Nicolo Gebbia

Sfida al Comandante Alfa

Chi è costui?
Lo spiego per quelli dei miei 25 lettori che non lo sapessero.
Egli è un ufficiale dei carabinieri in pensione come me, classe 1951, nato a Castelvetrano.
Nel 1977, quando prestava servizio all’allora battaglione carabinieri paracadutisti (oggi reggimento), fu prescelto da semplice carabiniere quale era per creare il GIS (Gruppo di Intervento Speciale) voluto dal Tenente Colonnello Raffaele Petrachi sulla scia delle teste di cuoio tedesche, nate dopo quanto accaduto alle Olimpiadi di Monaco del 1972. Noi carabinieri siamo sempre stati dei pierini, e sempre abbiamo amato primeggiare anche nei confronti di altri con l’uniforme e le stellette sul bavero.
Nell’equitazione ci siamo inventati Raimondo Dinzeo, figlio di un maresciallo di cavalleria, nello sci Alberto Tomba e pochi sanno che sia l’aviazione militare italiana che la specialità dei paracadutisti ci hanno visti pionieri.
Tutti i piloti da caccia della Prima guerra Mondiale provenivano dalla cavalleria, oppure dall’Arma.
Per il paracadutismo addirittura arrivammo primi, ammazzando un imprecisato numero di carabinieri libici (dopo il ’38 si chiamavano proprio così, non più ascari, ed ebbero anche la piccola cittadinanza italiana).
Lasciavamo che si buttassero spintaneamente dai palloni aerostatici assicurati al suolo sopra l’aeroporto di Guidonia, indossando vari tipi di paracadute sperimentale. I prototipi furono via via perfezionati e si passò dalle morti alle ossa rotte, finché si giunse al paracadute d’ordinanza italiano che, coraggiosamente, cominciarono ad indossare anche carabinieri con la pelle bianca e nati nell’Italia metropolitana.
Fu così che nacque la compagnia carabinieri paracadutisti, poi divenuta battaglione, ed oggi reggimento.
Naturalmente l’Esercito non stava a guardare, e ci seguiva passo passo.
Con una sinergia dovuta solo al fascismo si decise che, visto che il nostro paracadute funzionava già egregiamente, lo avrebbero adottato anche i paracadutisti dell’Esercito.
Dico di più: contrariamente a questi ultimi, quasi tutti rimasti fascistoni anche dopo la caduta del regime, i nostri non avevano mai avuto, prima delle dichiarazioni del Comandante Alfa alla Adn- Kronos, una connotazione politica particolarmente destrorsa, fermo restando che io rimango l’unico carabiniere trozkista mai arruolato.
Alfa andò a studiare l’addestramento delle SAS britanniche, lo coniugo’ con quello che i marò del CONSUBIN si degnarono di rivelargli (ad occhio il 50% dei loro segreti) e partorì il GIS.
L’Esercito naturalmente ci rincorse ancora una volta, creando i Rangers del 4° Reggimento alpini paracadutisti, mentre quelli che erano solo paracadutisti, da reggimento si trasformarono in brigata, specializzando ulteriormente il 9° Reggimento “Col Moschin”, e diventarono “paracadutisti d’assalto”, eredi degli arditi.
Poteva stare a guardare la Polizia di Stato? E, voilà, ecco i NOCS!
Furono costoro che ebbero per primi l’onore dei media, quando noi carabinieri localizzammo il generale Dozier, ed il ministro degli Interni, per propagandare gli ultimi arrivati nel già affollato novero delle “special forces” italiane, fece liberare l’ufficiale statunitense proprio dai poliziotti del NOCS.
Era il 28 gennaio 1982, e lo ricordo ancora il ministro intervistato al Tg1, che alla domanda cosa fossero i NOCS, rispose testualmente: “Sono come i GIS dei carabinieri”.
In realtà c’è una profonda differenza, perché gli appartenenti ai NOCS prestano regolare servizio nei vari reparti della polizia, e si aggregano solo alla bisogna. Invece i GIS, per il 99%, ed a partire dal Comandante Alfa, non solo sono costantemente in addestramento per il loro compito precipuo, ma non hanno mai avuto esperienze territoriali.
Mi spiego meglio: la nostra Gestapo (ROS) è formata da carabinieri che, perlomeno nei primissimi anni della loro carriera, hanno operato all’interno di stazioni, tenenze, compagnie e comandi provinciali.
Lo stesso Ultimo, l’unico che condivide con Alfa quell’osceno passamontagna che entrambi non si tolgono mai, uscito dall’Accademia e dalla Scuola di Applicazione, fu inviato come ufficiale inquadratore ad una scuola allievi carabinieri, e da lì, sempre tenente, fu mandato a comandare prima il nucleo operativo della compagnia di Bagheria.
Quando lo conobbi io era da lì che arrivava, ed a Milano gli avevano affidato la sezione catturandi del nucleo investigativo.
Quando Subranni e Mori partorirono la Gestapo, ottennero una deroga fondamentale per chi vuole cercare di capirne tutte le sue deviazioni: i suoi ufficiali vennero sollevati dall’obbligo di comandare per almeno tre anni una compagnia carabinieri nel grado di capitano, e per almeno due anni un comando di Gruppo nel grado di maggiore o tenente colonnello.
Ora che i gruppi si chiamano comandi provinciali, la cui direzione è data ai colonnelli, anche per essi gli ufficiali della Gestapo hanno degli incarichi equipollenti. Per i GIS, tutto ciò è sancito sin dal primo giorno di servizio come carabinieri paracadutisti, e nessuno di loro sarebbe mai in grado di compilare una contravvenzione per divieto di sosta.
“Il sonno della ragione genera mostri”, ed il sonno della ragione dentro il Comando Generale dell’Arma in effetti ne ha generato almeno due, Alfa ed Ultimo. Quel passamontagna, alle volte, mi ha indotto a ritenere che ciò sia accaduto realmente, e che esso nasconda delle fattezze divenute mostruose, mentre il Sergio De Caprio che ho conosciuto io era molto più bello di Raul Bova.
Ogni tanto faceva anche una cazzata, come quando a Torino arrestò Daniele Barillà che si fece 7 anni di carcere, prima di poter dimostrare che era stato oggetto di un errore di persona (la RAI gli ha dedicato anche uno sceneggiato con Beppe Fiorello). Ho sempre avuto la presunzione che se Craxi non mi avesse tolto il comando del Nucleo Investigativo di Milano pochi mesi prima, Ultimo e Riccio quella stronzata l’avrebbero risparmiata all’Arma.
Alfa, mio coetaneo, è stato un grande soldato, e gli perdono le enormi castronerie che ha dichiarato due giorni fa circa la necessità di immedesimarsi in uno stato di guerra.
Gli ricordo quello che diceva il primo ministro francese Clemenceau durante la Grande Guerra, e cioè che essa è cosa troppo seria per farla condurre ai militari.
Concludo proponendo ad Alfa una sfida degna di lui: è nato a Castelvetrano, ed in virtù di ciò, malgrado le limitazioni ai nostri movimenti imposte dalle disposizioni correlate al diffondersi del Coronavirus, potrebbe tornare nella sua città natale e dedicarsi alla cattura di Matteo Messina Denaro. Io, quando andai in pensione, nel congedarmi dal Comandante Generale, gli feci una proposta: che mi richiamasse per sei mesi, destinandomi all’Ufficio Storico.
Chiedevo solo una automobile, un autista ed un maresciallo (Mirabella ed Alongi, rispettivamente).
Con essi mi sarei recato a Castelvetrano, ufficialmente per ricostruire la verità storica sulla uccisione del bandito Giuliano.
Lì giunto, dopo una conferenza stampa per illustrare l’anelito di verità che muoveva l’Ufficio Storico, avrei fatto leva sulla vanità di Messina Denaro, l’ultimo che conserva il mitico diario di Giuliano, scritto con inchiostro verde, pare contenente verità scomode per tutti, fino al Quirinale. Avrei rinunziato all’indennità di missione, e mi sarei tirato indietro anche per la cattura, lasciando che l’onore ricadesse sui GIS, pago solo della soddisfazione morale che mi veniva dall’averlo snidato.
Chiedevo una contropartita solo se fossi rimasto ucciso: l’intitolazione a mio nome di un liceo classico.
Resto dell’opinione che era un buon affare e che non averlo sottoscritto sia stato prova di ottusità, ma metto a disposizione di Alfa, purché agisca tenendo la bocca chiusa, tutto il mio know-how, che non è poco.
Spero in una sua risposta, anche se fornitami privatamente.

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