Nicolo Gebbia

Rosa Pace, la vedova di Mariano Agate. Una donna alla quale devo molto

In questi giorni apprendiamo che il giornalista Rino Giacalone è stato condannato dalla Corte d’Appello di Palermo per diffamazione al pagamento di 600 euro di multa, in quanto nel 2013 aveva definito un “pezzo di merda ” il boss mafioso Mariano Agate, in occasione della sua morte.
Allora Rosa Pace non ottenne dal vescovo Mogavero i funerali religiosi, sebbene il moribondo, in piena lucidità, avesse chiesto ad un sacerdote di impartirgli l’estrema unzione, innegabile prova di pentimento.
Oggi un tribunale della Repubblica appioppa a quel vescovo un sonoro ceffone, che lo accomuna al Giacalone, la cui difesa consisteva nella citazione del VANGELO SECONDO IMPASTATO: “La mafia è una montagna di merda”.
Per proprietà transitiva, se il tutto è una montagna di merda, una parte del tutto è un pezzo di merda.
C’è da dire che le trasmissioni di Impastato iniziavano bestemmiando Dio, ed erano condite da blasfemie d’ogni genere nei confronti della religione cristiana.
Quindi, applicando lo stesso sillogismo, ed in funzione del fatto che la Divinità dell’Antimafia è una e trina, composta da Giovanni, Paolo e Peppino, ogni loro affermazione in vita va creduta come dogma di fede. Ergo bisognava depenalizzare il reato di bestemmia, articolo 724 del codice penale.
E così è accaduto con sentenza di Cassazione del 18 ottobre 1995.
Mariano Agate fui proprio io ad arrestarlo, per l’ultima volta, nel 1982, e da allora è uscito di galera solo per andare a morire fra le braccia di sua moglie.
L’arresto precedente risaliva al giorno prima del mio arrivo a Marsala, quel 13 agosto 1980 in cui, poche ore prima, era stato ucciso Vito Lipari, sindaco di Castelvetrano .
Il Radiomobile di Marsala ebbe ordine di attuare il piano provinciale dei posti di blocco, ma il luogo in cui avrebbe dovuto essercene uno, a sud di Marsala, in quei giorni era oggetto di ingenti lavori stradali.
Fu così che il capo equipaggio, con spirito d’iniziativa, si spostò un po’ più a sud, dove confluiva sulla statale una comunale che, se percorsa tutta, avrebbe condotto, sempre lungo itinerari minori ed alternativi, al punto in cui il sindaco aveva perso la vita. La prima macchina che fu fermata era una grossa Renault, 3000 di cilindrata, a bordo della quale viaggiavano Nitto Santapaola, Francesco Mangion e Rosario Romeo, provenienti da Catania, insieme con Mariano Agate.
Il pretore di Mazara del Vallo, Umberto De Augustinis, decise di arrestarli tutti e furono rinchiusi nel carcere di Marsala.
Agate, sottoposto alla sorveglianza speciale, andava in giro con la patente di guida del fratello.
Per questo reato il presidente della corte penale di Marsala, tanto amico di Sciascia che quest’ultimo coniò il termine di “professionisti dell’antimafia” proprio quando Paolo Borsellino gli fu preferito come Procuratore, accettò per buona la tesi che erano stati i figli dei fratelli Agate a scambiare per gioco i documenti dei loro genitori, che furono assolti, mentre il magistrato diceva ai bambini:”Non lo fate più”.
Da Catania, poi, giunsero importanti miei colleghi per sollecitare la scarcerazione di Santapaola, asseritamente loro prezioso confidente.
Infine l’ufficiale mandato a controllare l’alibi dei catanesi, positivi al guanto di paraffina perché il giorno prima erano stati a caccia in riserva con un magistrato del luogo, riscontrò la veridicità di tutto ciò e, contemporaneamente, permuto’ la sua 131 Mirafiori con la Renault utilizzata da Santapaola ed Agate al momento dell’arresto.
Toccò a me andarlo ad arrestare a Messina anni dopo, ma, comunque, alla fine e’ stato assolto, così come lo stesso Agate, con sentenza passata in giudicato.
L’anno scorso il pentito Vincenzo Sinacori (da me arrestato il 7 marzo del 1981, dopo uno sbarco di droga a Torretta Granitola) ha dichiarato di essere lui il killer di Vito Lipari e di aver agito per ordine dei corleonesi.
È evidente per chiunque conosca uomini e fatti, che, se le cose stanno davvero così, Sinacori non poteva che aver eseguito un ordine dell’Agate.
Se poi tenete conto che la stessa arma usata per ammazzare il sindaco, successivamente uccise il giudice Ciaccio Montalto e che, in precedenza, era stata usata per l’omicidio di Piersanti Mattarella, vi renderete conto che quando Giovanni Falcone chiese notizia di Mariano Agate al chimico marsigliese Andree Bousquet (capace di ottenere 110 chili di eroina da 100 di mofina base) e questi gli rispose che non lo conosceva personalmente ma che lo sapeva a capo della quinta famiglia mafiosa più importante del mondo, certo non si trattava di una esagerazione.
E fu proprio in forza di un provvedimento restrittivo firmato da Falcone per traffico di stupefacenti che catturai definitivamente l’Agate nell’ ’82, sul tetto di casa sua.
Ve lo racconto perché troppi stronzi se ne sono attribuiti il merito, che non è, certo, tutto mio.
Mariano Agate aveva saputo dell’ordine di cattura prima ancora che Giovanni Falcone lo firmasse e si era dato alla volontaria latitanza, ma non aveva fatto i conti con il PIANO K, escogitato dal generale Siracusano (P2).
Egli comandava da Napoli tutta l’Arma del meridione e dispose che, in occasione di omicidi, i carabinieri effettuassero delle perquisizioni ai sensi dell’art. 41 TULPS presso le abitazioni e pertinenze dei principali delinquenti locali.
L’ucciso in quella circostanza resuscito’. Di professione armatore, con piccoli precedenti, aspettava in macchina il ritorno in porto di uno dei suoi pescherecci.
Pioveva, erano da poco calate le tenebre e lui dormicchiava con la testa appoggiata al finestrino.
L’ ignoto killer esplose un colpo di pistola che gli entrò in testa dalla nuca, la attraversò tutta e fuoriusci’ dal lato destro della mandibola.
Dette l’allarme un suo collaboratore, che fu subito portato in Commissariato dove raggiunsi il funzionario di polizia insieme con Pietro Noto e Carmelo Canale, i miei bracci destro e sinistro.
Prima di partire da Marsala, però, per telefono ordinai al comandante della stazione di Mazara del Vallo, l’efficientissimo maresciallo Ditta, di farmi trovare pronto l’elenco delle perquisizioni da effettuare ai sensi del PIANO K.
Ed infatti mi fermai presso la caserma di Mazara, che veniva di strada, e detti un’occhiata all’elenco approntato da Ditta.
Al primo posto figurava l’abitazione della famiglia Agate.
Mentre in Commissariato, unitamente anche al pretore Salvatore Di Vitale, io ed il dirigente di polizia facevamo il punto della situazione e, contemporaneamente Noto e Canale stringevano le palle a quel signore che era sopraggiunto un attimo dopo lo sparo (palesemente più informato dei fatti di quanto volesse ammettere), si diffuse la voce di una sparatoria in corso sotto la casa di Mariano Agate.
Quando arrivai sul luogo ci trovai una situazione che aveva dell’inverosimile.
Il personale in borghese del Reparto Operativo di Trapani, capeggiato dal maresciallo Santomauro, dopo aver suonato al videocitofono di casa Agate, che si era comunque acceso, non aveva ottenuto risposta alcuna.
Qualcuno, però, alzando la testa, aveva visto che c’era una sagoma muoversi veloce lungo il cornicione del tetto, esplodendole contro tutti e quindici i colpi del caricatore.
Il resto degli uomini provenienti da Trapani avevano allora guadagnato il tetto del palazzo limitrofo, consistente in un piccolo prendisole di pianta quadrata, elevato di circa tre metri rispetto al tetto di casa Agate, da cui era separato solo attraverso un enorme lucernario.
I fari portatili lo mostravano deserto, ma c’era un angolo morto inesplorato.
Capii che l’unico modo per farlo era salire sul tetto di una casa che stava affiancata alle prime due, alla quale si accedeva da un portone situato nella strada parallela.
Scesi giù, mi presi un carabiniere in uniforme del mio Nucleo Radiomobile ed andai a bussare.
Sollecitamente i giovani coniugi che occupavano quell’abitazione mi aprirono e ci condussero sulla loro terrazza, due metri e mezzo più in basso di quel tetto con lucernario che vi ho descritto.
Con la scala che mi procurarono, salendovi in cima, riuscii a poggiare le mani all’altezza del lucernario, ma non ad elevarmi con il resto del corpo.
Allora scesi giù, privai il carabiniere che mi accompagnava del suo faro e della mitraglietta, che mi infilai entrambi a tracollo. Poi gli dissi di salire in cima alla scala e, dopo di lui, mi elevai su di essa anche io, fino a quando non ebbi la testa all’altezza del culo del carabiniere.
Gli dissi allora di salire coi piedi sulle mie spalle e quando, grazie a questa ulteriore elevazione, riuscì finalmente a raggiungere il bordo del lucernario con tutto il corpo, gli porsi prima la mitraglietta e poi il faro. Pochi attimi dopo che lo ebbe acceso gli sentii dire: “Fermo là o ti sparo”.
Mariano Agate stava disteso sul lucernario proprio nell’angolo morto che i solerti trapanesi non potevano esplorare.
Fu invitato a strisciare con circospezione fino al solarium dove lo attendevano i trapanesi che, resi coraggiosi dalla mitraglietta spianata dal mio carabiniere, finalmente si calarono fino alla sua altezza e lo sollevarono al piano del solarium.
Pioveva a dirotto e, quando scesi per strada, ci trovai il pretore Di Vitale che impugnava una grossa rivoltella e si proteggeva dalla pioggia, insieme col dirigente del Commissariato, sotto un ombrello sorretto da Canale.
Seppi da loro che Pietro Noto era rimasto in Commissariato perché c’erano buone probabilità che il testimone si trasformasse in assassino.
In quel momento fui attirato dalle urla del maresciallo Ditta, che stava rimproverando i trapanesi, intenti a far scendere le scale a calci a Mariano Agate, peraltro disarmato.
Ecco, quei calci sono per me esattamente l’equivalente del “PEZZO DI MERDA” coraggiosamente vergato dal Giacalone dopo la morte di chi, anche dal carcere, avrebbe avuto il potere di farglielo rimangiare.
Nel frattempo i trapanesi avevano infilato l’Agate su una delle loro macchine per raggiungere il Comandante Provinciale, l’esimio tenente colonnello Mirone, che stava solo nell’ufficio del maresciallo Ditta fumando una sigaretta dietro l’altra.
Quando arrivai io, dieci minuti dopo, stavano tutti montando sulle loro macchine, intenti a rapire Mariano Agate, dopo avere compilato uno sbrigativo verbale d’arresto, che firmarono solo loro ed il Mirone.
Mentre quest’ultimo saliva in macchina, bagnato com’ero, gli urlai con tutto il fiato che avevo in corpo: “Signor colonnello, sono enormemente incazzato!!!”.
Lui, allora, credo per la mia fama di cavallo pazzo, e per tema di leggere chissà cosa l’indomani sui giornali, scese dall’auto e, paternamente, mi chiese: “Qual’è il problema, Gebbia?”.
Risposi: “Non vorrei che si rovinasse la sua elegante uniforme sotto la pioggia. Rientri in caserma con me e glielo spiegherò”.
Quando ebbi finito di vomitargli addosso tutto l’inqualificabile e vergognoso comportamento dei suoi uomini, chiamò il maresciallo Santomauro dicendogli di portare con sé il verbale d’arresto, e mi invitò a firmarlo, cosa che feci.
Gli dissi però che non mi bastava, perché sul quel foglio volevo anche la firma del maresciallo Ditta, che aveva disposto la perquisizione, e del carabiniere che aveva materialmente consentito l’arresto quando aveva spianato il suo mitra contro l’Agate.
Mi rispose che non poteva aspettare e che glieli mandassi l’indomani nel suo ufficio.
Negli anni successivi credo che siano abortite varie proposte di encomio solenne per quella cattura, perché non fu trovato l’accordo sui nomi da proporre.
C’era anche un altro problema: all’epoca, così come è successo per la cattura di Totò Riina, il Comando Generale non partoriva l’encomio se non c’era “rischio patito”, e siccome sia Riina che Agate erano disarmati non fu possibile dimostrare il contrario.
Da Trapani furono effettuate, nei giorni successivi, minuziosissime perquisizioni a casa Agate e sul lucernario, ma sapevano che mi sarei opposto al miracolo di una pistola provvidenzialmente rinvenuta.
In più il brigadiere Cannas cominciò ad insinuare che la reazione indignata di Ditta per le percosse gratuite all’Agate dimostrava che egli lo aveva protetto durante la sua latitanza.
Mi ribellai fieramente e tappai la bocca a tutti.
Anni dopo, quando cominciò il calvario di Carmelo Canale per bocca di pentiti in mala fede, gestiti dalla Gestapo di Subranni e Mori, l’attuale amministratore dell’Ospedale Ebraico di Roma, già assessore alla sanità regionale, il magistrato Massimo Russo, malgrado l’ordine di cattura per Agate fosse in carico alla Polizia di Stato, perché partorito da indagini di Ninni Cassara’, tentò di dimostrare processualmente che fosse stato proprio Canale a mettere in guardia l’Agate, consentendogli di darsi alla latitanza prima ancora che il provvedimento fosse spiccato .
Canale scelse un difensore che io detesto, Carlo Taormina, e sudai le fatidiche sette camicie per farlo assolvere.
Ne trovate puntuale riscontro nella mia testimonianza dell’1/1/2002 che potete ascoltare su Radio Radicale.
Concludo spiegandovi perché devo gratitudine a Grazia Pace, la vedova di Mariano Agate.
Lei e la moglie di Giovanni Bastone imparai a conoscerle ascoltando per anni tutte le loro conversazioni telefoniche e ne ricordo in particolare una mentre entrambi i mariti si trovavano in carcere.
La signora Bastone, una avvenente giovane donna che prima di sposarsi faceva la parrucchiera a Torino, provò con grande insistenza a convincere la sua amica Grazia perché l’accompagnasse di sera al carnevale di Campobello di Mazara. Avrebbero indossato entrambe il domino ed una mascherina sul volto, ballando leggiadramente con altri sconosciuti. Ricordo bene con quanto garbo ma altrettanta fermezza l’invito fu respinto da Grazia, che le rispose di essere stata abituata a ballare solo con suo marito. Compresi in quel momento molte cose che il successivo pentimento di Tommaso Buscetta ha reso di dominio pubblico circa il fatto che dentro Cosa Nostra siciliana mariti e mogli son fedeli l’uno all’altra, e chi mostra rilassatezza di costumi non fa carriera.
Da allora mi sono imposto quella donna come esempio da imitare per non dare scandalo, e ci sono riuscito.
Signora Agate, per concludere, con i sensi della mia più profonda simpatia la invito a godersi la condanna del Giacalone. Finché dura.

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