Nicolo Gebbia

La scorciatoia del Parco dei Nebrodi

Apprendiamo oggi le risultanze dell’inchiesta svolta dalla commissione regionale antimafia siciliana, presieduta da Claudio Fava, circa l’agguato a Giuseppe Antoci, allora presidente del Parco Regionale dei Nebrodi, nella notte fra il 17 ed il 18 maggio dello scorso anno. La carrozzeria della sua auto blindata, stoppata da uno sbarramento di pietre sulla carreggiata, fu perforata da micidiali proiettili brennake, che misteriosamente non furono indirizzati ai finestrini. Antoci fu salvato dal commissario di polizia Daniele Manganaro, sopraggiunto pochi minuti dopo, che mise in fuga gli attentatori con la sua pistola d’ordinanza.

“Il fallito attentato mafioso con intenzioni stragiste appare l’ipotesi meno plausibile.”

Queste le conclusioni della commissione, che esclude anche qualsiasi responsabilità di Antoci. Quello che se ne deduce, per usare il metro di Conan Doyle (“quando cadono le ipotesi probabili restano solo quelle improbabili”), è che l’attentato abbia prodotto dei vantaggi di carriera a coloro che lo hanno sventato, fermo restando che l’archiviazione della magistratura messinese non ci consente di puntare il dito su nessuno di loro.

Ringraziamo Fava, che questa volta, non ricattato dal tribunale mediatico di Giletti, ha evitato di secretare gli atti come aveva fatto per le sorelle Napoli. Dobbiamo meravigliarci ? Io certamente no. Il mio predecessore a Marsala, Augusto Maria Citanna, da responsabile del Sisde di Genova fece ritrovare una bomba inesplosa, nella notte fra il 20 ed il 21 settembre 1993 sul treno 810 Siracusa -Torino, evitando una strage.

Tre settimane dopo fu arrestato. Lo accusava un camorrista collaboratore di giustizia, Carmine Alloca. La falsa operazione doveva servire per dimostrare l’efficienza del Sisde (non ancora diretto da Mori) nella lotta alla criminalità organizzata. Il generale Citanna, padre del mio collega, ne morì di crepacuore. Suo figlio, rinchiuso nella cella di fianco a quella di Bruno Contrada, subì poi cinque anni di sospensione in attesa di giudizio, e quattordici anni di processi prima di essere assolto definitivamente, dopo aver rinunciato alla prescrizione.

Io sono convinto che fosse in buonafede e che sia stato sacrificato, una volta smascherato l’inganno, dalle menti raffinatissime che lo avevano ordito. Quando arrivai a Treviso, nel 1994, feci subito amicizia con il capo della squadra mobile, Maurizio Ferrara, brillantissimo funzionario destinato ai massimi vertici della Polizia. Il 21 maggio dell’anno precedente, sempre quel nefasto 1993, aveva ritrovato nelle campagne di Scorze’ un’auto rubata a Padova ed imbottita con 8 candelotti di gelatina , polvere da mina e tre detonatori, che avrebbe dovuto far saltare in aria il Procuratore Nazionale Antimafia Bruno Siclari, esplodendo al suo passaggio lungo la strada che lo riportava alla villa dove abitava.

Una sera eravamo andati a prendere la pizza con il famoso giornalista Antonello Calia, ed i due mi avevano fatto rodere d’invidia raccontandomi della loro meravigliosa gita estiva in Corsica. La mattina successiva fui svegliato da agenti di polizia di Venezia, che chiedevano a noi carabinieri assistenza logistica eventuale, perché si stavano recando in Questura ad effettuare una perquisizione nell’ufficio di Ferrara, disposta dal giudice Felice Casson, che, sulla scorta delle dichiarazioni di un pentito, lo accusava di detenzione di esplosivo, falso materiale ed ideologico.

Eppure era anche pervenuta una rivendicazione della Falange Armata, che oggi sappiamo essere certo indizio del fatto che tutto quello che accadde fra il 92 ed il 93 era pilotato da un’unica cabina di regia. Anche per Ferrara io resto convinto della sua buona fede e che abbia salvato la vita di Siclari, il quale, in colloqui riservati con me, anni dopo si disse della stessa opinione. Ma la sua carriera ne fu sconvolta, e gioisco di saperlo oggi alla divisione anticrimine della questura di Padova.

Non è l’incarico che avrebbe avuto senza quell’infortunio, e sarebbe almeno a capo del Servizio Centrale Operativo di Roma, ma non è nemmeno l’ufficio passaporti. In ogni caso le conclusioni della Commissione Regionale Antimafia sul caso Antoci gettano una nuova luce anche sul caso delle sorelle Napoli. E sembra che il Comando Generale dell’Arma voglia vederci chiaro, come dimostra lo strano avvicendamento al comando della compagnia di Misilmeri.

Il capitano Alberto Tulli è stato trasferito allo stesso Comando Generale, seppur con un incarico di nessun prestigio. Comanderà la compagnia speciale, quella che inquadra tutti i militari che fanno la sentinella intorno allo smisurato perimetro del nostro Pentagono, così soprannominato quando anni fa inglobò tutta la caserma che fino ad allora aveva ospitato il Reggimento a Cavallo. È un incarico ingrato, ma qualcuno lo deve pur assolvere, e non vi date pena per lui perché vicino al sole ci si riscalda.

È stato appena promosso maggiore e sono sicuro che fra un paio d’anni scalderà la sedia di addetto ad un importante ufficio di Stato Maggiore. Del resto la sua provenienza dal 186esimo corso d’accademia ed il suo precedente incarico a Pinerolo, patria della militarita’ sabauda più genuina, non lasciano dubbi. In ogni caso è anche nipote di uno dei più famosi archeologi pontifici di tutti i tempi, al quale è dedicata una strada di Roma.

Quale pecca sconta? Nessuna, perché nell’Arma da lombi così qualificati non si è mai preteso che sapessero anche condurre investigazioni di polizia giudiziaria. Quelle sono riservate a chi ha fatto il maresciallo fino al giorno prima, oppure era solo un ufficiale di complemento. Ed infatti il suo posto è stato preso dal trentasettenne Massimo Montemagno, ufficiale di complemento dal 98 al 2004, quando è entrato nel Ruolo Normale ed ha frequentato per un anno accademico il 44 esimo corso applicativo. Catanese ( anche il mio compagnio di banco al liceo Cutelli si chiamava Montemagno), ha trascorso 11 anni in Calabria in incarichi investigativi, meritandosi, per la cattura di un famoso latitante, quell’Encomio Solenne che gli è stato prezioso per il transito nel Ruolo Normale.

È da quelle parti che ha imparato a disporre le perquisizioni ai sensi dell’articolo 41 del TULPS, quelle senza mandato del magistrato. Anche nei Nebrodi, al comando della compagnia di Nicosia, si è dato molto da fare, guadagnandosi un encomio semplice. Il suo naturale impiego, dopo Calabria e Nicosia, sarebbe stato in seno alla nostra polizia speciale (Gesta-speciale, Po- lizai), cioè il ROS, ed invece lo hanno mandato a Misilmeri. Perché?

Le ipotesi sono due, e spero che si riveli veritiera la prima, cioè che da abile investigatore qual’è, scopra la verità sulla rinascita della presunta mafia dei pascoli. La seconda la avanzo timidamente, e riposa sull’affetto che nutro per Salvatore Battaglia, del quale sono stato io a salvare per ultimo la vita quando, recandosi in caserma per querelarmi

(è un suo vezzo fanciullesco che gli perdono volentieri), ha consentito ai carabinieri di scoprire la compromissione dei freni che ignoti aspiranti assassini avevano operato sulla macchina regalatagli da Giletti. Guardando il petto di Montemagno ho scoperto che è cavaliere di Malta, del Santo Sepolcro, e dell’ordine Costantiniano di San Giorgio.

Ma non solo, perché è anche benemerito della Croce Rossa nonché, last but not the least, bagnino di salvataggio. Si , avete letto bene, l’ultimo nastrino sull’uniforme dimostra che ha il brevetto di salvamento a nuoto. Quando chi non è riuscito per tre volte ad ucciderlo, butterà Battaglia nel laghetto abusivo delle sorelle Napoli perché vi affoghi, sarà Montemagno che si lancerà nell’acqua per salvarlo. Quando si dice l’uomo giusto al posto giusto.

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