Nicolo Gebbia

Santovito, Miceli, Martini e gli altri che ho conosciuto

 

 

Sono sempre a letto con questa influenza che non se ne vuole andare e, misteriosamente, la malattia fa riaffiorare alla memoria episodi e spigolature di vita, rimasti sopiti per più di 60 anni.

Vi ho raccontato del mio arrivo a Mogadiscio durante l’estate del 1950, a bordo di un bombardiere Lancaster, riadattato dall’Alitalia .

Vi ho anche detto che i miei genitori furono incaricati di fare amicizia con l’ambasciatore egiziano che avrebbe dovuto testimoniare per iscritto, insieme con i suoi colleghi delle Filippine e del Venezuela, che noi italiani eravamo partiti sul piede giusto per consentire alla Somalia, pochi anni dopo, di reggersi sulle sue gambe, una volta dichiarata indipendente.

Fra i colleghi di mio padre c’era anche un simpatico tarantino, Giuseppe Santovito, che era letteralmente scappato in Somalia per sfuggire ad una fidanzata sgradita che voleva sposarlo a tutti costi. Più volte la giovane donna aveva cercato di prendere l’aereo dell’Alitalia, ma, misteriosamente, la sua prenotazione, in quei soli nove posti che esso prevedeva, andava puntualmente in overbooking.

Un bel giorno, però, sbarcò a Mogadiscio dal bananiero Fairsky venuto a fare rifornimento di piccole banane somale che in Italia erano vendute in regime di monopolio.

Si presentò al Governatore dichiarando che sarebbe ripartita solo dopo le nozze.

Santovito fu subito spedito nell’Ogaden, ai confini con l’Etiopia, dove venivano presidiati alcuni pozzi d’acqua che avevamo usato come casus belli, nel 1936, per dichiarare guerra al Negus. Il Governatore disse alla signora che quella parte di deserto era considerata zona di guerra, e quindi lei non avrebbe potuto raggiungerlo.

Fu chiamata mia madre, alla quale venne affidata la giovane donna, perchè la ospitasse, vegliando sulla sua virtù, fino a quando, venti giorni dopo, il capitano Santovito sarebbe tornato in città.

Il Governatore disse poi a mio padre che confidava sulla sagacia della mamma per farle cambiare idea, lasciando che riflettesse sulla sua probabile futura infelicità coniugale.

In quei venti giorni accadde una cosa imprevista: l’ambasciatore egiziano si innamorò della fidanzata di Santovito. Fisicamente erano molto belli entrambi, e mia madre era solita dire che l’ambasciatore sembrava il sosia di mio nonno Nicolò, per giunta con gli occhi azzurri. Lei, invece, era una bruna che assomigliava alla Lollobrigida, e comunque cadde facilmente tra le braccia dell’uomo, anche in virtù dei costosissimi gioielli che lui le regalò.

Tornò a Roma con la convinzione che, da quel momento in poi, sarebbe stata riccamente mantenuta dal gentiluomo arabo, che, però, l’avrebbe sposata solo se lei si fosse convertita all’Islam.

Ed anche in quel caso il ruolo cui era destinata era quello di terza moglie.

Santovito per il mio secondo compleanno fece venire dall’Italia una biciclettina marca Quattrocchi e me la regalò.

Come finì la liaison? Male, perchè quando in Egitto il generale Neghib, coadiuvato da Nasser e dagli altri ufficiali del partito Bahat, prese il potere cacciando Re Farouk a Roma, furono mandati anche dei sicari fino a Mogadiscio, per uccidere l’ambasciatore, primo cugino del Re, e suo stimato consigliere. Però non vi dovete preoccupare troppo per il destino dell’infelice baiadera: quando tornammo in Italia la rivedemmo in via Veneto, seduta da Doney con il Re.
Il sussiego con cui gli volle presentare mio padre e mia madre lasciava intendere che era entrata nel suo ricco harem.
All’epoca dirigeva ancora il Sifar il generale Ettore Musco Comandante di reggimento di mio padre durante la guerra di liberazione, da entrambi combattuta lungo la dorsale adriatica, nella Ottava Armata britannica.

Lo incontravamo ogni domenica al Circolo Ufficiali di Palazzo Barberini. Era ossessionato dal timore che i comunisti prendessero il potere in Italia, ed aveva ottenuto che la Capitale fosse protetta da una possente forza di intervento rapido, la divisione corazzata Pozzuolo del Friuli. Al suo interno, fra gli altri, c’erano il IV Reggimento Carristi di Civitavecchia , dove faceva servizio mio padre, che ne era l’Aiutante Maggiore, ed il reggimento di artiglieria corazzata semovente di Bracciano.
In tutto si trattava di 150 carri armati M47 Patton e 150 obici semoventi M44. Si trattava, all’epoca, degli stessi mezzi appena entrati a far parte della dotazione dell’esercito statunitense.
Ricordo ancora la Festa della Repubblica del ’56, perchè finalmente erano arrivati, dagli Stati Uniti, i periscopi all’infrarosso per gli M47.

Musco dette l’ordine, ed il comandante del IV Carristi, la medaglia d’oro Alberto Massa Gallucci (un fascistone appena liberato dalla prigionia in Siberia) ne incaricò mio padre: la colonna di 50 carri armati che nella notte volgente al 2 giugno percorreva la statale Aurelia, dopo avere superato Santa Severa, avrebbe spento i fari procedendo per venti minuti con il sistema di orientamento infrarosso.
Ne fecero le spese due camionisti bolognesi, che abbandonarono il loro autotreno con rimorchio e raggiunsero a piedi la stazione carabinieri di Palidoro (quella di Salvo D’Acquisto) dove, scioccati, denunziarono che eravamo stati invasi dai marziani.
Lo raccontò mio padre a me ed alla mamma la mattina del 3 giugno, quando, di ritorno a Civitavecchia, transitando da Santa Marinella dove abitavamo, si fermò al Gigi Bar, facendosi portare un caffè in torretta .
Nel ’57 l’Esercito Italiano subì una ristrutturazione. Fra le altre cose, essa prevedeva che carristi e bersaglieri si fondessero insieme per dar vita ai reggimenti di fanteria corazzata.
Mio padre disprezzava profondamente i bersaglieri, e uguali sentimenti provavano tutti i carristi italiani. Fra gli uni e gli altri, per quanto l’esempio possa zoppicare, c’era quasi una differenza antropologica. I bersaglieri, tutti cuore e muscoli, imparavano a memoria 10 comandamenti sacrileghi, ed il decimo diceva “presunzione di se stessi fino all’assurdo”. Un altro, se non ricordo male, diceva “l’impossibile lo facciamo subito, per i miracoli dateci il tempo”.

I carristi, invece, pensavano di essere dei militari tecnologici di grande cultura scientifica, e i quadri, in particolare, ritenevano di riunire in sè la preparazione matematica di un ufficiale di Artiglieria, la conoscenza dell’etere di un ufficiale delle Trasmissioni e l’impeto travolgente di un ufficiale di Cavalleria.
Mio padre andò a trovare il generale Musco e gli disse testualmente: “Ha vinto lei, dopo anni di rifiuti, accetto la sua proposta di entrare nelle barbe finte”. Musco però gli rispose: “Arrivi tardi, Gronchi mi ha appena giubilato, e vado a Treviso a comandare la Divisione Folgore.
Mio padre non poteva crederci, e fu così che Musco entrò in particolari molto riservati, spiegandogli che, finalmente, dopo due anni di indagini, i russi avevano ricostruito con esattezza quello che era successo a Sebastopoli il 30 ottobre 1955, quando saltò in aria, nel porto, la nostra corazzata Giulio Cesare, ceduta come danni di guerra all’Unione Sovietica. Musco, per dimostrare in ambito NATO che eravamo ancora gli italiani dell’impresa di Alessandria d’Egitto, aveva mandato da Varigotti in Crimea un commando di sabotatori del COMSUBIN, che avevano dimostrato agli americani quanto valessimo militarmente.

La prova era stata il fatto che uno dei sabotatori aveva perso un braccio, al cui polso i russi trovarono un orologio Panerai ancora funzionante. Si trattava di una piccola serie assemblata poco prima per i sabotatori egiziani della Marina di Nasser.
Gronchi, che era stato eletto Presidente della Repubblica con i voti determinanti del partito comunista, ricevette un diktat dall’ambasciatore russo ed obbedì, giubilando il generale Musco.

Vito Miceli, invece, lo conobbi a Capo Teulada nel 1962. Era cominciata da poco la scuola ed io frequentavo la terza media. In classe con me c’era il figlio di un ufficiale che aveva grande fama di menagramo. Si chiamava Toccafondi.
Durante la guerra, i colleghi di reggimento, mentre si spostavano verso l’Africa, lo avevano costretto a restare relegato nella sua cabina.Precauzione inutile, la nave venne affondata lo stesso dai siluri britannici e si salvarono in pochi, Toccafondi compreso.
Infatti è caratteristica dei menagrami l’essere personalmente abbastanza fortunati. Quella mattina, era una domenica, sfidai Toccafondi ad una tenzone ciclistica ed ero davanti a lui, in discesa, quando mi voltai per essere certo che non stesse raggiungendomi. Non mi accorsi di un enorme paracarro di travertino che evitai con la ruota ma non con il pedale. Feci 7 metri in volo ed atterrai sopra un montarozzo di brecciolino lasciato lì dall’ANAS.

Mio padre e mia madre mi avevano lasciato solo per andare a trovare, a Cagliari, un loro amico, il medico militare Pontillo, ed avevano portato con sè mio fratello, nato nel ’59 a Legnano, da dove, dopo quattro anni di convivenza sgradita con i bersaglieri ed i legnanesi, mio padre, pur di scappare, aveva accettato la proposta di Capo Teulada. Fu proprio un bersagliere, però, a venire in mio soccorso, il trapanese colonnello Vito Miceli, che si trovava lì con il suo reggimento per esercitazioni. Mi prese in braccio e disse all’autista della sua Campagnola di raggiungere subito l’infermeria militare. Era un uomo intuitivo, infatti impedì a Toccafondi di salire sulla jeep.
In infermeria, constatata la mancanza del medico, si mise ad urlare , finchè, mezz’ora dopo, arrivò, dal paese di Teulada dove abitava con la moglie, il capitano medico Casula. Questi diagnosticò una frattura scomposta del polso sinistro ed un vasto trauma al volto, dove mi si era aperta la narice destra ed avevo perso anche un incisivo. Il labbro, poi, sembrava quello di un nato leporino. Era molto emozionato, perchè si era specializzato in ginecologia a Palermo con mio zio Giovanni, il fratello maggiore di mio padre, e sapeva che quanto operato avrebbe subito il vaglio del suo Maestro. Mi applicò quattordici punti in faccia e sette sulle gengive . Fece un ottimo lavoro, anche se, per un paio d’anni, la metà destra della mia faccia appariva mostruosa, tanto che la gente distoglieva gli occhi. Mi è rimasto un buco alla base del naso, dove la narice è stata riattaccata, facendo a meno del pezzetto che era rimasto sul brecciolino. I baffi nascondono la brutta cicatrice che ho sopra il labbro destro, ma devo dire che il povero dottor Casula proprio non avrebbe potuto fare di meglio.

Durante le due ore abbondanti che passò a ricucirmi, Miceli non si allontanò mai, tenendo fra le sue la mia mano destra ed invitandomi a mostrare le palle, visto che tutti quei punti mi furono cuciti in faccia senza alcuna forma di anestesia. Quando il dottore ebbe finito, Miceli volle che restassimo soli e mi mostrò una grossa cicatrice che aveva in volto, spiegandomi che, sotto, c’era addirittura una placca d’argento. “Dio stramaledica gli inglesi! Sono vent’anni che mi porto dietro questa faccia per colpa loro, tu non avrai nemmeno la soddisfazione di essere stato ferito in combattimento. Te la potrai prendere solo con quegli iettatori dei Toccafondi.”.
Nel frattempo erano arrivati da Cagliari i miei genitori e fu deciso che sarei stato trasportato con una ambulanza militare fino all’ospedale di Iglesias. Stavo sdraiato in ambulanza con mio padre e mia madre che seguivano sul loro Maggiolino, quando, dopo 20 km. di rettilineo, a Pula, la strada faceva una curva a gomito. L’autista dell’ambulanza, un acrobata da circo nella vita civile, aveva fatto male i suoi calcoli, ed infatti ci cappottammo sul fianco sinistro. L’acrobata non si fece nulla, ma l’infermiere che era al mio fianco si ferì abbastanza seriamente. Lui ed io fummo fatti salire sul Maggiolino e, finalmente, dopo un’altra ora di viaggio, arrivammo all’ospedale civile di Iglesias, dove trascorsi la notte.
La mattina dopo, però, l’ortopedico disse a mio padre che per ridurre la frattura dell’ulna e del radio avrebbe dovuto praticarmi un’operazione incidendo il polso. Suggerì, come alternativa, di condurmi all’ospedale ortopedico di Cagliari, dove c’era un primario appena arrivato dal continente molto bravo, che certo avrebbe saputo fare meglio di lui.
Fu così che, sempre a bordo del Maggiolino di mio padre, ci rimettemmo in viaggio per Cagliari.
Il primario dell’ Ospedale Marino, al Poetto, era un milanese molto simpatico, e si disse disponibile a tentare di ridurre la frattura con la sola trazione.
Suggerì ai miei genitori di andare dall’altro lato dell’ospedale, ed uscire sul terrazzo prospiciente la spiaggia, perché , altrimenti, sarebbero stati turbati dalle mie urla, utili però a lui per orientarsi. Malgrado la distanza frapposta , sembra che mi abbiamo udito molto bene.
Tempo dopo la mamma mi confidò che la mattina successiva, in albergo, aveva trovato il cuscino di mio padre fradicio di pianto e mi disse che mai prima di allora gli aveva visto versare una sola lacrima.
L’ortopedico era entusiasta, ci mostrò le radiografie con grande orgoglio, chiedendoci l’autorizzazione a pubblicarle su un manuale universitario che stava preparando . E’ stata la prima cosa di mio che sia mai stata pubblicata.

Con il generale De Lorenzo, che era succeduto a Musco alla guida del Sifar, non c’è mai stata una presentazione formale. Quando si candidò alle elezioni politiche per il Monarchici, volli andare ad ascoltarlo durante un comizio che teneva a Catania, dove frequentavo il secondo liceo classico.
Si prevedevano tafferugli, ma la curiosità era troppo forte. Mi portai dietro mio fratello, che aveva otto anni, e comprai anche una racchetta da tennis, che tenevo in mano, pronto a brandirla per difendermi dalle legnate dei fascistoni catanesi, all’epoca numerosissimi e particolarmente agguerriti. Però non accadde nulla, se non qualche mormorio di sfottò per la r moscia del generale, che faceva il paio con il suo monocolo. E siccome si trattava di critiche machiste alla virilità dell’uomo, i fascistoni del suo servizio d’ordine, che presidiavano il palco muniti di randelli avvolti nel tricolore, non ebbero cuore di reagire. Probabilmente lo avrebbero fischiato anche loro, se fosse stato un avversario politico.
Con De Lorenzo, però, abbiamo condiviso lo stesso cavallo, Sunset, un purosangue irlandese che l’Arma aveva dovuto comprargli , per il suo uso personale, quando ne diventò Comandante Generale.
Mai nessun cavallo era costato tanto: quindici milioni di lire nel 1963. Era stata una truffa consumata ai nostri danni dal venditore, il famoso Graziano Mancinelli.
Il cavallo, infatti, era affetto da una micosi cronica allo zoccolo anteriore sinistro a causa della quale, per tutta la sua lunghissima vita, bisognava periodicamente limargli, ogni sei mesi, l’intero zoccolo, rendendo così impossibile che venisse ferrato.
Al nostro Reggimento a Cavallo alla fine se ne erano sbarazzati , ed io lo conobbi quando era effettivo al Nucleo a Cavallo della Legione di Palermo.
I cinque carri armati Patton M47 del Plotone Carri che comandavo al Battaglione Mobile ed il Nucleo a Cavallo Legionale si trovavano nella stessa caserma in corso Calatafimi, che era dotata di un bellissimo maneggio scoperto.
Feci amicizia con il sergente del Servizio Veterinario dell’Esercito che gestiva la mascalcia e lui mi informava, quando finalmente stava per ferrare Sunset.
Montarlo era un godimento perché, docilissimo, rispondeva ai comandi del cavaliere quasi per telepatia, e sembrava provare genuino piacere nel superare gli ostacoli.

Quello, però, che bisognava mettere in conto, era che dopo un tempo che variava fra i 3 ed i 6 mesi, nell’atterrare dopo un ostacolo, la ricresciuta micosi gli produceva un dolore tale , che piegava la zampa, proiettando inesorabilmente a terra, davanti a sé, il cavaliere. A me successe due volte, e sono stato fortunato, perché entrambe ne sono uscito incolume.

L’ultimo Direttore del Servizio Segreto Militare che ho conosciuto è stato il mitico Ammiraglio Martini.
Suo padre , un console della Milizia fascista, aveva acquistato una casa popolare a Treviso, ed il figlio , se voleva mantenerne la proprietà, doveva trascorrerci almeno una settimana all’anno.
Mi feci presentare dal vecchio maresciallo dei carabinieri responsabile per la provincia di Treviso del SISMI.
E fu così che scoprii di avere vissuto , a mia insaputa, un momento di grande notorietà che era culminato con una formale proposta di punizione disciplinare.
Lo racconto per quei pochi dei miei 25 lettori che ancora vivono nell’illusione che noi si sia mai stati una vera democrazia.
Se leggete uno dei miei primi scritti in questo sito, scoprirete che nel 1978 l’Autorità Nazionale per la Sicurezza, che coincide con il Direttore del SISMI, aveva emesso una normativa volta ad acquisire le opinioni politiche di tutti gli italiani maschi, a partire da quelli che dovevano prestare servizio di leva.
Per essi, le compagnie carabinieri competenti sul territorio in cui risiedevano al compimento del diciottesimo anno dovevano fornire alla Amministrazione Militare delle informazioni che le fossero utili per assegnare agli interessati uno dei circa 100 incarichi previsti per i militari di leva.
Mi spiego meglio: un semianalfabeta non veniva selezionato per fare il puntatore sopra un carro armato Leopard. Ma se anche fosse stato laureato in ingegneria, qualora iscritto al partito comunista non avrebbe potuto ottenere quell’incarico perché bisognava avere, e mai a lui sarebbe stato concesso, il NOS, nulla osta di segretezza. Da questo requisito erano esclusi a sinistra i comunisti e quelli ancora più sinistrorsi, ed a destra i missini e quelli ancora più fascisti di loro. Tutto quello che c’era in mezzo, dal partito socialista a quello liberale, andava sotto la voce “nessuna indicazione”.
Per i sinistrorsi bisognava scrivere “elemento di cui non è stato possibile stabilire il pieno affidamento ai fini della riservatezza”. Per i destrorsi, invece, la dicitura era “elemento di cui non è stato possibile stabilire il pieno affidamento ai fini della segretezza”.
Questa smorfia ci fu dettata oralmente in tutta Italia dai capi uffici OAIO delle Legioni, con l’ordine che non dovevamo mai batterla a macchina e che avrebbe dovuto essere conservata in cassaforte e formare oggetto di passaggio di consegne con il nostro successore da non citare nell’elenco dei documenti “classificati”.
Io ebbi l’onore che fu nientepopòdimeno che l’allora tenente colonnello Tavormina, a Cagliari, che me la dettò, nel momento in cui essa veniva instaurata.
Trasferito a Marsala, la trovai già in uso da un paio d’anni. Per cui, quando il comandante dell’Aerobase di Birgi decise di ristrutturare la sua villetta, e ne affidò i lavori a due capomastri del marsalese, da Trapani mi chiesero informazioni complete su entrambi.
Per il primo andava tutto bene, mentre il secondo, pochi mesi prima, durante il servizio militare svolto in Marina, aveva chiesto una licenza elettorale, perché risultava candidato nelle liste del PCI e quindi elevai il protocollo a Riservato ed inserii la dicitura “elemento di cui non è stato possibile stabilire il pieno affidamento ai fini della riservatezza “.
I due si presentarono in caserma da me, con in mano una fotocopia delle mie informazioni, piuttosto incazzati. Quella mattina, infatti, al cancello d’ ingresso dell’Aerobase di Birgi, uno aveva avuto il permesso di entrare, mentre l’ altro aveva dovuto restar fuori.

Quello che era entrato era andato direttamente all’ufficio del Genio Aeronautico, dove tale tenente colonnello Tedesco, che entrambi chiamavano con molta familiarità “il nostro amico”, dopo pochi minuti di indagini, aveva partorito la fotocopia che vi ho detto, suggerendo loro di risolvere bonariamente la vicenda con me che ero il firmatario di quel foglio. Agii in preda all’ira, ma con estrema lucidità.
La Giustizia Militare era stata riformata da poco, diventando asseritamente più giusta e meno militare. Transitando però da un regime all’altro, qualcuno a Roma si era scordato di aggiustare tutte le carte. Constatai che la pubblicazione riassuntiva di tutte le norme che presiedono alla gestione del segreto militare, la cosiddetta Uno Erre, risultava ancora in distribuzione alla Procura della Repubblica presso il Tribunale Militare di Palermo. Fu così che feci un rapporto giudiziario per quella Procura, cui allegavo, al verbale di sommarie informazioni testimoniali dei due muratori, anche la mia informativa classificata R. Nessuna spiegazione troppo chiara detti di cosa volesse significare la frasetta convenzionale. Se il magistrato mi avesse chiamato, avrei dichiarato che il giovane in questione, durante la campagna elettorale, aveva divulgato particolari riservati di quello che era accaduto durante i mesi in cui era stato imbarcato su un cacciatorpediniere.
Per conoscenza, il rapporto giudiziario era inviato in copia anche al Comandante Provinciale dei Carabinieri di Trapani ed al colonnello pilota che svolgeva le funzioni di Comandante di Corpo presso l’Aerobase di Birgi.
Affidai i tre plichi al mio autista, appuntato De Nittis, con l’ordine di consegnare per primo quello indirizzato alla Procura Militare di Palermo e, solo al ritorno, quello indirizzato al mio diretto superiore di Trapani nonchè, per ultimo, quello destinato al Comandante dell’Aerobase di Birgi.
Tornò all’ora di cena con l’agognata copia del mio rapporto giudiziario che recava il timbro datato per ricevuta apposto dai carabinieri che svolgevano funzioni di cancelleria presso la Procura Militare. La mattina dopo, alle 8.01, mi telefonò il colonnello Mirone, mio Comandante Provinciale, il cui figlio, oggi, a Catania, è uno dei più autorevoli giornalisti esponenti dell’Antimafia di Regime, passato alla storia della letteratura giudiziaria per una biografia scendiletto del generale Dalla Chiesa.
Mirone era un uomo pratico, ed andò dritto allo scopo:”Gebbia, il rapporto giudiziario per la Procura Militare di Palermo, lo hai già spedito?”. Gli risposi:”Si, signor colonnello, ne ho qui davanti una copia con la ricevuta della Procura “. Commentò:” Sei stato fulmineo!”. Ed io replicai che la gravità dell’accaduto me lo aveva imposto.
Alle 9 mi chiamò il comandante dell’Aerobase e mi disse:” Gebbia, si sturi le orecchie ed ascolti bene”. Dopo un lunghissimo silenzio sentii il tipico rumore che fa una bottiglia di champagne quando viene stappata. Poi soggiunse: “L’avevo conservata per la mia promozione a Generale di Brigata, ma il regalo che mi ha fatto lei merita questo sacrificio. Erano due anni che cercavo di liberarmi di quel intrallazzista. Ieri sera ho mandato un’informativa segreta al Comando della Terza Regione Aerea, e questa mattina è arrivato il trasferimento fulminante del tenente colonnello Tedesco per Bari. Se ne ha piacere, visto che lo imbarchiamo a mezzogiorno su un aereo della sessentaduesima Aerobrigata, può venire qui a Birgi e lo saluteremo insieme sventolando i nostri fazzoletti”.
Gli risposi:” Signor colonnello, due galantuomini come lei ed io gli hanno attribuito fin troppo attenzione. Le faccio una proposta alternativa: venga al ristorante Delfino e ci mangeremo un po’ di pesce fresco alla faccia di quel farabutto”.
Nel pomeriggio tornai in ufficio un po’ alticcio e dissi al maresciallo Ungaro, il mio capo scrivano, che per quella sera non avrei firmato la posta.
Mi ero scordato l’episodio, quando, un anno dopo, accadde l’irreparabile: la Procura Militare di Palermo, visto che a commettere il reato di divulgazione di atti riservati avevano concorso insieme un militare, il tenente colonnello Tedesco, ed un civile, il socio del muratore comunista, si era spogliata di competenza ed aveva trasmesso il fascicolo alla Procura Ordinaria di Trapani .

L’Ammiraglio Martini, nel frattempo divenuto direttore del SISMI, voleva la mia testa. Avevo introdotto fra le carte di un fascicolo processuale quell’informativa che conteneva la frase convenzionale con la quale gli aderenti ed i simpatizzanti al PCI venivano segnalati all’interno delle Forze Armate.
Io mi difesi per iscritto, dimostrando che se il manuale che presiedeva alla gestione delle notizie classificate era stato distribuito anche alla Procura Militare di Palermo senza essere mai ritirato, non avevo sbagliato nell’indicare a quell’ ufficio giudiziario un documento con il protocollo R.
Circa il fatto che la Compagnia di Trapani mi avesse scritto con protocollo ordinario, ed io avessi invece risposto con protocollo R , ciò era giustificato dalla partecipazione dell’interessato come candidato del PCI, alle ultime elezioni amministrative.
Dopo due mesi mi arrivò dall’Ufficio Disciplina della Legione di Palermo, a firma del suo Comandante, un laconico:” Do atto”.
L’avevo sfangata, e la mia verginità disciplinare, che ho mantenuto fino al pensionamento, era rimasta inviolata.
Quando dieci anni dopo conobbi a Treviso l’Ammiraglio Martini, fu lui a raccontarmi la parte che non conoscevo e cioè che il comandante della compagnia di Trapani , nel frattempo trasferito a comandare il Reparto Operativo di Firenze, che lui voleva punire con gli arresti di rigore, era un intoccabile perché protetto personalmente da Amintore Fanfani.
Raccontai allora all’Ammiraglio che nell’agosto del 1981, a bordo della mia motovedetta classe 600 in dotazione alla stazione di Mazara del Vallo, nel porto nuovo di Marettimo, era nato un amore fra Donna Maria Pia ed il mio collega, come potete leggere più dettagliatamente nel mio articolo “Navigando fra le Egadi con Ciaccio Montalto”. Ci rise sopra molto e convenne che il pasticciaccio lo aveva commesso Proprio lui quando aveva risposto alla Aerobase di Birgi, in ordine alla richiesta di informazioni su quel muratore, inviando, con protocollo ordinario, una laconica missiva che diceva solo:” in riferimento al nominativo in oggetto indicato, si trasmette l’unita missiva della compagnia di Marsala, territorialmente competente”. Non si era accorto, il mio collega, che la missiva era Riservata.
Una serie di errori marchiani, seguita da una serie di concomitanze difficilmente prevedibili, che aveva prodotto come risultato la possibilità per la Procura di Trapani, se mai ci fosse stato un magistrato coscienzioso , di scoprire che, fottendosene della Costituzione, le Forze Armate Italiane avevano delegato la loro Polizia Militare, cioè i carabinieri, perché ogni italiano maschio venisse inserito in tre contenitori diversi, uno per i fascisti dichiarati, uno per i comunisti dichiarati ed il terzo per coloro che, sotto la voce convenzionale di “nessuna indicazione ” simpatizzavano, ovvero erano iscritti ai partiti che allora venivano definiti ‘dell’arco costituzionale ‘.
In ogni caso tre anni dopo la Procura di Trapani archiviò il fascicolo disciplinare, senza averlo mai movimentato.
Con Martini finì male, come due anni fa ho dichiarato al dottor Di Matteo che mi interrogava  nella sede della DIA di Milano.

Lui era in quella città per fare opposizione alla archiviazione di una querela che aveva presentato, se non ricordo male, proprio contro Silvio Berlusconi.
La proposta di archiviazione era della dott.ssa Boccassini, e Di Matteo ne era indignato.
Cosa gli interessava di più, del mio rapporto con Martini?  La sua rivelazione, che mi aveva fatto, circa l’essere stato artefice della chiusura di un centro CIA operativo anni prima presso il Consolato Generale statunitense di Milano. Era stata una ritorsione perché negli Stati Uniti ci avevano fatto chiudere il centro SISMI di San Francisco, sostenendo che potevamo farne a meno, e servirci solo di quello che avevamo a New York , che logisticamente si appoggiava alla delegazione diplomatica italiana presso le Nazioni Unite .
Da allora, quando gli americani avevano bisogno di un supporto a Milano, si appoggiavano al ROS di Umberto Bonaventura ed dei suoi successori, come mi constava personalmente.
Il sequestro di Abu Omar operato in piazza Cadorna dal ROS del Colonnello Ganzer e dagli agenti CIA venuti da Roma, guidati da Mister Spinelli, che ho incontrato più volte quando facevo servizio a Milano, è l’episodio più eclatante di questo ruolo di supplenza che i nostri padroni americani, avevano delegato alla polizia speciale (Gesta-po), dei carabinieri, cioè il ROS.

Ricordo che Di Matteo rimase deluso perché quella che io definivo una amicizia con l’Ammiraglio Martini, non si era tradotta nel darci del tu.
Gli spiegai che fra noi militari di grado così diverso, io tenente colonnello e lui ammiraglio a quattro stelle, non usa, ma credo che nella sua testa abbia catalogato la mia affermazione di amicizia come un’iperbole.
Eppure furono molte le cose che mi rivelò sul capitano La Bruna e sul mio collega Delfino che, mi disse, aveva dovuto cacciare dal servizio, perché da Beirut mandava delle note spesa gigantesche, tali – mi disse- che aveva portato il SISMI sull’orlo del fallimento economico.
In ogni caso alla fine litigammo, perché io gli dissi che ero ben certo del fatto che mai Gheddafi aveva lanciato nel 1986, due missili su Lampedusa e lui sosteneva il contrario.
Quando, garbatamente, gli feci capire che non gli credevo, garbatamente replicò, pagando per la prima volta lui il conto del ristorante e mostrandosi offeso perché un gentiluomo di grado così inferiore al suo gli aveva dato del bugiardo.
Quale è la morale che ho tratto da tutto quello che avete avuto la pazienza di leggere fino ad oggi?
Intanto vi prego di notare che non ho parlato del mio rapporto col generale Mori, tutto documentabile tramite le testimonianze che potete trovare nell’archivio di Radio Radicale .
Mori avrebbe voluto la direzione del SISMI, ma Berlusconi gli regalò solo quella del SISDE, infinitamente meno importante.
Il protocollo farfalla è una pagina tra le più vergognose nella storia dell’Italia repubblicana, e lui ne ha la responsabilità maggiore.
C’è un solo filo rosso che unisce tutti i generali che ho citato: l’assoluta subiezione alla volontà degli Stati Uniti.
Per Santovito e Miceli, tanto simpatici e generosi nei miei confronti, devo aggiungere che convergenti testimonianze di pentiti li vogliono anche “punciuti”, cioè formalmente affiliati a Cosa Nostra .
Quelli di loro che hanno scritto delle memorie, a partire proprio da Martini, ci hanno raccontato delle belle favole, spesso molto lontane dalla effettiva verità.
Ora, però, che si è fatto giorno, e scrivo da questa notte, sono proprio stanco.
Voglio addormentarmi, e se continua la febbre preferirei non risvegliarmi più.
I Toccafondi, evocati, hanno mostrato la loro perdurante potenza iettatoria e, per usare una battuta pronunziata da Alain Delon nel famoso film omonimo di Valerio Zurlini, attendo la “prima notte di quiete”, che è il modo in cui Goethe definisce la morte, perché , finalmente, si dorme senza sogni.

Ti potrebbe interessare anche?