia e di antimafia di facciata, perché il dotto maresciallo mi spiegò che quel farabutto del prefetto Cesare Mori, appena insediatosi a Trapani, aveva emesso un decreto prefettizio in forza del quale decadevano automaticamente dai contratti di fittavolanza agricola tutti coloro che avevano anche solo una ammonizione di polizia per porto di coltello di genere proibito ( per fare intendere almeno i miei lettori siciliani: il famoso “alliccasapuni”, coltello pieghevole con la lama più lunga di cinque dita ed appuntita nel terminale, è proprio di quel genere).

In forza di quella ordinanza decaddero dai loro contratti il 90% dei fittavoli del marchese , compreso il padre di Ignazio Salvo.

Chi subentrò ad essi?

I due compagnucci di merende di Mori, cioè i fratelli Perricone, squadristi della prima ora.

Il primo, sindaco di Vita, fu ucciso pochi mesi dopo, e l’altro, che Mori aveva subito nominato podestà del paese al posto del fratello assassinato, fu ucciso a sua volta un paio di anni dopo.

Mori arrestò per associazione a delinquere e per concorso in omicidio decine di persone, dovendo rispondere al regime che visse quelle due uccisioni esattamente come tanto tempo dopo quella di John e Robert Kennedy.

Siccome all’epoca la giustizia funzionava un po’ meglio di oggi, i processi si celebrarono a Messina per legittima suspicione, come dovrebbe accadere per quelli che riguardano le sorelle Napoli.

Alla fine nessuno fu condannato per i due omicidi, un terzo degli arrestati fu assolto completamente e gli altri due terzi condannati per associazione a delinquere. Fra questi anche il padre di Ignazio Salvo, subito rimesso in libertà appena i carri armati del generale Patton arrivarono nella città dello Stretto, in funzione degli anni passati da giovane negli Stati Uniti e dell’aureola di antifascista che Mori gli aveva cucito addosso.

Anche il padre di Nino, che non era stato arrestato e che era assolutamente incensurato, ebbe un ruolo nella vicenda perché, come Francesco Carbone con l’associazione Governo del Popolo, lui ne creò una che raccoglieva fondi volti alla difesa degli imputati ed anche ad alleviare le loro condizioni carcerarie.

Il padre di Ignazio comunque ottenne la riabilitazione più rapida nella storia giudiziaria italiana, e con questa patente formale di onest’uomo, grazie all’amicizia con il padre del nostro Presidente della Repubblica ed al fatto che don Sturzo ricevette una raccomandazione dagli States in suo favore, fondò e diresse fino alla morte la sezione di Salemi della Democrazia Cristiana.

Suo figlio, fino all’arresto dell’ ’82 , aveva solo un singolare precedente per usurpazione di titolo, in quanto ad un vigile urbano di Palermo che lo aveva fermato alla guida aveva detto: “Lei non sa chi sono io! Sono il dottor Ignazio Salvo!”.

La laurea in giurisprudenza, però, la conseguì solo qualche mese dopo e pertanto dovette pagare un’ammenda.

Questo non gli impedì, nel 1955, di vincere a Licata il contratto comunale per lo smaltimento dei rifiuti.

Entrambi, tuttavia, a mio parere, sarebbero rimasti due poveri diavoli, se non fosse intervenuto il matrimonio di Nino Salvo con la figlia del miliardario esattore Corleo.

Fatemi però tornare al marchese Saporito, che riuscì a dilapidare un patrimonio pari a quello dell’esattore Corleo al gioco d’azzardo e permettendosi lussi come una Rolls Royce con le maniglie placcate in oro.

Le figlie ormai le aveva sposate e, giunto alla mezza età, gli toccò mettersi a lavorare perché era rimasto proprio senza una lira.

Diventò rappresentante di molte grandi aziende alimentari del nord Italia, ed è rivestendo questo ruolo che una mattina del 1978 sbarcò al porto di Tunisi con un giovanotto originario della città che aveva assoldato in Sicilia perché gli facesse da interprete ed autista. La mattina successiva, mentre aspettava davanti all’albergo che arrivasse il suo interprete, mandato ad affittare una macchina, fu arrestato e condotto al comando di polizia della città, dove lo torturarono per tre giorni, pretendendo che confessasse di essere un terrorista dei Nuclei Armati Proletari.

Lui si offese molto perché sincero liberale amico di Malagodi, ed alla fine confessò che in realtà aveva un incarico segreto per conto del governo tunisino.

Molti anni prima era stato ricoverato in una clinica di Bergamo per problemi circolatori agli arti inferiori, ed aveva fatto amicizia con Abdal Hamid al-Bakush, primo ministro di Gheddafi e successivamente il suo principale oppositore, tanto da essere costretto a fuggire per non essere ucciso.

Poco prima del suo arresto, in funzione di questa amicizia, lo aveva contattato dall’ambasciata libica di Roma un tappetto che vestiva come Humprey Borgart nella scena finale di Casablanca, e seduti in Via Veneto ad un tavolino del Cafè de Paris, gli aveva spiegato che il suo amico esule era proprietario di una gran quantità di terreni lungo la costa libica che interessavano al Club Méditerranée per costruirci un villaggio.

Gli uomini di Gheddafi, tuttavia, non riuscivano ad avvicinarlo, per il timore che lui aveva di essere ucciso.

Era proprio l’incarico conferitogli in via Veneto: avvicinare il fuggiasco nella clinica privata di Tunisi dove risultava ricoverato, promettergli il perdono del dittatore e convincerlo a tornare a Tripoli per costituirvi, davanti ad un notaio, la società che avrebbe speculato sui suoi terreni , portando via ai francesi un bel po’ di soldi.

Quando confessò tutte queste cose, Saporito smise di essere torturato ed anzi diventò il beniamino dei funzionari di polizia, che andava a trovare nei loro uffici durante il giorno liberamente, deliziandoli con le sue avventure di vita in giro per i casinò, da Montecarlo a Las Vegas, e tornando in camera di sicurezza solo per dormirci durante la notte.

Gli spiegarono che la dritta sulla sua appartenenza ai NAP era arrivata direttamente dal nostro ministro degli Esteri Emilio Colombo, e loro sospettavano che il movente fosse una oscura combine con gli oppositori del regime tunisino.

Gli assicurarono altresì che prima o poi lo avrebbero liberato, mentre se chiedeva la formalizzazione delle accuse avrebbero dovuto portarlo in prigione, e lì sarebbe morto perché le condizioni di vita dei detenuti erano intollerabili per un europeo.

Infine, dopo circa un anno di ospitalità nel comando di polizia, i funzionari del dittatore Bourghiba lo rimisero in libertà, perché facesse la spia per loro.

Gli dissero che al centro di Mazara del Vallo, in Piazza Mokarta, c’era un’agenzia di viaggi, la Eurotransafrica, in cui venivano reclutati, pagando loro due milioni di lire, giovani tunisini che sarebbero stati avviati a campi di addestramento paramilitare in territorio libico, nell’ottica di un tentativo di invasione militare per rovesciare il vecchio Bourghiba.

Lui, Saporito, avrebbe dovuto reclutare dei giovani che facessero il doppio gioco, informando le autorità tunisine di quello che succedeva nei campi paramilitari.

Tutte queste cose me le raccontò quando mi feci invitare a pranzo dal genero, forse per distrarmi dalle attenzioni che riservai a sua figlia, essendosi accorto che le facevo piedino sotto il tavolo.

Dopo il caffè volle bere un amaro con me in salotto, e disse imperativamente al genero di lasciarci soli.

Quando la padrona di casa, dopo averci versato due bicchieri di Jägermeister, si fu allontanata, mi disse testualmente: “Capitano, se lei la smette di guardare il culo di mia figlia, che non aspetta altro di farglielo anche toccare, io le faccio fare una bella operazione di servizio e le do anche il nome di qualche signora della Mazara bene ancora più disponibile”.

Io mi schernii timidamente, dicendo che non avrei mai osato insidiare la moglie di chi mi aveva invitato a pranzo, ma lui rispose: “A cu c’ha cunta ( = ma mi faccia il piacere) !”.

Per inciso, subito dopo mi raccontò tutte le cose che vi ho appena riversato ed io ero tanto investigativamente allupato che mi dimenticai di chiederli quei nomi tanto promettenti.

Ciò che è più comico riposa sul fatto che molti anni dopo, a Milano, un figlio maschio della signora, studente di economia e commercio, cenava spesso alla mensa del Circolo Ufficiali con me ed il capitano Ultimo, ed ogni volta che tornava da Mazara del Vallo mi portava sempre i saluti non “dei miei genitori” ma “della mamma, che la ricorda con tanta simpatia”. Con Ultimo, invece, giocava a pallone, cooptato nella squadra dei giovani ufficiali dell’Arma.

Quanto alla Eurotransafrica io scrissi un chilometrico appunto non protocollato che andai a portare personalmente nelle mani del comandante della Legione di Palermo, colonnello Mario Sateriale, vecchio amico di mio padre, senza dire niente, invece, al mio diretto superiore tenente colonnello Mirone, che non stimavo proprio.

Sateriale mi trattenne per quasi due ore, dimostrandomi che conosceva bene uomini e cose di Mazara del Vallo e concluse da un lato intimandomi di non cascare fra le braccia della signora Patrì e dall’altro di ottenere dal Procuratore della Repubblica di Marsala, Antonino Coci, l’intercettazione telefonica della Eurotransafrica.

Fu così che scoprii come ogni giorno alle 11 vi si recasse un signore che solo mesi dopo identificai per Giovanni Bastone, il luogotenente di Mariano Agate, e riuscii a delineare tutta l’attività illecita dell’organizzazione, molto complessa, che celava, dietro ad un gigantesco contrabbando di sigarette acquistate direttamente dall’importatore per l’Europa della Philip Morris, Adriano Demeirelle, un’ingente importazione di morfina base prodotta dal Partito Indipendentista Curdo (PKK).

Il principale socio della famiglia mafiosa di Mariano Agate era, a quei tempi, lo statunitense Michele Lamberti, nipote di Joe Bonanno,alto più di due metri, che viveva in un residence fra Nizza e Cannes e giocava a carte ogni giorno col latitante Licio Gelli.

Quando arrestai Vincenzo Sinacori, insieme con Diego Burzotta, inteso pupu nivuru, insieme con altri cinque, tutti con le mute subacquee addosso, mentre scappavano dalla spiaggia di Torretta Granitola a bordo della stessa 127 Fiat, erano le dieci e mezza di sera del 7 marzo 1981, e quella testa gloriosa di Mirone aveva preteso che tutto il complesso dispositivo da noi apprestato diventasse operativo per le 21, e non alle 19, subito dopo l’imbrunire, come avevo programmato io.
Si trattava del secondo sbarco programmato dall’organizzazione, perché Giovanni Bastone, intercettato al telefono, aveva da poco tempo rievocato il primo, dicendo al telefono che, in quell’occasione, era così eccitato che era voluto salire personalmente su un gommone, malgrado non sapesse nuotare. Cascato in acqua, stava affogando e lo avevano portato in ospedale per salvarlo. Bastò mandare i marescialli Canale ed Analdi nei due ospedali, Mazara e Castelvetrano, per scoprire che, proprio in quest’ultimo, era stato ricoverato dopo l’imbrunire, con sintomi di annegamento, tale signor Pastore, i cui dati anagrafici, a parte lo svarione del cognome, risultavano tutti coincidenti con quell’uomo, Giovanni Bastone, sorvegliato speciale con obbligo di soggiorno, che pochi giorni dopo il mio arrivo a Marsala, il vecchio capitano di Castelvetrano, Vincenzo Totaro, grande investigatore, mi aveva detto essere “la cucchiara di tutte le pignate”, e fu così che le mie poche celluline grigie fecero “Bingo!”. Avevo identificato l’ignoto telefonista di Eurotransafrica.
Ascoltandolo al telefono avevo scoperto che i possibili posti di sbarco Bastone li aveva denominati uno, due e tre.
Il tre si trovava addirittura lungo la costa ionica della Calabria ed il due lo restrinsi ad una spiaggia fra Porto Empedocle e Siculiana (a forza di cercarla, e sono tante, ho finito per conoscerle tutte a memoria).
Ma quello sbarco del 7 marzo Bastone lo aveva preannunziato al telefono come nello stesso posto in cui lui aveva rischiato di affogare. Sapevo che la droga veniva trasportata da Malta, dove la famiglia aveva una base protetta dal governo locale, a bordo di una ex motovedetta della marina olandese, coi motori a turbina, acquistata all’asta da Adriano Demeirelle. Erano tutte notizie acquisite dalla mia personale Interpol, che consisteva in lettere scritte in inglese ai commissari di polizia svizzeri, tedeschi, belgi ed olandesi, accompagnate ognuna da dodici bottiglie di Marsala Vergine.
Ne ebbi una collaborazione entusiastica, e mai nessuno ci tradì.
Le spiagge possibili del posto n°1 erano quelle che corrispondevano al territorio di una brigata della Guardia di Finanza della quale Bastone si era vantato che tutti gli effettivi erano “a disposizione”.
Io,visto che la motovedetta di Mazara del Vallo era in avaria, feci venire quella di Trapani ed intendevo mettermi alla mitragliatrice di prua con animo particolarmente bellicoso.
Invece quel *** di Mirone pretese che restassi seduto alla scrivania del comandante la stazione di Mazara del Vallo, tenendogli la manina, pronti noi due, grandi strateghi, a fronteggiare gli imprevisti. Quando però tutto fu pronto, lo sbarco era già praticamente finito, perché cominciato subito dopo l’imbrunire, come avevo previsto io. Nei giorni successivi ne avemmo piena coscienza perché si presentarono alla caserma di Marinella di Selinunte due pescatori, padre e figlio, che quella sera si trovavano sulla loro barca proprio davanti alla spiaggia del Kartibubbo Village e dichiararono che un uomo era salito a bordo della loro barca all’imbrunire, li aveva rinchiusi nel vano motore minacciandoli con la pistola, e liberandoli solo quando eravamo intervenuti noi, intorno alle 21.45.
La cazzata più grande, che da allora mi chiedo se commessa in buona fede, fu che il comandante della motovedetta di Trapani, fratello del futuro sindaco della città, il mio collega generale Vito Damiano, pur avendo avuto ordine di incrociare a fari spenti, siccome inquadrò nel radar un grosso natante, accese il riflettore e subito la ex motovedetta olandese con i motori a turbina, capace di 25 nodi, si allontanò vanamente inseguita dalla nostra, che non faceva più di 12 nodi e che non le sparò addosso neanche un proiettile. Io volevo arrestare il maresciallo Damiano in flagranza di favoreggiamento, ma Mirone non lo punì nemmeno, perché accettò le sue giustificazioni relative al fatto che il mio ordine di incrociare a fari spenti contrastava con il diritto della navigazione e che lui non poteva aprire il fuoco d’iniziativa contro un mezzo che non aveva manifestato intendimenti ostili.
Oggi, col senno di poi, se mettete insieme tutti i misteri d’Italia che coinvolgono l’ex sindaco Damiano, compreso il suo ruolo dentro il SISMI, dove faceva il gioco di Umberto Bonaventura, menando per il naso il giudice Spataro di Milano, che alla fine se ne accorse ed emise un decreto di sequestro per la cabina telefonica pubblica utilizzata da Damiano all’interno di Forte Braschi, che fu divelta ed eradicata con una gru prima che il provvedimento venisse notificato.
Se mettete insieme tutte queste cose e ci aggiungete l’incontro di Andreotti all’ Hopps Hotel di Mazara del Vallo, nel 1985, con Vito Mangiaracina, compagnuccio di merende di Sinacori, se mettete insieme tutte queste cose -ripeto per la terza volta- avreste finalmente le idee confuse come me, ma la certezza che ve l’hanno fatta sotto il naso. Perché Sinacori cacciatore galante, come l’ho definito nel titolo? Visto che mi avete pazientemente seguito sino a qui, voglio soddisfare la vostra curiosità.
Lui spiega in una telefonata, che io ricordo perfettamente, che non è mai andato con una prostituta perché non è sportivo, è come cacciare in riserva, mentre la preda, e la donna, c’è gusto solo se la si conquista facendo prevalere la propria intelligenza sulla sua.
E quando finalmente Sinacori cominciò ad usare il telefono del Centro Carni Bastone – Burzotta, io per i successivi quattro anni mi sono divertito come un matto ad ascoltare le telefonate sue e degli altri picciotti (che oggi sappiamo essere stati tutti feroci assassini), telefonate fatte a donne di Mazara del Vallo, di età compresa fra i 65 ed i 30 anni, felicemente coniugate ma con fama di “mutanda veloce” . Potrei ora farvi una sofisticata disquisizione fra la virtù della moglie di Mariano Agate, che già vi ho illustrato, e la porcellonaggine di quelle donne, e scandalizzarvi per cotanto machismo, della serie ” le donne della mia famiglia tutte sante, le altre tutte puttane”. Ma per questa sera vi ho già annoiato abbastanza.

 

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