Nicolo Gebbia

Raccomandazione ai sindaci siciliani

Quando ho frequentato il Corso di Stato Maggiore presso la Scuola di Guerra di Civitavecchia (anno accademico 1989-90), il titolare della cattedra di guerra psicologica- controinfomazione- disinformazione intraprese le sue lezioni a noi 57 anziani capitani appartenenti al Ruolo Normale dell’Arma, distribuendoci un grosso foglio, suddiviso in sette caselle verticali ed altrettante orizzontali, ognuna delle quali conteneva una breve frase di senso compiuto.
Egli ci fece osservare che potevamo coniugare tutte quelle frasi a caso fra loro, ed alla fine avremmo ottenuto un periodo che in italiano significava qualcosa, anche se generalmente banale.
Ci spiegò che ne era l’autore, e che aveva chiamato quel foglio “La teoria dell’aria fritta”.
Vi faccio un esempio concreto.
‘Lessico deviante: un’onda che attraversa la Sicilia porta con sé le ragioni a termini invertiti e le deposita come un virus che s’insinua nelle cellule comunicative. Un’onda che, nel flusso di ritorno, trascina via i pilastri del pensiero democratico, lasciando solo rovine come ricordo di codici estinti od in via di estinzione.
Potrebbe sembrare la sintesi di un film di fantascienza e invece no.
È quel che si sta verificando da qualche decennio in Italia, una specie di virus che passa attraverso i media, attraversa lo Stretto di Messina e si attacca alle cellule democratiche.
Non si limita a corroderle, ma se ne impossessa e le trasforma.
Esattamente come avviene per il virus biologico o quello informatico, al suo arrivo è talmente piccolo e privo delle strutture necessarie alla sua replicazione che viene accolto senza predisporre difesa.
È a questo punto che il virus utilizza le strutture biochimiche della cellula in cui è riuscito a penetrare ed inizia a riprodursi sino a provocare l’annichilimento dell’organismo ospite.
Nel caso esaminato, e fuor di metafora, si riproduce fino a procurare il totale affievolimento della capacità critica, unico antidoto alla distruzione della democrazia sostanziale e dei valori che l’hanno ispirata e nutrita.
Quei valori che ne hanno fatto sopravvivere i geni perfino sotto la dittatura fascista, dalla quale l’Italia è uscita con una Costituzione esemplarmente rappresentativa della condivisione di principi democratici tra orientamenti politici differenti.
Da qualche anno i valori ispiratori della Costituzione italiana subiscono un’offensiva su vari fronti.
La tesi che si vuole dimostrare attraverso queste pagine è che uno di questi fronti d’attacco ha come strumento la lettura mediatica basata su una vera e propria deformazione lessicale giocata su singoli termini.
Questa modalità di manipolazione informativa, mentre giustifica azioni illegali ed, a volte, apertamente criminali commesse da rappresentanti della legge, affievolisce la percezione dell’illegalità e, soprattutto, dell’illegittimità dell’azione comunicata, predisponendo ad una lenta demolizione di quella carta costituzionale che oggi siamo chiamati a proteggere.’

Quello che vi ho esposto lo trovate come premessa ad un libello scritto da una mia amica, Patrizia Cecconi, che porta avanti le buone ragioni dei palestinesi che vivono sotto il giogo israeliano.
Io ho solo cambiato Italia con Sicilia e Mediterraneo con Stretto di Messina.
Si tratta di un italiano elegante e di senso compiuto, ma, non me ne voglia Patrizia, un rude soldataccio come me lo avrebbe espresso in due parole: “Da qualche anno i media vi stanno raccontando stronzate a proposito di quello che accade in Israele”. Leggendo le 240 pagine divulgate ieri come supplemento alla Gazzetta Ufficiale che contengono la relazione del prefetto di Palermo concludentesi con la revoca degli amministratori del comune di Mezzojuso legittimamente eletti dal popolo sovrano,sostituiti d’imperio con alcune donne che nessuno ha eletto, mi è tornato alla mente quel colonnello di cavalleria che aveva teorizzato l’ “aria fritta “.
Sono lusingato di essere il protagonista per almeno dieci di quelle 240 pagine, ed immagino quello che sarebbe stato scritto se avessi mai preso anche una sola lira dei 1550 euro da me maturati nei sei mesi che sono stato assessore.
Hanno avuto il cattivo gusto, addirittura, di imputare, come spesa perversa, i 250 euro utilizzati dal comune per diventare socio ordinario di Themis & Metis, il blog su cui scrivo, che ha come finalità prima la lotta alla corruzione.
Quando l’associazione statunitense Joe Petrosino, durante il suo viaggio annuale in Italia, ha compiuto una deviazione da me patrocinata da Palermo a Mezzojuso, dove avrebbero dovuto ascoltare un intervento del colonnello Michele Riccio, circa la mancata cattura, nel ’95, per scelta del generale Mori, di Bernardo Provenzano nelle campagne di Mezzojuso, la relazione rinfaccia all’amministrazione anche il denaro speso per offrire arancine, suppli’ ed altri pezzi di rosticceria agli ospiti statunitensi.
Riccio all’ultimo momento non poté venire perché gli stava morendo il cane e non voleva lasciarlo solo.
Lo sostituii io e dissi come si chiamava il killer che sparò a Joe Petrosino perché così gli aveva ordinato don Vito Cascioferro, che aveva ricevuto istruzioni in tal senso da New York.
Rivelai anche la battuta che il killer disse al detective morente: “Diccillo a Teddy!”. Intendo con quel nome alludere al presidente degli Stati Uniti Theodor Roosevelt. Tutto questo, comunque, cioè che l’omicidio Petrosino ha una matrice d’oltreoceano, e fu commesso per punire un presidente che prima si era fatto nominare sindaco di New York con i voti determinanti degli italo-americani, e poi aveva avviato una campagna di discredito e sospetto generalizzato nei confronti di tutti loro, assumendo fossero apparenti alla Mano Nera nella totalità, tutto ciò non ha trovato una riga di referto in alcun giornale, nemmeno una cattiveria del perfido Spallino.
Ma quello che più mi ha colpito è la peregrina ricerca delle parentele, che ha sortito il risultato di dimostrare (si fa per dire) che nessuno degli impiegati comunali potrebbe onestamente restare al suo posto, perché ognuno di essi ha almeno un cugino di quinto grado resosi responsabile, nel corso della sua vita, di un qualsivoglia reato, fosse anche una rissa.
Dal 31 dicembre 2018, quando ho giurato come assessore, al 5 giugno 2019, quando mi sono dimesso, io sono stato a Mezzojuso sei volte, ed in ognuna di tali circostanze ho visto arrivare un paio di carabinieri della locale stazione che si chiudevano nell’ufficio anagrafe comunale per ore, senza fornire spiegazione alcuna.
Ora finalmente capisco con quali ordini li aveva mandati lì il maresciallo Saviano, loro comandante: ricostruire l’albero genealogico di chicchessia, amministratori ed impiegati comunali, alla ricerca di fantasiose parentele controindicate. Ciò è in contrasto, addirittura, con le attuali disposizioni dell’Arma che riguardano le informazioni da fornire circa gli aspiranti carabinieri effettivi: esse vanno estese esclusivamente ai parenti conviventi dell’aspirante.
Quando Giovanni Falcone cominciò a leggere i primi rapporti giudiziari che la Guardia di Finanza compilava circa le associazioni per delinquere genericamente volte alla commissione di vari reati, senza più limitarsi a quelli di natura fiscale, doganale o finanziaria, come aveva fatto nei decenni precedenti a far capo dall’istituzione della Scuola di Polizia Tributaria nel 1923, egli si accorse che i militi, con l’entusiasmo e la dozzinalita’ dei neofiti, puntavano molto sulle presunte parentele.Indisse allora una riunione informale, nel corso della quale illustrò il contenuto del libello di un americano che non ricordo, dalla cui lettura si evinceva che qualsiasi essere umano del pianeta può essere messo in logica e ragionevole correlazione con qualsiasi altro, pur agli antipodi, mediante cinque passaggi.
Le parentele evidenziate da Saviano e fatte sue dalla prefettessa sono proprio di quella natura, e se dovesse esser presa per buona la logica cui esse sono informate, gli impiegati del comune di Mezzojuso bisognerebbe andarli a trovare quantomeno in Baviera.
Sorvolando con eleganza su quanto mi riguarda personalmente, ed informando Travaglio che il prefetto lo fa passare anche lui per filo-mafioso per aver pubblicato la mia lettera aperta ad uno dei figli di Provenzano, metto in guardia tutti gli altri sindaci siciliani: tengano ben sotto chiave l’ufficio anagrafe comunale, non ammettendo al suo interno nessun carabiniere privo di uno specifico mandato firmato dal magistrato.
Pretendano essi, i signori sindaci, che l’Arma richieda per iscritto l’accertamento anagrafico, motivandolo col numero del fascicolo processuale di indagini delegate dalla magistratura ed il titolo del reato, già commesso, per cui essa indaga.
Respingano qualsiasi richiesta non così formulata, o volta a stabilire legami ulteriori rispetto a quelli dei parenti conviventi degli indagati con la seguente motivazione: “Inammissibile violazione della privacy”.
Osservo infine che il prefetto di Palermo, nelle sue conclusioni, cita la presenza accondiscendente del Procuratore della Repubblica di Palermo e di quello di Termini Imerese, cioè i capi della magistratura inquirente, mentre sarebbe stata opportuna anche la presenza del Presidente della Corte d’Appello di Palermo e del Presidente del Tribunale di Termini Imerese.
Per ora non ho altro da aggiungere, e scusate se è poco.
Signori sindaci siciliani, svegliatevi tutti, prima di fare la fine di quel galantuomo di Salvatore Giardina.

 

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