Nicolo Gebbia

Un progetto scellerato

Nella foto di copertina vedete mio padre alla guida di una jeep Willys con il caratteristico cavallino rampante del Reggimento Piemonte Cavalleria (Francesco Baracca era un ufficiale di quel reggimento, questo il motivo per cui aveva il cavallino dipinto sulla carlinga, quello stesso poi diventato simbolo della Ferrari).
Alle spalle della jeep vedete un Boing DC3 della Etiopian Airlines il cui pilota, uno slavato inglese biondastro, sta accucciato vicino alla jeep.
La foto è l’unica testimonianza rimasta di quella che, se attuata, sarebbe stata una delle più grandi rapine mai consumate.
Essa è stata scattata nel deserto dell’ Ogaden, già molti chilometri all’interno del territorio etiopico, nel 1952.
Fino a quel momento in Somalia la moneta corrente era quella britannica, utilizzata fin dalla occupazione del 1941.
La Banca d’Italia, alla fine del ’51, fece coniare lo scellino somalo, una moneta legata alla nostra lira, con la quale soltanto era previsto un rapporto di convertibilità.
Ne fu inviata a Mogadiscio un’intera nave.
Gli scellini erano contenuti in bidoni uguali a quelli che vengono usati per il petrolio grezzo.
Essi avevano, però, la parte superiore rimovibile, assicurata con una reggetta metallica.
Partì un’autocolonna composta da dieci autocarri che avevano sul cassone dieci bidoni ciascuno. Nella cabina di guida, a fianco dell’autista, sedeva un funzionario della Banca d’Italia.Era prevista una tappa per ogni Governatorato, durante la quale chiunque possedesse valuta britannica era invitato a cambiarla con gli scellini somali di nuovo conio. Il rapporto di cambio, furbescamente, era particolarmente favorevole, e così tutte le sterline inglesi custodite in Somalia furono tramutare in scellini somali. Quando l’autocolonna arrivò a Belet-Uen, una delle ultime tappe, su quei camion c’erano già quasi due milioni di sterline.Mio padre e tre suoi colleghi, di cui non vi rivelerò l’identità , si erano messi d’accordo con quel pilota che vi ho mostrato, per rapinarle tutte, scortando, con i loro carrarmati, i due autocarri che le contenevano fino a quello sperduto campo d’aviazione nel deserto etiopico.
Le sterline e loro stessi sarebbero volati via a bordo del DC3 fino nel Tanganica, dove li aspettava un complice.
Lì giunti si sarebbero spartiti il bottino e mio padre intendeva proseguire per il Sud Africa, dove contava di stabilirsi, dopo che a Dar- es- Salaam fossimo arrivati in macchina (foto) mia madre ed io.
Il piano era perfetto. Gli altri otto camion, con i bidoni ormai svuotati dagli scellini somali, privi di radio e di scorta, sarebbero arrivati a Bilo Burti , donde potevano dare l’allarme, solo dopo molte ore.
Perché non se ne fece nulla?
Perché i tre complici di mio padre avevano tutti moglie e figli in Italia e temettero ritorsioni nei loro confronti.
I soldati che componevano gli equipaggi dei loro carriarmati, invece, erano tutti scapoli, ed invitarono mio padre ad assumere il ruolo di capo-banda, abbandonando i tre riottosi nel deserto.
Papà, però, li convinse che nessuno di loro aveva la statura del vero criminale e che quell’avventura era bene che finisse lì.
L’unico che pianse lacrime amare fu il pilota inglese, che abbandonò il DC3 sulla pista ed una settimana dopo raggiunse di nascosto Belet-Uen, dove mio padre organizzò il suo rimpatrio in Inghilterra, rifiutandosi, però, di finanziarlo: toccava ai suoi tre colleghi che si erano tirati indietro.
Mia madre ed io, nel frattempo, a bordo della nostra Austin, avevamo raggiunto l’ OltreGiuba.

Papà riuscì a farci bloccare al confine con il Kenya, e raccontò a tutti che mia madre si era incazzata perché, nei mesi in cui lui era rimasto solo prima che noi lo raggiungessimo dall’Italia, c’era il rischio che avesse messo in cantiere una mia sorellastra con qualche bella somala.
Ora che sono vecchio, visto che l’ipotesi non parrebbe infondata, mi piacerebbe conoscerla.

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