Nicolo Gebbia

Sarajevo mon amour, ovvero le origini antiche della protervia francese

La ballata di Mandrin cantata da Yves Montand. Quanto accaduto a Bardonecchia richiama alla mia memoria una pagina della storia europea poco nota e degna di essere succintamente riassunta: le guerre doganali che contrapposero nel 700 il regno di Francia a quello di Sardegna, appena nato ed abbisognevole di ingenti fondi per reggersi in piedi e per costruire la capitale, Torino, nella magnificenza architettonica che tutti le riconoscono ancor oggi.
Dal ginevrino e da Nizza, entrambi allora savoiardi, ogni genere di merci affluiva in Francia, eludendo la feroce gallica gabella, che addirittura armo’ un esercito privato per combattere i contrabbandieri sardi.
Il loro capo più noto, (nel museo storico della Guardia di Finanza è effigiato in uniforme e definito ‘generale’), era Louis Mandrin, che veniva dalla gavetta, ma che addirittura, una volta fatta carriera, fece dare alle stampe un manuale di addestramento militare scritto per lui da un professionista.
Il popolo ed i Savoia lo adoravano, perché al primo distribuiva generosamente parte del profitto come Robin Hood e dei secondi era sostegno indispensabile, riposando sui suoi floridi traffici il capitale accumulato da banchieri ginevrini che erano i finanziatori della corona.
Con i loro soldi fu allargata la galleria scavata secoli prima sotto il Monviso dai marchesi di Saluzzo per superare il passo montano in inverno, quando le nevi lo bloccavano.
Da quella galleria i muli di Mandrin, provenienti da Nizza, portavano il sale in Francia, eludendo l’odiosa tassa (Sale e Tabacchi, ricordate?), che costringeva i poveri d’oltralpe ad una dieta praticamente insipida.
Ma i muli dovevano portare il basto da un lato solo, perché altrimenti restavano incastrati fra le due pareti. L’allargamento consentì finalmente di caricare gli animali con due basti ben equilibrati, e la speditezza, più che la maggior quantità di sale, rese il traffico particolarmente remunerativo.
Re Luigi XV vanamente protestava con suo cugino Carlo Emanuele III, che faceva orecchie da mercante. Finche’ gli esattori della gabella persero la pazienza. Senza informarne il re, fecero sconfinare le loro guardie di parecchi chilometri all’interno del regno di Sardegna e sequestrarono Mandrin nel suo paese d’origine, Rochefort in Savoia.
Carlo Emanuele mandò allora un ultimatum a Luigi XV, ma i gabellieri, d’accordo col vescovo di Valance, nel Delfinato, batterono i due sovrani in velocità, facendo condannare a morte il sequestrato, mediante il supplizio della ruota, che fu inflitto pubblicamente il 26 maggio del 1755.
L’alto prelato pare che si fosse pentito di tanta ferocia e. come il vescovo di Monreale col bandito Giuliano, gli impartì l’estrema unzione e dette ordine al boia di assicurarsi che il condannato morisse prima che la ruota ne smembrasse da vivo le carni.
Lui ed i gabellieri rimasero impuniti, come 195anni dopo il principe,  l’avvocato ed il prelato che pagarono Gaspare Pisciotta per evitare che Giuliano li indicasse come i mandanti della strage di Portella della Ginestra.
Noi carabinieri ancora eravamo lontani dall’essere fondati e così nessuno pote’ imputarci alcunché. La monarchia però capì  che doveva proteggere sistematicamente i contrabbandieri da cui dipendeva l’economia del regno, troppo piccolo per opporsi frontalmente alla corona di Francia, ed istituì il ‘servizio del cordone’.
Ogni reggimento di fanteria dell’armata sarda doveva periodicamente inviare soldati a Voghera, dove fu creato un comando che aveva solo il compito di presidiare (cordonne’, le frontiere, per proteggere i benemeriti contrabbandieri dagli sconfinamenti dei mercenari assoldati dalla gabella francese.
Morto Carlo Emanuele III, Il suo successore Vittorio Amedeo III stabilizzò tale servizio fondando la Legione Truppe Leggere, che ebbe un comandante calvinista e ginevrino scelto dai banchieri di quella città, Gabriel Pictet, proprio quello che era stato il gosth writer di Mandrin per il manuale di addestramento militare che ho già detto.
Ando’ in pensione da generale di brigata e si convertì al cattolicesimo per essere decorato dell’ordine mauriziano, che i Savoia riservavano solo ai militari di quella confessione. I suoi discendenti fondarono la Banca d’Affari omonima, famosa per essersi impadronita dei beni conservati nelle sue cassette di sicurezza dagli ebrei periti nella shoa e qualche anno dopo , per essere stata prescelta allo scopo di versarvi la più famosa delle tangenti italiane, quella del contratto ENI-PETROMINT, che Licio Gelli pretese dall’avvocato Poncet per il Comandante Generale ed il Capo di Stato Maggiore della Guardia di Finanza, generali Giudice e LoPrete, arrestati per lo scandalo petroli e difesi dall’avvocato Acampora, già capitano delle Fiamme Gialle.
Farsesco, se non fosse grottesco ed offensivo per tutti i miei amici finanzieri onesti, è che il Corpo viene millantato proprio come nato con la Legione Truppe Leggere nell’ottobre del 1774, e Gabriel Pictet come suo primo comandante.
Nell’oscena ansia di cercare una data anteriore a quella di nascita dei carabinieri (1814), senza alcun fondamento storico, ma anzi con la palese contraddizione di aver scelto proprio un reparto nato per la protezione del contrabbando, questi aspiranti stregoni non si sono resi conto che rendevano un cattivo servizio prima di tutto a se stessi e solo superficialmente alla Storia, tanto facile è smascherarli.
Quando è realmente nata la vera e benemerita Guardia di Finanza? Il fregio del berretto come lo conosciamo oggi (‘cornetta da cacciatore, granata con fiamme e fucili incrociati),  è del 1 maggio 1887. Ma è la legge 397 del 9 luglio 1906 che sancisce la nascita della vera Guardia di Finanza, cui furono concesse le stellette l’anno successivo, mentre nel 1908 i finanzieri furono sottoposti al Regolamento di Disciplina Militare e finalmente nel 1911 al corpo fu concessa la Bandiera di Guerra.
Questa caratteristica, della militarità, unica nel mondo, li ha resi quello che oggi sono, il presidio più valido nel contrasto alle mafie. Se i loro capi volessero rendere un servizio a tutti i finanzieri, è il 1906 che dovrebbero pubblicizzare come data di nascita.
Il tentativo maldestro e truffaldino di scippare un secolo e mezzo di storia inesistente, alimenta il facile umorismo che accompagna da sempre un Corpo che, avendo come fine il recupero delle finanze evase, è sottoposto a tentazioni immani, nelle quali i suoi quadri, fino ai livelli più alti, sono periodicamente caduti, senza mai infangare l’onore dei semplici finanzieri, i quali hanno saputo raccogliere ogni volta dalla polvere la loro bandiera, riportandola a sventolare alta.
Ho parlato della conversione al cattolicesimo di Gabriel Pictet per ottenere la medaglia mauriziana, che i ginevrini non gli perdonarono mai. Mi sto ora chiedendo se la mia conversione al cristianesimo ortodosso mi faccia decadere dal diritto di fregiarmi di tale onorificenza, conseguita quando ero ancora cattolico.
Anche in questo caso c’entrano i francesi, ed incidentalmente la Pasqua, quindi voglio raccontarvelo. A Sarajevo comandavano loro, nel 2002, quando ci arrivai. Me ne resi conto scendendo dall’aereo, quando un soldato francese ordinò a tutto il mio reparto di restare a capo scoperto sotto la neve, ed a me che non avevo obbedito fece saltare il basco dalla testa con uno scappellotto.
Gli inflissi uno schiaffone che lo lasciò di stucco e che mi costò l’essere trattenuto per più di un’ora dai suoi colleghi. Fui “liberato” dal colonnello Cotticelli, mio comandante di reggimento, che diplomaticamente spiegò che un ufficiale superiore italiano risponde per le rime a chi gli mette le mani addosso, e che il soldato avrebbe dovuto spiegarmi in inglese, lingua che non conosceva, la necessità di evitare che il basco fosse risucchiato dalle turbine di un aereo.
Successivamente dovetti affrontare delle vere e proprie guerre con alpini e francesi, ogni volta che i carabinieri nuovi arrivati erano costretti ad affrontarli in esercitazioni di ordine pubblico a fronti contrapposti, per ottenere la certification, senza la quale non potevano andare in giro per la Bosnia Erzegovina a pattugliare il territorio e raccogliere informazioni.
Una volta che gli alpini, inquadrati nella divisione francese di Mostar, simulando di essere dimostranti e comandati da un gallico tenente, oltrepassarono il segno, lanciandoci addosso bottigliette di plastica piene di pipì e panini che nascondevano al loro interno sfere di ghiaccio dure e pesanti, lasciai che i miei carabinieri si sfogassero, e li pestammo a dovere.
Al tenente francese rompemmo un braccio, ma ancora peggiori conseguenze subì dal comandante della divisione, il generale Armage’, che lo considerava comunque uno sconfitto, e quindi indegno della sua solidarietà.
Gli unici francesi che avevano buoni rapporti con noi erano quelli della gendarmerie prevotal, la loro polizia militare. Una volta che ebbero la notizia di un deposito di armi a Mostar, in cui sequestrammo 800 Kalashnikov costruiti solo nel 99 (ben dopo la fine della guerra), la dettero a noi, purché il generale Armage’ non lo venisse mai a sapere.
Trovai anche un colonnello della Legione Straniera veramente illuminato. Mi confidò che il ponte di Mostar era stato tirato giù da un artigliere musulmano ubriaco, e mi sunteggio icasticamente la situazione in tre parole: “Gli ortodossi odiano i mussulmani ed i cattolici, i mussulmani odiano solo gli ortodossi, ed i cattolici odiano tutti”. Poi mi invitò a rinnovare con ardore il mio corteggiamento ad una maggiore medico dell’esercito tedesco che mi resisteva pur apprezzando le mie galanterie.
Mi disse che i tenenti colonnelli come me, sono colonnelli di giorno e tenenti di notte, ed io tentai di espugnare il castello teutonico con l’ardore di un tenentino. Chitra Koeninsburg , di padre tedesco e di madre indiana della casta dei bramini, tuttavia non era della stessa opinione.
Una sera mi invitò nel suo quartierino, una baracca costruita con legno di risulta, che conteneva una branda ,una sedia e scrivania- comodino costruita con lo stesso legname.
Maternamente mi fece addormentare appoggiando la testa sul suo ventre. Quando mostrai meraviglia per la povertà del suo alloggiamento, mi disse che il ministro della difesa aveva fatto personalmente visita all’ospedale militare tedesco di Sarajevo, scusandosi con tutto il personale per la povertà francescana della loro sistemazione logistica, ma “tutti i tedeschi avevano l’obbligo morale di stringere la cinghia finché non fosse stata riassorbita la crisi dovuta alla fusione con la poverissima Germania comunista”.
Alle volte mi chiedo quanti buchi di quella cinghia i tedeschi abbiano voluto condividere con noi, senza dircelo. Chitra però era molto critica con il maschilismo della Sanità militare tedesca e dopo Sarajevo, le toccò un anno a bordo di una nave ospedale ancorata a Gibuti prima di essere promossa tenente colonnello.
È rimasta una cara amica, come la maggior parte delle donne che ho corteggiato invano nella mia vita. A Pasqua mi capitò l’episodio che mi convinse a farmi ortodosso. Il cardinale Pulic, primate di Bosnia e firmatario per la fazione cattolica degli accordi di Dayton, dopo dieci anni in cui a Sarajevo non si celebrava il rito della Via Crucis, chiese a noi carabinieri di poterlo fare nei viali di ghiaia e terra battuta del nostro reggimento MSU, che sorge alla estrema periferia di Sarajevo, costruito in prefabbricati ( CORIMEC) su un letto di terra alto due metri buttato sopra la coltre di cadaveri di mussulmani ed ortodossi che proprio lì avevano la linea del fuoco.
Unico indizio i corvi neri che abbondano a tutte le ore del giorno e della notte, sempre intenti col becco a scavare il terreno. Gli dicemmo di si e toccò a me fare il padrone di casa, visto che il colonnello Cotticelli ottenne una breve licenza per raggiungere la sua famiglia.
Io di Via Crucis in vita mia non ne avevo mai percorsa neanche una e mi ritrovai in testa al corteo dei fedeli , con una candela in mano, alla sinistra del cardinale, mentre alla sua destra c’era un generale di divisione francese, gay, che era il vicecomandante di tutte le truppe di stanza in Bosnia Erzegovina.
Americani ed inglesi tradizionalmente lasciano questo incarico, prestigioso quanto inutile, ai francesi, perché così “non rompono i coglioni” mentre loro, si spartiscono quello di Comandante e di Capo di Stato Maggiore, che sono gli unici che contano.
Ai tedeschi l’amministrazione, ed a noi carabinieri italiani l’intelligence, dove siamo imbattibili.Alla fine della Via Crucis ero spossato ma felice. Il cardinale, ieratico, solenne, ed in un latino dalla metrica perfetta, mi aveva fatto rivivere la passione di Gesù con tale partecipazione che me la si leggeva in faccia .
Io ed il generale francese prendemmo congedo da lui che si allontanò su una modesta automobile, ed invitai il gallo a bere un cognac Napoleon con me. Fu mentre sorbivamo il liquore, riscaldandolo con le mani, che l’uomo,  mi sciorinò tutti i crimini di guerra commessi ed ordinati dal cardinale durante la guerra.
Trasecolavo, ma la fonte era ricca di particolari e li aveva appresi durante le ostilità, perché lui era già in Bosnia a quell’epoca. La mattina successiva, dopo un sonno pieno di incubi, cercai di convincermi che il generale, incline al pettegolezzo come il luogo comune vuole siano di solito i gay, mi avesse riempito di cattiverie e dicerie non riscontrabili.
Non era così e ne ho avuto la prova indagando nei mesi successivi. Ora sapete perché sono diventato ortodosso. Circa i francesi una sola volta ho capito cosa vuol dire potersi permettere il lusso di “mandarli a cagare”. Successe poco prima che fossi trasferito in Sicilia a cercare Provenzano.
Era giunta notizia che all’aeroporto, sull’unico volo di linea che atterrava regolarmente, quello proveniente da Istambul, fosse imbarcato un terrorista mediorientale, ed il generale Sylvester, il comandante di tutto, mi prese a bordo del suo Hummer con un carabiniere poi morto a Nassyria, e ci dirigemmo verso i cancelli aeroportuali, presidiati dai militari francesi.
Uno di questi con la paletta ci fermò e chiese i documenti al generale. Questi gli rispose : “IO SONO IL PADRONE DELLA BOSNIA” ed ordinò al suo autista di travolgere la sbarra. Poi proseguimmo a tavoletta sulla pista fino all’aereo turco, che non aveva ancora aperto i portelli.
Io detti ordine via radio al capitano che mi seguiva con venti carabinieri di non fermarsi all’alt dei francesi e mettemmo a soqquadro l’aereo,  identificando e perquisendo tutti con grande determinazione. Da allora so cosa vuol dire essere i padroni del mondo, e so che i francesi , pur con tutta la loro grandeur, sono servi degli americani come noi.
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