Nicolo Gebbia

Sardine e beccafico

Federico Umberto D’Amato nacque a Marsiglia il 4 giugno 1919, da padre napoletano e madre piemontese. In gioventù visse tra Parigi e Roma. Durante la Seconda Guerra Mondiale, e soprattutto dopo la nostra Resa Incondizionata (Armistizio solo in Italia) fu, sotto le mentite spoglie di commissario di Pubblica Sicurezza, un agente della CIA, agli ordini di James Angleton, che ne era il capo. Il solito Geraci, grillo parlante dei miei pezzi, vi spiegherà che la CIA non era ancora nata, e che allora si chiamava ancora OSS, ma io vorrei semplificare.
Appena partorito il Patto Atlantico, vediamo D’Amato sovraintendente alla Segreteria Speciale. Dal 1957 in poi entra all’Ufficio Affari Riservati del Ministero degli Interni, fino a diventarne formalmente il capo nel novembre del ’71. E’ lui che si inventa la strategia della tensione, che ha un manifesto programmatico nel documento dal titolo “La nostra azione politica”. Di notoria evidenza la sua collaborazione al periodico Il Borghese e l’impulso dato ai neofascisti di Stefano Delle Chiaie, il fondatore di Avanguardia Nazionale.
Lo rimosse nel ’74 il ministro Paolo Emilio Taviani, subito dopo la strage di Piazza della Loggia. Fu messo a dirigere la Polizia di frontiera, ma ebbe sempre notevole influenza sull’Ufficio Affari Riservati fino a che esso non venne sciolto nel 1984.
Naturalmente P2ista, dal momento in cui andò in pensione (1984), non rilasciò mai alcuna dichiarazione, ritagliandosi invece la fama di grande gourmet, tanto da dirigere la rubrica di cucina de l’ Espresso, per il cui gruppo editoriale ideò una sorta di guida Michelin all’italiana.
Dopo la sua morte, nel ’96, anzi, ancora qualche mese prima, la sua abitazione fu oggetto di varie perquisizioni ordinate dai giudici Mastelloni e Saviotti che portarono al ritrovamento, in un magazzino alla periferia di Roma, di un archivio composto da 150.000 fascicoli non catalogati.
Naturalmente, come la ministra Pinotti ed il poliziotto che arrestò Strauss-Kahn, era insignito della Legion d’onore francese.
Ora mi chiederete… perchè vi sto raccontando tutto ciò?
E’ la seduta straordinaria del Consiglio Comunale di Mezzojuso, indetta per le 17 di oggi con un solo argomento all’ordine del giorno, solidarietà alle sorelle Napoli, che mi ha indotto a questa risoluzione.
Il 31 dicembre dello scorso anno giurai come Assessore alla Cultura ed alla Pubblica Istruzione, ruolo che ho mantenuto sino al 5 giugno u.s., quando la richiesta del ministro Salvini, sollecitata in diretta tv da Giletti, di sottoporre il comune ad una ispezione antimafia, per la sua protervia ed infondatezza, mi videro costretto alle dimissioni.
Dissi allora, e ripeto oggi, che non sono un uomo per tutte le stagioni.
La solidarietà di oggi, è seconda solo a quella ieri espressa da Musumeci, quel vecchio missino che abbiamo messo a dirigere una regione che, onestamente, meriterebbe qualcosa di meglio.
E’ comunque una solidarietà di destra, ed io sono rimasto un trotskista della IV Internazionale. Da assessore ho più volte rappresentato a quei bravissimi ragazzi della Giunta ed a quel onest’uomo del Sindaco Giardina l’imbarazzo che provavo, visto che il loro elettorato è composto prevalentemente da simpatizzanti di Forza Italia, come dimostrato dagli eccezionali risultati che il partito ha mietuto in paese per le ultime elezioni europee.
Non mi restava che darmi all’ippica, ma il ginocchio malfermo me lo impedisce.
Ho pensato così di ripiegare sulla gastronomia, come Federico Umberto D’Amato.
Nel Medioevo le campagne siciliane erano popolate da un particolare tipo di tordi, che si nutrivano prevalentemente di fichi, tanto che il volatile era chiamato, per l’appunto, beccafico.
I cacciatori li uccidevano, e nelle loro aristocratiche cucine i monsù li preparavano, farcendoli delle loro stesse interiora e viscere.
I poveri ritennero di imitare quel piatto prelibato con le sardine: dopo averle squamate, svuotate delle interiora e togliendo ad esse testa e lisca, ma lasciando la coda, esse venivano poi farcite con del pan grattato, dorato a fuoco dolce, pinoli, uvetta. Cosparse infine con un’amalgama liquida di prezzemolo, aglio tritato, zucchero, sale e pepe, le sarde venivano arrotolate su se stesse cominciando dalla parte della testa. La cottura avveniva al forno in una teglia cosparsa d’olio dove le sarde erano adagiate ravvicinate, ponendo tra l’una e l’altra una foglia di alloro. Su tutto veniva poi cosparso il pan grattato che era rimasto, aggiungendo succo d’arancia. Una squisitezza, tanto da non fare rimpiangere i tordi preparati dai monsù.
L’attuale mafia dei pascoli di Mezzojuso sta a quella vera come le sarde ai tordi.

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