Nicolo Gebbia

Se Musumeci e Cateno De Luca si accordano…

Sapete cosa sono la Controversia Liparitana e l’Apostolica Legazia? No?
Allora ve lo spiego io, approfittando del tanto tempo libero che ci concede la peste. Nel 1711 due gabellieri pretesero il tributo del plateatico per un sacco di ceci posti in vendita dagli incaricati del vescovo di Lipari sulla piazza del mercato di quell’isola.
L’altro prelato reagì come vorrebbe fare il Residente Francescano di Croazia con me: scomunico’ entrambi i gabellieri, responsabili di avere leso i suoi antichi privilegi. Contro quel provvedimento pretesco i due fecero ricorso al Tribunale della Regia Monarchia, che dette loro ragione, eliminando la scomunica.
Cosa conferiva ad un tribunale ordinario quei poteri che nel resto del mondo cattolico erano prerogativa dei tribunali ecclesiastici?
Qui la risposta si fa complessa, e devo tornare all’epoca in cui era il Papa a conferire i titoli reali ai monarchi d’Europa. Con i normanni si era sempre rifiutato di farlo, perché li considerava miscredenti ed infidi.
Erano arrivati al punto di imporre al Pontefice che scegliesse l’Arcivescovo di Palermo in una rosa di candidati propostagli da loro, tutta composta da alti prelati britannici: fra la Sicilia normanna e l’Inghilterra da loro conquistata pochi decenni dopo c’era una comunione d’amorosi sensi profondissima, ed alcuni dei condottieri che portarono a compimento lo sbarco normanno sulle bianche scogliere di Dover, un’operazione anfibia militarmente degna di quella che nel 1944 vide lo sbarco degli Alleati in Normandia, fra costoro -dicevo- ce ne erano molti che da giovani avevano partecipato allo sbarco in Sicilia ed alla sua conquista contro gli emiri arabi che la detenevano da alcuni secoli.
Diversamente poi dal resto dell’Italia meridionale sottratta ai feudatari longobardi, l’intera Sicilia, tranne un paio di città demaniali (cioè non infeudate ma proprietà degli abitanti medesimi), era direttamente della famiglia reale, gli Altavilla.
Costoro pertanto ritenevano, e non avevano torto, di non dovere nulla al Papa, che si vendicava rifiutando loro il titolo reale.Essi erano pertanto Grandi Duchi di Puglia, per quanto riguardava l’Italia meridionale, e Grandi Duchi di Sicilia per la mia isola, nella quale tutto il ramo amministrativo della conduzione statale era in mano agli arabi, senza che per ciò dovessero convertirsi, e furono loro ad inventare il moderno catasto demaniale, tanto preciso che ancor oggi lo rimpiangiamo.
L’amministrazione delle anime, invece, per gentile concessione degli Altavilla, utilizzava la lingua latina, sperando che il Papa lo apprezzasse.
Per il resto tutto era scritto in greco.
Questo è il motivo per cui la cultura europea ci deve l’aver tramandato storia, filosofia e letteratura greca (comprese le tragedie di Eschilo, Sofocle ed Euripide) dagli originali cirillici, che erano andati quasi tutti perduti, all’arabo e da esso al latino.
Anche la geometria euclidea, quella di origine egizia, e la matematica araba ci sono arrivate attraverso la Sicilia normanna, e come dico sempre io a mio cognato razza Piave, non c’è nulla di buono al mondo che non venga dalla Sicilia, a partire dalla pasta, transitando per la pasticceria, e finendo con i gelati (di letteratura con lui non parlo nemmeno, perché ha una cultura non più elevata di quella posseduta da Luca Zaia).
Torno però donde avevo divagato, e cioè l’Apostolica Legazia.
Ci fu un momento in cui il Papa ebbe bisogno di noi ( = siciliani) e cioè durante la sua guerra con Bisanzio, che rischiava di perdere.
La flotta normanna, capeggiata dall’ammiraglio Giorgio di Antiochia, arrivò al punto che i suoi marines sbarcarono nei giardini dell’Imperatore e gli rapirono tutte le bellissime ragazze ebree del suo harem.
Erano aschenazite, bionde e con gli occhi chiari, ed il sovrano bizantino le aveva riunite sotto una foglia di fico di pura ipocrisia orientale, cioè la manifattura della seta.
Giorgio, comunque, le portò tutte a Palermo, dove costituirono l’harem che fino a quel momento il sovrano non aveva posseduto, e cominciarono a filare la seta all’interno del Palazzo Reale.Se non mi credete fateci una visita e lo constaterete con i vostri occhi.Le siciliane bionde, contrariamente ai luoghi comuni, non sono di origine normanna, perché dalla Francia venivano solo il monarca e pochissimi dignitari.
Esse sono le discendenti di quelle ebree, e dei tanti longobardi che popolavano la Sicilia quando essa fu conquistata dagli arabi.
Al paese di mia madre, Motta d’Affermo, tutto di origine longobarda, quando nasceva un bambino bruno e dagli occhi scuri tutte le chiese suonavano le campane come fosse stato un miracolo.
Gli ebrei, comunque, erano una presenza consolidata in Sicilia prima ancora della conquista longobarda, perché ce li avevano portati i romani dopo la distruzione di Gerusalemme.
Essi costituivano il 30% della popolazione, e rappresentavano la percentuale più elevata di presenza giudaica in Europa.
Ma erano sefarditi, bruni, e di aspetto assolutamente uguale a quello degli arabi.
Quando la regina Isabella impose loro di convertirsi o emigrare, diventarono tutti cattolici, ed oggi, se guardiamo i cognomi di Sicilia, essi costituiscono il 55% della popolazione.
Questo è il motivo per cui in un mio precedente articolo ho proposto di chiedere a Tel Aviv se è interessata alla nostra annessione, col nome di Israele Settentrionale, cosa che risolverebbe i quattro quinti dei nostri problemi.
Tornando a noi, dopo l’aiuto che il Vaticano ebbe da parte della flotta normanna, il Papa fu costretto a riunire i due granducati, quello di Puglia e quello di Sicilia, ed a nominare re il granduca di Sicilia.
Non solo: egli dovette conferire al re l’Apostolica Legazia, cioè gli dovette cedere quasi ogni diritto di nomina per quanto riguardasse gli alti prelati, nonché quello di amministrare la giustizia ecclesiastica.
È sulla base di tutte queste antiche prerogative e virtù che il presidente Musumeci ha intenzione di rendere operativo l’articolo 31 dello Statuto Speciale Siciliano, quello che gli da il diritto di amministrare l’ordine pubblico nell’isola e di interloquire sulla nomina dei funzionari di polizia.
Faccio presente a quelli dei miei 25 lettori che vengono dalla Polentonia che lo Statuto Speciale Siciliano è parte integrante della Costituzione Italiana, e per modificarlo le due camere del Parlamento dovrebbero riunirsi in seduta plenaria, ed ottenere una maggioranza qualificata dei due terzi.
Prego sempre i miei lettori polentoni di ricordare che quando ottenemmo lo Statuto, voi dovevate o bere o affogare, perché l’alternativa era che diventassimo la quarantanovesima stella degli Stati Uniti, oppure un regno autonomo la cui corona fu offerta a Umberto Secondo di Savoia, come premio di consolazione dopo il colpo di stato repubblicano attuato con il referendum truccato.
Se Musumeci avrà il coraggio di arrivare fino in fondo, Cateno De Luca, il sindaco di Messina, gli verrà subito dietro chiudendo lo Stretto.
Io tuttavia ripropongo l’opzione di Israele Settentrionale, che mi sembra quella per noi più conveniente.

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