Nicolo Gebbia

Ricordi inconfessabili

Domenica 7 giugno 1981 ci fu un terremoto a Mazara del Vallo e Petrosino che provocò apparentemente pochi danni, ma lesiono’ un gran numero di edifici.
Non ho idea di quanta della Mazara attuale sia stata restaurata o ricostruita con i soldi che noi tutti italiani abbiamo tirato fuori per la bisogna. Siccome il sisma fu avvertito in tanti altri comuni, le aspettative di contributi di aiuti si diffusero anche ad essi.
Lo stesso Nino Salvo, quando un anno dopo venne da me con suo cugino Ignazio, per rendermi conto della sparizione di due pistole da una sua casa di campagna, affermò che i tetti di quella masseria erano cascati ai tempi del terremoto del Belice (1968), ma che si era reso conto che esse gli mancavano solo quando, con la legge approvata dalla regione per il terremoto dell’81, aveva fatto un sopralluogo presso l’edificio, che intendeva ricostruire chiedendo il finanziamento all’80 per cento previsto da quella legge.
Peraltro suo fratello Alberto molti anni prima aveva edificato la sua lussuosa maggione sulla collina di San Ciro, a poche decine di metri da Villa Chinnici, sempre con i soldi pubblici perché essa era nata come albergo, finanziato dalla Regione con una legge di promozione del turismo.
Come me ne accorsi?
Accadde che il giudice Pignatone emise nei suoi confronti un provvedimento restrittivo per avere truffato la Comunità Europea producendo vino con uva da tavola presso la Cantina Kaggio .
Lui naturalmente lo seppe per tempo e se ne andò in Svizzera, tornando pochi mesi dopo, quando il provvedimento decadde, ma io eseguii una perquisizione a casa sua prima di compilare il verbale di vane ricerche, e restai sconcertato per il numero di ascensori e di bagni che vi trovai. Solo anni dopo, quando ero già a Milano, qualcuno di Salemi mi rivelò quale fosse l’originaria destinazione dell’immobile. Voglio però tornare a Mazara, epicentro di quel terremoto che ebbe una caratteristica molto particolare: le scosse di assestamento, alcune forti come la prima, si susseguirono per un mese intero e la gente era così spaventata che non voleva dormire in casa.
L’Esercito costruì a tempo di record una tendopoli dentro lo stadio di calcio e ricordo ancora il tenente colonnello comandante di battaglione, mio ospite nell’ufficio del maresciallo Ditta, che mentre parlava con un generale dal quale dipendeva, facendosi bello per l’efficienza dimostrata, durante l’ennesima scossa lasciò cascare per terra il microfono, corse per tutto il corridoio della caserma, ne uscì e si mise al centro della strada.
Io raccolsi la cornetta e dissi al generale che il suo collaboratore si era sentito male all’improvviso, ed era andato con urgenza al gabinetto. Quando si fu tranquillizzato, e mi chiese come fosse finita quella telefonata, lamentò che lo avevo fatto passare per un cacone, e si zittì solo quando gli chiesi: “Preferiva che dicessi la verità?”.
Badate bene, non sono particolarmente coraggioso, ma siccome ho i riflessi lenti, in quelle circostanze (il ripetersi delle scosse) mi rendevo conto del rischio solo quando esso era già finito.
Ricordo comunque che c’era un colonnello, presso la X Brigata Carabinieri da cui dipendeva l’intera Sicilia, che pretendeva da me di avere il preavviso di segnalazione prima ancora che la scossa fosse avvenuta.I più vecchi fra i miei colleghi ricorderanno questo costume antico del preavviso telefonico a Comando Generale, Divisione, Brigata e Legione, contattati proprio in quest’ordine.
Io avevo preso l’abitudine di telefonare per prima alla Brigata, dove c’era questo stronzo, ed una mattina che la scossa mi svegliò alle sette, trenta secondi dopo ero già all’apparecchio con il colonnello, che mi cazzio’ lo stesso. Gli detti una risposta molto piccata, tanto che chiese al colonnello Sateriale, comandante della Legione, che mi venisse inflitto un richiamo, susseguente a quello fattomi da lui oralmente, in quanto “indocile alle contestazioni”. Dovetti scrivere un romanzo, ma ebbi la soddisfazione di una risposta da parte di Sateriale che non dimenticherò mai: “Do atto”.
Quando lo raccontai a mio padre, la soddisfazione che mi dette lui fu ancora maggiore, perché mi confidò che suo cugino, un alto dirigente della Regione, aveva una relazione con la moglie del colonnello con la quale si incontrava una volta alla settimana dalle parti di Monte Pellegrino. Per inciso, la figlia di quel cugino è quell’altra Gebbia che scrive gialli come me. Le tende a Mazara non bastavano, e ne arrivarono alcune centinaia che furono accantonate nel vecchio macello, fuori dall’abitato, dove dovetti affrontare l’assedio della popolazione che ne circondava le mura, perché la commissione di assegnazione non era abbastanza sollecita.
Fu un impegno di ordine pubblico particolarmente odioso e, ad un certo punto, stavo per dare l’ordine di sparare per aria quando i facinorosi abbatterono il cancello d’ingresso.
Con la pistola in mano ottenni il loro silenzio e siccome sono un affabulatore riuscii a convincere tutti che non ce ne saremmo andati via, la commissione ed io, se non quando le tende fossero finite. Ricordo ancora un giovane carabiniere di leva che mi addito’ un uomo, dicendomi: “Quello mi ha proposto di scoparmi sua moglie se gli faccio avere due tende”.
Il ragazzo era molto turbato, e pretendeva che procedessi per tentata corruzione, ma riuscii a convincerlo che non era il caso.
Con perfidia, tuttavia, feci in modo che quell’uomo fosse l’ultimo ad avere la tenda. Fu poi la volta della mancata cattura di Totò Riina, che qualcuno, confidenzialmente, aveva segnalato al comandante della stazione di Mazara del Vallo, maresciallo Ditta, come nascosto in una masseria circondata da vigneti ubicata a metà strada fra Mazara e Salemi. Avevo a disposizione un tenente e trenta carabinieri di leva del Battaglione Mobile di Palermo, e pensai che fossero la massa di manovra ideale per tentare di circondare la masseria con le loro fuoristrada AR59 nell’arco di pochi minuti, provenendo dalla provinciale, senza consentire a nessuno la fuga.
Quando l’accerchiamento stava per essere concluso, una Fiat Ritmo si buttò in mezzo alle vigne, scendendo verso il fiumiciattolo che si trovava quattrocento metri più a valle.
Alla guida rimase il proprietario della masseria, che aveva dei piccoli precedenti, ma un carabiniere di leva, quello che era arrivato più vicino all’automobile mentre essa scappava, era pronto a giurare che ci fosse una seconda persona seduta di fianco al conducente, della quale non trovammo traccia malgrado accurate ricerche anche nel fiumiciattolo.Ci fu detto che il blitz condotto da militari in tuta da combattimento aveva spaventato la famigliola che occupava la masseria, ed era la causa di quella fuga inconsulta.
Per i danni causati da noi alle vigne e quelli subiti dalla Ritmo venne intentata una causa civile del cui esito non ho idea.
Ora che ho fatto amicizia con una figlia di Riina, mi piacerebbe sapere se avevo centrato l’obiettivo, sfuggitomi solo per l’imperfezione del mio apprestamento.
Anni dopo seppi che al momento del terremoto Totò ‘U Curtu era ospite di Mariano Agate, con tutta la famiglia, alloggiato in una villetta del Villaggio Guardia di Finanza sito presso il Lido Tonnarella.Tutto quel quartiere di Mazara, a ridosso della spiaggia sabbiosa che sarebbe stata, qualche anno dopo, teatro dell’agguato a Rino Germana’, era nato senza che nessuno avesse uno straccio di licenza edilizia, e le villette degli appartenenti alla Guardia di Finanza erano tutte e dieci raggruppate fra loro, tant’è che in paese erano conosciute proprio con quell’appellativo, “Villaggio GDF”.
Affermo con orgoglio che non è mai esistito un analogo “Villaggio Arma”.
Mazara mi prendeva tanto, con i problemi causati dai suoi spaventati abitanti, che trascurai Petrosino, dove anche era stata allestita una tendopoli dell’Esercito.
Un grave errore, perché quando ci andai per la prima volta, la bellissima crocerossina palermitana che gestiva l’infermeria da campo stava per ultimare il suo turno e, malgrado un corteggiamento serratissimo, non ebbi il tempo di farla entrare nel gineceo delle mie 103 conquiste, che sarebbero così diventate 104. L’ho sempre considerata come la edelweiss dei fiori che non mi riuscì di cogliere. Devo dire però che dopo due sere trascorse a chiacchierare con lei a ridosso della tenda che ospitava l’infermeria, la terza sera fu la crocerossina stessa a telefonarmi poco prima della mezzanotte, chiedendomi di raggiungerla subito.
Mi venne in mente quell’impiegato della Banca Sicula di Marsala, famoso perché, quando all’improvviso gli telefonava la moglie colta da estemporanei raptus erotici, doveva correre a casa, ricattato dalla donna, che altrimenti lo minacciava di far salire a casa, a soddisfarla, il primo uomo che passava.
Mi sbagliavo, e quando arrivai la crocerossina, facendomi segno il dito davanti alla bocca di restare in silenzio, mi portò in una tenda dove trovai una famigliola un po’ agitata.
Mi fu mostrata la testata di un letto da campo che presentava un foro.
Dieci centimetri più sotto c’era la testa di un bambino di cinque anni che dormiva.
Poi fui condotto nella tenda dei carabinieri, limitrofa alla prima, dove un giovanotto di leva confessò che, mentre stava scaricando la pistola prima di andare a letto, gli era partito un colpo, quello stesso che aveva attraversato le due tende, forato la testata del letto ed infine si era conficcato nel terreno all’esterno dell’ultima tenda.
La crocerossina mi disse che la famiglia non avrebbe sporto denuncia grazie alla sua intercessione e solo il carabiniere, che aveva una inverosimile voglia di confessare tutto e finire in galera, eccepì che, quando fosse tornato al reparto, l’armaiolo della sua compagnia si sarebbe accorto che gli mancava un proiettile, e così sarebbe emersa la verità.
Estrassi allora dal caricatore della mia pistola un proiettile, di cui gli feci omaggio, e gli dissi testualmente: “Se finirò davanti al Tribunale Militare di Palermo per il suo spinno di confessare tutto, giuro che verrò a casa sua a riempirla di bastonate!”.
Grazie a Dio non è successo, e lo confesso per la prima volta solo oggi che sono passati trentanove anni dai fatti.
Ora però si approssimano le diciannove, e sollevò i miei 25 lettori dal tedio di avermi letto, perché voglio sentire quanti miei coetanei sono morti nelle ultime ventiquattr’ore.

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