Nicolo Gebbia

La scimmietta del capitano Loria

Sono nato e cresciuto nelle caserme, ed ho una certa dimestichezza con la loro architettura.
Un tempo c’era in ognuna di esse il Circolo Ufficiali, il Circolo Sottufficiali e la Sala Convegno Truppa.
Erano i tempi in cui ancora vigeva il principio di Federico il Grande, secondo il quale l’umanità si fermava al grado più basso degli ufficiali, che nella Prussia dei suoi tempi era quello di alfiere, e nell’Europa del ‘900 quello di sottotenente.
In funzione di tale privilegio ed in Italia della parentela acquisita con il sovrano icasticamente rappresentata dalla fascia azzurra, quale che fosse l’estrazione di noi ufficiali, si dava per scontato che ci comportassimo da gentiluomini.
Il crollo di questa piramide non è stato immediato, mentre essa ha subito una lenta erosione populista che non ha elevato i sottufficiali al rango di gentiluomini, ma ha livellato gli ufficiali verso il basso.
Gente come mio padre, che in vita sua è entrato nei Circoli Sottufficiali solo perché espressamente invitato da loro collettivamente per un’occasione festiva, si è estinta ormai da tempo, ed io, che ho sempre cercato di emulare il suo tratto di comportamento, ero già un uomo fuori dal tempo fin da quando mossi i miei primi passi dentro l’Arma dei Carabinieri, quella nella quale il livellamento è arrivato prima che nel resto dell’Esercito Italiano.
Schifezze come 𝒔𝒊𝒈𝒏𝒐𝒓𝒔𝒊̀ e 𝒔𝒊𝒈𝒏𝒐𝒓𝒏𝒐̀ non sono mai state pronunziate dalle mie labbra, neanche da allievo.
Ma tornando all’architettura dei Circoli Ufficiali, c’erano due particolarità sempre presenti: il campo da tennis e la voliera.
Credo di avervi mostrato, in passato, le foto di mia madre che giocava a tennis nella caserma di Belet-Uen, vincendo sistematicamente i colleghi più anziani di papà, malgrado lui la pregasse di perdere almeno una partita ogni tre.
Le voliere, invece, grandissime, elegantemente dipinte di verde, e capaci di contenere decine di uccelli, io le ho sempre trovate vuote, tranne che a Persano quando avevo quindici anni, perché c’era un pappagallo d’anteguerra, miracolosamente sopravvissuto, che sapeva fischiare 𝑮𝒊𝒐𝒗𝒊𝒏𝒆𝒛𝒛𝒂, e quando gli si diceva 𝑫𝒖𝒄𝒆 rispondeva: “𝑨 𝒏𝒐𝒊!”.
C’era un maggiore di cavalleria di antica e nobile famiglia albanese, che si chiamava Begolli-Shaban, che si era messo in testa di insegnargli anche qualche parola nella sua lingua, ma tanta pazienza non fu mai premiata.
Era un criminale di guerra condannato a morte in Jugoslavia, perché aveva fatto uccidere, con la mitragliatrice, tutte le donne ed i vecchi di un paese serbo occupato il giorno prima dal suo squadrone.
I soldati erano stati accolti con grande affettuosità ed alcuni di loro addirittura invitati a passare la notte con giovani donne i cui mariti erano in montagna, nell’esercito partigiano di Tito.
Quei soldati erano stati tutti evirati durante il sonno, e questo fornisce una motivazione, anche se non una giustificazione, all’eccidio.
Ricordo che durante una visita a Persano di mio zio Peppuccio, il magistrato, accompagnato da sua moglie Laura Valentino, quest’ultima chiacchierò amabilmente con Begolli-Shaban il quale, estasiato, ci disse che la lingua parlata a Piana degli Albanesi stava a quella moderna come l’italiano dantesco al contemporaneo.
Nella caserma Tukory di Palermo il campo da tennis lo avevamo già trasformato in un basso corpo di fabbrica che ospitava dei magazzini, ma la voliera, che sorgeva a fianco di una piccola fontana circolare con lo zampillo centrale, c’è ancora.
Il ras della caserma era l’anziano capitano Vincenzo Loria, classe 1923, ufficiale in servizio permanente effettivo di incerta provenienza, che si comportava esattamente come il famoso colonnello Buttiglione, immortalato da tanti filmetti di serie B di quei tempi.
Quando arrivava in caserma, la mattina, a bordo di una campagola guidata dal suo autista personale, bisognava schierargli la guardia, con i militari sul 𝒑𝒓𝒆𝒔𝒆𝒏𝒕𝒂𝒕-𝒂𝒓𝒎, onore che assolutamente non gli competeva.
Alle volte, addirittura, faceva fermare la campagnola sotto la sbarra, e scendeva da essa per ispezionare i carabinieri che gli stavano presentando le armi.
Famose erano le convocazioni nel suo ufficio, in occasione di cazziatoni memorabili, perché pretendeva che tu restassi sull’attenti innanzi a lui, seduto dietro alla sua scrivania, intento ad illustrarti, in un perfetto italiano, la gravità delle tue mancanze e la benevolenza che ti stava concedendo nel punirti solo con un rimprovero orale.
Io dipendevo da lui esclusivamente per i servizi di caserma, perché il Plotone Carri da me comandato era reparto diverso dalla sua compagnia fucilieri.
Quando arrivai, però, cercò di schiavizzare subito anche me finché, dopo tre ore e quarantacinque passate in piedi con le mani dietro la schiena davanti a lui, per un motivo futile quale poteva essere il fatto che uno dei miei brigadieri aveva deciso di farsi crescere il pizzo, e lui sosteneva che fosse per emulare me che già lo portavo, mi girarono i coglioni, mi sedetti su una delle due poltroncine che stavano di fronte alla sua scrivania e gli dissi : “𝑺𝒊𝒈𝒏𝒐𝒓 𝑪𝒂𝒑𝒊𝒕𝒂𝒏𝒐, 𝒔𝒐𝒏𝒐 𝒔𝒕𝒂𝒏𝒄𝒐, 𝒎𝒐𝒍𝒕𝒐 𝒔𝒕𝒂𝒏𝒄𝒐, 𝒆 𝒓𝒊𝒔𝒄𝒉𝒊𝒐 𝒅𝒊 𝒂𝒗𝒆𝒓𝒆 𝒍𝒂 𝒕𝒆𝒏𝒕𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒅𝒊 𝒔𝒄𝒉𝒊𝒂𝒇𝒇𝒆𝒈𝒈𝒊𝒂𝒓𝒍𝒂.
𝑳𝒆𝒊, 𝒄𝒉𝒆 𝒆̀ 𝒖𝒏 𝒈𝒆𝒏𝒕𝒊𝒍𝒖𝒐𝒎𝒐, 𝒎𝒂 𝒉𝒂 𝒍’𝒆𝒕𝒂̀ 𝒅𝒊 𝒎𝒊𝒐 𝒑𝒂𝒅𝒓𝒆, 𝒄𝒂𝒑𝒊𝒔𝒄𝒆 𝒄𝒉𝒆 𝒑𝒐𝒕𝒓𝒆𝒎𝒎𝒐 𝒃𝒂𝒕𝒕𝒆𝒓𝒄𝒊 𝒔𝒐𝒍𝒐 𝒂𝒍𝒍𝒂 𝒑𝒊𝒔𝒕𝒐𝒍𝒂 𝒆 𝒏𝒐𝒏 𝒗𝒐𝒓𝒓𝒂̀ 𝒂𝒗𝒆𝒓𝒎𝒊 𝒔𝒖𝒍𝒍𝒂 𝒄𝒐𝒔𝒄𝒊𝒆𝒏𝒛𝒂, 𝒑𝒆𝒓𝒄𝒉𝒆́ 𝒊𝒐 𝒍𝒆 𝒂𝒔𝒔𝒊𝒄𝒖𝒓𝒐 𝒄𝒉𝒆 𝒔𝒂𝒓𝒂̀ 𝒖𝒏 𝒅𝒖𝒆𝒍𝒍𝒐 𝒂𝒍𝒍’𝒖𝒍𝒕𝒊𝒎𝒐 𝒔𝒂𝒏𝒈𝒖𝒆, 𝒕𝒂𝒏𝒕𝒐 𝒍𝒆𝒊 𝒎𝒊 𝒉𝒂 𝒆𝒔𝒂𝒔𝒑𝒆𝒓𝒂𝒕𝒐.
𝑪𝒐𝒏𝒄𝒍𝒖𝒅𝒐, 𝒑𝒆𝒓 𝒓𝒆𝒔𝒕𝒂𝒓𝒆 𝒊𝒏 𝒂𝒓𝒈𝒐𝒎𝒆𝒏𝒕𝒐, 𝒄𝒉𝒆 𝒊𝒍 𝒓𝒆𝒈𝒐𝒍𝒂𝒎𝒆𝒏𝒕𝒐 𝒅𝒊 𝒅𝒊𝒔𝒄𝒊𝒑𝒍𝒊𝒏𝒂 𝒎𝒊𝒍𝒊𝒕𝒂𝒓𝒆 𝒅𝒆𝒔𝒄𝒓𝒊𝒗𝒆 𝒑𝒆𝒓𝒇𝒆𝒕𝒕𝒂𝒎𝒆𝒏𝒕𝒆 𝒍𝒆 𝒑𝒐𝒔𝒔𝒊𝒃𝒊𝒍𝒊𝒕𝒂̀ 𝒄𝒉𝒆 𝒐𝒈𝒏𝒊 𝒎𝒊𝒍𝒊𝒕𝒂𝒓𝒆 𝒉𝒂 𝒅𝒊 𝒂𝒎𝒎𝒊𝒏𝒊𝒔𝒕𝒓𝒂𝒓𝒆 𝒊 𝒑𝒓𝒐𝒑𝒓𝒊 𝒑𝒆𝒍𝒊, 𝒆𝒅 𝒊𝒍 𝒎𝒊𝒐 𝒃𝒓𝒊𝒈𝒂𝒅𝒊𝒆𝒓𝒆 𝒏𝒐𝒏 𝒉𝒂 𝒄𝒐𝒎𝒎𝒆𝒔𝒔𝒐 𝒏𝒆𝒔𝒔𝒖𝒏𝒂 𝒎𝒂𝒏𝒄𝒂𝒏𝒛𝒂.
𝑫𝒆𝒕𝒕𝒐 𝒒𝒖𝒆𝒔𝒕𝒐, 𝒑𝒓𝒆𝒏𝒅𝒐 𝒄𝒐𝒏𝒈𝒆𝒅𝒐 𝒅𝒂 𝒍𝒆𝒊 𝒆 𝒗𝒂𝒅𝒐 𝒏𝒆𝒍 𝒎𝒊𝒐 𝒂𝒍𝒍𝒐𝒈𝒈𝒊𝒐, 𝒅𝒐𝒗𝒆 𝒓𝒆𝒔𝒕𝒆𝒓𝒐̀ 𝒔𝒅𝒓𝒂𝒊𝒂𝒕𝒐 𝒇𝒊𝒏𝒐 𝒂𝒍𝒍𝒂 𝒇𝒊𝒏𝒆 𝒅𝒆𝒍𝒍’𝒐𝒓𝒂𝒓𝒊𝒐 𝒅𝒊 𝒔𝒆𝒓𝒗𝒊𝒛𝒊𝒐. 𝑺𝒆 𝒊𝒏𝒕𝒆𝒏𝒅𝒆 𝒎𝒆𝒕𝒕𝒆𝒓𝒆 𝒑𝒆𝒓 𝒊𝒔𝒄𝒓𝒊𝒕𝒕𝒐 𝒒𝒖𝒂𝒍𝒄𝒐𝒔𝒂, 𝒕𝒆𝒏𝒈𝒂 𝒑𝒓𝒆𝒔𝒆𝒏𝒕𝒆 𝒄𝒉𝒆 𝒊𝒐 𝒉𝒐 𝒑𝒐𝒄𝒐 𝒅𝒂 𝒑𝒆𝒓𝒅𝒆𝒓𝒆, 𝒎𝒆𝒏𝒕𝒓𝒆 𝒍𝒆𝒊 𝒓𝒊𝒔𝒄𝒉𝒊𝒂 𝒅𝒊 𝒎𝒐𝒓𝒊𝒓𝒆 𝒑𝒓𝒊𝒎𝒐 𝒄𝒂𝒑𝒊𝒕𝒂𝒏𝒐”.
Avevo azzardato molto, ma credo che l’accenno al primo capitano fu di grande efficacia.
Quel grado, che ti consente di inalberare una sbarretta di fianco alle tre stellette, compete ai capitani che hanno maturato quattordici anni di servizio senza essere promossi maggiore, e lui c’era molto vicino.
Dal giorno successivo, Loria fu con me di una gentilezza squisita, ed addirittura mi voleva al suo fianco, in ufficio, durante i famosi cazziatoni, che io riuscivo il più delle volte a temperare.
Arrivò addirittura a dirmi che se avesse avuto un figlio lo avrebbe voluto proprio come me.
È tradizione militare italiana che le caserme nelle quali si presta servizio conservino un ricordo gradevole di te o del tuo corso.
Gli ufficiali, ad esempio, regalano al Circolo della sede cui sono stati destinati alcune posate d’argento, generalmente cinque, sulle quali viene inciso il loro nome.
Il Circolo Ufficiali della Legione di Milano, di pluricentenaria tradizione, ne aveva addirittura migliaia, che confluirono tutte nella sede del Comando di Divisione, in via Marcona, durante gli anni ’70 del secolo scorso, dopo un attentato terroristico col 𝒃𝒂𝒛𝒐𝒐𝒌𝒂 che subimmo in via Moscova.
Quando Carlo Alberto Dalla Chiesa lasciò la Pastrengo e divenne Prefetto di Palermo tutte quelle posate scomparvero, ed infatti i maligni dentro l’Arma sostengono che dalla famosa cassaforte della Prefettura, in via Libertà, trovata vuota dopo la sua uccisione mancassero proprio tutte quelle posate, piuttosto che i famosi documenti riservati a mo’ di Agenda Rossa che vuole l’agiografia ufficiale.
Io però posso escludere che questa cattiveria abbia fondamento, perché la cassaforte era piuttosto piccola, mentre tutte le posate scomparse da via Marcona erano contenute in due grandi armadi corazzati.
Tornando alla caserma Tukory, poco prima del mio arrivo qualcuno aveva suggerito che anche i carabinieri di leva, quando il loro scaglione andava in congedo, potevano regalare qualche cosa che abbellisse la struttura dove erano stati ospitati.
E fu così che la vasca con lo zampillo venne riempita di pesciolini rossi e, durante la mia presenza, nell’estate del ’75 la voliera si trovò ad ospitare una scimmietta. Venne anche incisa una lastra metallica in cui si spiegava il nome scientifico dell’animale.
Quello che non era stato previsto fu il grande amore che nacque fra la scimmietta ed il capitano Loria.
Quell’estate giunse al punto che non entrava neanche più in ufficio, e si fece allestire una scrivania all’ombra del secolare 𝒇𝒊𝒄𝒖𝒔 𝒎𝒂𝒈𝒏𝒐𝒍𝒆𝒊𝒅𝒆𝒔 sotto cui albergavano sia la voliera che la fontana. Lui firmava la posta seduto a quella scrivania con la scimmietta che spesso gli stazionava sulle spalle.
Purtroppo al piano di sopra c’era la sala d’attesa dei civili che dovevano passare la visita di leva, i quali presero il malvezzo di irridere a Loria ed alla sua Cita (la aveva chiamata proprio come quella di Tarzan). Dovetti andare a trovare il tenente colonnello medico che dirigeva l’Ufficio Selezione, e ricordargli che era mio padre quello che compilava le sue note caratteristiche.
Non fu sufficiente, perché evidentemente non aveva le palle per mantenere la disciplina fra quei giovani che ancora non portavano le stellette ma che sarebbe stato facile intimidire altrimenti. Ed allora organizzai una contromossa diabolica.
Dovete sapere che il rumore dei motori prodotto anche da uno solo dei miei cinque carri armati, e le vibrazioni, impedivano ai medici di auscultare il cuore dei giovani coscritti e dopo un intenso scambio di corrispondenza burocratica, anni prima era stato stabilito un orario convenuto per evitare l’inconveniente. Io invece mi misi di buzzo buono, ed ogni mattina alle nove li facevo accendere tutti e cinque, tenendoli in moto per un’ora e mezza, con delle accelerate terribili ogni quindici minuti. Credo che allo Stato la guerra della scimmietta sia costata molti milioni di lire in benzina super, ed ai poveri cavalli delle scuderie che fronteggiavano il Parcheggio Carri deve essere venuto anche l’esaurimento nervoso, ma alla fine feci vincere Loria e Cita, ed il tenente colonnello medico telefonò a mio padre dicendogli che aveva disposto la chiusura di tutte quelle finestre, compresi gli scuri, lasciando che i giovanotti morissero di caldo perché di certo non c’era l’aria condizionata. Mio padre cascò dalle nuvole, perché non gli avevo mai raccontato nulla, e mi presi un cazziatone anche da lui, tutto condito di battute sarcastiche sui carabinieri che giocano con scimmie e carri armati. La fuga di Cita sul 𝒇𝒊𝒄𝒖𝒔, dove raggiunse subito i rami più alti, ci costrinse a chiamare i Vigili del Fuoco, ma quelle poche ore di libertà le dettero alla testa ed una settimana dopo riuscì a raggiungere la palazzina delle camerate, dove rimase per più di dodici ore prima che riuscissimo a catturarla senza farle del male. Lì accadde l’imprevedibile, perché Loria dovette ricevere tre popolane che abitavano nel palazzo ubicato di fronte alla palazzina, le quali sostenevano che Cita le aveva spiate mentre erano in 𝒅𝒆́𝒔𝒉𝒂𝒃𝒊𝒍𝒍𝒆́.
Io temevo che al povero capitano venisse un infarto, e mi dispiace di non essere capace di raccontare nei particolari quei discorsi, perché sarebbero degni di una sceneggiata napoletana. Le donne non si calmarono neanche quando feci rilevare loro che Cita era femmina, e quindi mi veniva difficile immaginare che avesse qualche concupiscenza nei loro confronti. Se ne andarono insoddisfatte, preannunziando una visita dei loro mariti che, grazie a Dio, essi ci risparmiarono. Con l’autunno ed i freschi notturni Cita si raffreddò.
Essa costò a Loria una fortuna, in visite private del veterinario da lui signorilmente pagate, e fu così che scoprii trattarsi di un uomo molto agiato, per beni di famiglia suoi e della moglie. Viveva in un bel palazzo in via Libertà, in prossimità del Politeama, arredato con splendidi mobili antichi di famiglia. Durante la malattia venne in caserma anche la domenica, alla guida della sua costosissima 𝑨𝒍𝒇𝒂 𝑹𝒐𝒎𝒆𝒐 𝑮𝑻𝑨, che mai gli avevamo visto prima e credo che Cita sia guarita più per l’affetto che lui le dimostrava che non per le pillole che ogni sei ore il sottufficiale di guardia le doveva somministrare. Grazie a Dio l’inverno fra il 1975 ed il 1976 fu molto mite, ma fu comunque sgombrata un’intera aula didattica all’interno della quale Cita trascorreva la notte con una stufetta elettrica sempre accesa. Non vi voglio tediare ulteriormente, ma è mio obbligo concludere tristemente questa storia.
A Natale del 1975 finalmente Loria fu promosso maggiore ed io personalmente gli regalai il soggolo argentato con i nuovi galloni da sostituire sul berretto. Presi poi quello da capitano, che era di volgare plastica, e lo bruciai davanti a lui, inventandomi che si trattasse di un cerimoniale d’obbligo dal valore scaramantico.
Nel settembre del ’76 partii per Roma dove avrei frequentato un corso presso la Scuola Ufficiali, e tornai a Palermo solo un anno dopo, per meno di un mese, prima di raggiungere la tenenza di Ales in Sardegna. Loria venne trasferito alla Legione contemporaneamente alla mia partenza e la scimmietta sopravvisse all’evento solo fino al quindici novembre, quando morì misteriosamente d’infarto, ma è mio fondato convincimento che quel paio di mesi trascorsi senza l’affetto quotidiano di Loria ed alla mercé di ritorsioni da lei subite per chissà quali torti, veri o presunti, imputati all’anziano ufficiale, le siano stati letali.
Non so perché vi ho raccontato tutto ciò, ma effettivamente il maltrattamento degli animali alla nostra mercé è un malvezzo che noi carabinieri coltiviamo da secoli, e vi sottaccio per carità di patria tutto quello che so in proposito.

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