Nicolo Gebbia

Tanto rumore per nulla

Sarò perdonato dai miei 25 lettori?
Avevo promesso loro la guerra, sembrava che fosse proprio scoppiata e invece tutto si è risolto con un paio di missili lanciati contro strutture militari statunitensi in Iraq , preavvisati al governo di Baghdad che subito ne ha informato gli interessati, consentendo loro di proteggersi nei rifugi.
Nessun militare statunitense ucciso, ma un po’ di propaganda con l’opinione pubblica iraniana (sullo stile dei nostri bollettini di guerra che ci vedevano sempre vincitori), per convincerla che l’uccisione di Suleimani è stata vendicata mandando al Creatore ottanta soldati a stelle e strisce.
Dove ho sbagliato?
Ho fatto male i compiti, perché non sapevo che nella storia statunitense l’unico presidente a non aver ottenuto la rielezione è Jimmy Carter nel ’72, per cui Trump sa già di essersi assicurato altri quattro anni alla Casa Bianca.
Il tasso di disoccupazione non è mai stato così basso, addirittura al 3,5% , e l’economia tira che è un piacere. Per contro l’analisi più recente della consistenza e dotazioni che i persiani arrivano ad assommare nelle loro forze armate parla di circa un milione di uomini in uniforme, con solo la Marina un po’ vecchiotta, soprattutto quella sotto la superficie dell’acqua, ma bilanciata da un’efficacissima flotta di barchini d’assalto, per intenderci quei mezzi che ci consentirono, un secolo fa, di affondare in Adriatico le uniche due corazzate austriache, la Teghetoff e la Viribus Unitis, le cui ancore trovate oggi ai lati dell’ingresso al Museo Navale di Venezia.
In compenso l’aeronautica iraniana è già dotata di droni quasi come quelli americani, ed ha missili d’ogni genere che potrebbero colpire fino a 2000 chilometri di distanza, compreso Giletti se tornasse sulla piazza di Mezzojuso. Badate che sto parlando del tipo Cruise, che nessuno può intercettare durante il loro volo. Mi pare quindi improbabile, molto improbabile, che la guerra per smaltire le testate all’uranio impoverito gli americani siano così stolti da dichiararla proprio alla Persia. Un altro elemento di cui non ho tenuto conto sono le prossime elezioni politiche anche in Iran, fissate per il 20 febbraio.
La morte di Suleimani è molto opportuna, in questo contesto, perché c’era il rischio che aspirasse direttamente a prendere il potere oppure a far eleggere suoi fedelissimi, come da lui fatto in Iraq con Mouqtada Al Sadr, oggi l’uomo politico più rappresentativo del paese.
Sono lontani i tempi in cui durante la guerra 2003-2004 i miliziani di Mouqtada erano il nemico da abbattere ad ogni costo.
Ricordo quando si insediarono in tre abitazioni di Nassiriya e gli americani ci dettero l’ordine, solo per quel motivo, che nella cittadina dovevamo to kill everyone and destroy everything. Il comandante del nostro contingente, generale di divisione Francesco Paolo Spagnuolo, un cazzutissimo ufficiale di cavalleria che non lasciò il suo comando nemmeno per presenziare ai funerali della madre, pose il veto perché era un ordine che travalicava le regole d’ingaggio del contingente italiano. Al comando della divisione inglese da cui dipendevamo, a Bassora, non se ne fecero un gran problema: la Brigata Blues and Royals fu designata per sostituirci ed io assistetti al breafing in cui il suo comandante illustrò come avrebbe sistematicamente distrutto Nassiriya ed ucciso i suoi abitanti. Mi chiese un solo sacrificio, di detenere eventuali prigionieri nella nostra base di Camp Mittica.

 

Pensai agli strani incroci del destino: il sergente Pietro Mittica, effettivo al 4° Reggimento Carristi (quello di mio padre), si era guadagnato la medaglia d’oro per il suo eroismo sul campo quando il reggimento si immolo’ tutto a Tobruk il 21 gennaio del 1941, ed io l’ho conosciuto, a Pordenone, poco prima che morisse. In quell’occasione gli raccontai della cerimonia in cui, a Mogadiscio, nel 1951, ogni carro armato fu intitolato ad un carrista medaglia d’oro, e quello di mio padre proprio a lui, con la mamma che faceva da madrina.
Riferii al Generale Spagnuolo le disposizioni inglesi ed il progetto dei Blues and Royals per annientare Nassiriya.
Si attaccò subito al telefono, dicendomi che avrebbe messo il vivavoce, ed invitandomi a sturare le orecchie, perché, in quanto suo Capo di Stato Maggiore, quella sera avrei dovuto riportare tutto nel Situation Report
(SITREP).
Parlò prima con il generale comandante del COI, poi con il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito ed, infine, con il CSM della Difesa.
Ognuno, in quella catena gerarchica, gli riferì che era responsabilità troppo grande per lui avallare la decisione di Spagnuolo, cioè il veto che egli aveva reiterato anche dopo la nostra sostituzione con i Blues and Royals.
La brigata britannica, infatti, una volta annientata Nassiriya, sarebbe rientrata subito in patria, mentre noi ne avremmo dovuto continuare a pattugliare le strade, esponendoci a sicura rappresaglia.
Mentre pranzavamo, un’oretta dopo, corse un soldato a mensa per informare Spagnuolo che c’era Berlusconi al telefono rosso del suo ufficio.
Io volevo continuare a mangiare, perché quel giorno c’erano addirittura dei tagliolini all’astice (non avete idea di quanto vi siamo costati in prelibatezze), ma dovetti seguirlo, per essere fedele testimone, nel SITREP, di quanto era stato detto.
Ricordo, al viva voce, l’esordio di Berlusconi: “Generale, tutti i gerarchi e gerarchetti che lei ha sulla testa qui in Italia non sono riusciti a darmi un’idea chiara della situazione, e così ho pensato di risalire alla fonte”.
Spagnuolo fu sintetico ed esaustivo allo stesso tempo, sembrava Cesare in De Bello Gallico.
Il Cavaliere capì tutto subito e replicò: “Ora mi attacco a telefono con Bush e gli dico che, se non risparmia Nassiriya, il contingente italiano sarà ritirato”.
Tornammo a mensa e riuscii ad ultimare i tagliolini con l’astice, che il cuoco mi aveva tenuto in caldo.
Per il mio Grillo Parlante, l’insopportabile Geraci, specifico che il vitto era uguale per tutti, dal soldato semplice al generale comandante.
Gli inglesi erano troppo superbi, e raramente ci facevano visita, in compenso avevamo come nostri ospiti fissi i due ufficiali giapponesi inquadrati nello stato maggiore britannico che, puntualmente, dopo il dessert venivano al tavolo dove sedevamo il generale Spagnuolo ed io e, con molti inchini, si rallegravano perché quel giorno avevano mangiato meglio del precedente, confidando che, l’indomani, ci saremmo addirittura superati.
Il cuoco era un salernitano, enormemente devoto al generale Spagnuolo dall’epoca dell’operazione Albatros, in Albania.
Una volta mi disse di dovere a lui il fatto di essere diventato un sergente effettivo dell’Esercito Italiano, invece che il proprietario fittizio di un ristorante della camorra.
Alle dieci di quella sera, dopo una minestra di tartaruga e due uova ad occhio di bue con scaglie di tartufo a condimento (per Geraci: si trattava di banali tartufi croati, non venivano da Alba), il generale ed io ci ritirammo nei nostri alloggi (eravamo gli unici due ad avere una stanza singola con bagno, mentre anche i tenenti colonnelli dormivano in quattro nella stessa stanza, ed usufruivano dei servizi in comune). Stavo maledendo la mancanza del bidet nella mia stanza per colpa dei britannici, quando sentii il piantone che bussava alla porta del mio comandante dicendogli: “Signor generale, c’è Berlusconi al telefono rosso, nel suo ufficio”.
Fu così che ci precipitammo lì e  sentii Berlusconi dire: “Ho convinto Bush, che ci chiede in cambio un sacrificio: domani notte arriveranno sul cielo di Nassiriya due cannoniere dell’aria, per distruggere le tre case che avete individuato come basi dei miliziani. Siete nelle condizioni di dirigerne il tiro?”.
Spagnuolo guardò me, ed io, che avevo già affrontato l’argomento con il maggiore Battaglia, l’ufficiale di artiglieria in forza nel mio stato maggiore, gli feci un cenno affermativo col capo.
Le cannoniere dell’aria sono degli Hercules AC130 dotati di due cannoni senza rinculo da 120 millimetri e sei mitragliere da 20 millimetri.

Non vi tedio spiegandovi come funziona un cannone senza rinculo, ma vi basterà sapere che, al momento del tiro, esso è perfettamente bilanciato tanto che, se fosse appeso ad una corda, non la vedreste neanche vibrare.
Passammo la notte successiva nella situation room del comando divisione britannico, realizzata in quella che era stata la saletta VIP dell’aeroporto internazionale di Bassora, ed ancor oggi, quindici anni dopo, periodicamente ho degli incubi notturni che si concludono con un subitaneo risveglio: vedo lo schermo con la proiezione agli infrarossi di quanto stava accadendo a Nassiriya,
le tre case ripetutamente cannoneggiate che crollavano e decine di sagome umane in fuga, fino a quando, raggiunte dalle mitragliere, rovinavano a terra immobili.
A Nassiriya, da allora, i miliziani di Muqtada Al Sadr non tornarono più, ma Berlusconi telefonava al generale Spagnuolo un giorno sì ed uno no, raccomandogli che pattugliassimo le strade della città senza mai scendere dai mezzi blindati.
Effettivamente avremmo un solo morto, l’eroico lagunare Matteo Vanzan, durante la seconda delle battaglie dei ponti, al quale una scheggia di granata aveva reciso l’arteria femorale.
Parlai con l’infermiere che gli stava di fianco quando fu evacuato da un’ambulanza blindata, e questi mi raccontò come il ragazzo, alla sua seconda missione in Iraq, cercasse di alzarsi dalla barella, perché voleva continuare a combattere.
Nella stronzaggine di quei gerarchi e gerarchetti cui faceva cenno Berlusconi, al poliziotto Callipari, raggiunto per sbaglio da un colpo di fucile sparato da fuoco amico, è stata tributata la medaglia d’oro al valor militare, mentre al soldato Vanzan, che se l’era meritata per intero quella medaglia d’oro, è stata concessa solo una medaglia d’argento al valor dell’Esercito.
Una porcheria che da vecchio soldato mi indigna profondamente.
Una volta, poi, chiesi al generale Spagnuolo come spiegasse l’acquiescenza di Bush nei confronti di Berlusconi, e lui mi disse che appartenevano alla stessa potente loggia massonica statunitense. Oggi, e concludo, tutte quelle sagome di miliziani che ho contribuito ad uccidere guidando il tiro delle cannoniere probabilmente siederebbero nel parlamento iracheno, al fianco del loro leader, futuro presidente del paese.
Ha un senso tutto ciò?
Ditemelo voi. Ne esonero, però, Geraci perché l’argomento è troppo serio per i suoi commenti.

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