Nicolo Gebbia

Preti ed infermieri con la fascia azzurra

Amici non ne ho molti, ma dopo questo articolo saranno ancora meno, e visto che morirò di Coronavirus, cremato e con le mie ceneri buttate fra i rifiuti cimiteriali, dubito che mai nessuno costruirà un cenotafio in mia memoria. Ed allora mi sfogo scrivendo liberamente quello che penso: anni or sono, nelle anticamere del Tribunale Militare di Roma, dove ero stato chiamato a testimoniare in un procedimento intrapreso di iniziativa da quella Procura Militare contro il mio collega Gianmarco Sottili (il presidente però non ne voleva sapere ed archivio’ tutto), conobbi un maresciallo dell’aeronautica che di mestiere fa il sindacalista militare e che, da allora, mi tiene edotto di ogni rivendicazione e recriminazione che i lavoratori con le stellette riescono ad inventarsi nei confronti dell’Amministrazione. A costui, l’esimio Luca Marco Comellini, in quella circostanza, visto che avevo ore di attesa di fronte a me prima di una testimonianza che alla fine non fu ammessa, spiegai per filo e per segno come la penso, che, in soldoni, non si discosta molto dal concetto icasticamente espresso a suo tempo da Federico Il Grande di Prussia: “l’umanità va da sottotenente in su”. Fatta questa premessa, vi posso assicurare che non ho mai maltrattato gli animali domestici, i quali con me si sono sempre trovati bene, ed altrettanto ho fatto con sottufficiali, graduati e militari di truppa alle mie dipendenze. Specifico che i graduati, diversamente da quanto pensate tutti voi ignoranti in materia, sono solo i caporali ed i caporal-maggiori, che dentro l’Arma sarebbero tutti i semplici carabinieri ( = caporali) e tutti gli appuntati ( = caporal-maggiori). Quando avevo dodici anni, e papà mi portò in visita all’accampamento dei marines sbarcati a Capo Teulada dalle navi della Sesta Flotta per esercitazioni che avevano come supposto tattico la liberazione della Sardegna dall’occupazione comunista, rimasi scandalizzato perché vidi che nella mensa da campo vigeva il sistema del self-service, ed i colonnelli facevano la fila dietro ai semplici marines. Preciso tuttavia che i militari addetti alla distribuzione ed i cuochi erano tutti rigorosamente neri. Sulle navi alla fonda, invece, le cose erano molto più simili alle abitudini di casa nostra dell’epoca. Il quadrato ufficiali era rigorosamente off-limits per chi non lo fosse, tranne che per i camerieri, tutti filippini con gli occhi a mandorla. Ricordo ancora il periodo in cui, tra il ’91 ed il ‘ 94, esiliato da Bettino Craxi al Nucleo Sicurezza Industriale di Milano, una volta la settimana mi recavo a Torino, presso il Palazzo Alti Comandi, a rapporto dal Generale Incisa di Camerana. Lui mi portava a pranzo alla sua tavola, dove eravamo rigorosamente serviti da soldati di leva con la giacchetta ed i guanti bianchi calzati, mentre agli altri tavoli tutti i commensali, dal generale di divisione al sottotenente, si servivano del primo da soli, presso carrelli portavivande riscaldati di una sfarzosita’ mai vista né prima né dopo di allora. Tuttavia le altre portate, a partire dal secondo e per finire con il dessert, erano servite ai tavoli dagli stessi camerieri in guanti bianchi che al Generale ed a me avevano portato anche la pasta o il risotto. Incisa era un gran signore, naturalmente valeva anche il fatto che aveva avuto mio padre come insegnante di Carrismo ed Automobilismo, ma ho sempre sospettato che la sua ospitalità fosse anche dovuta a tutte le indiscrezioni su Mani Pulite delle quali era ghiotto e che io gli elargivo in abbondanza. Altri tempi, e so che non torneranno mai più (purtroppo, confesso solo a me stesso). I preti, e così entro finalmente in argomento, hanno sempre avuto un ruolo fondamentale in tutti gli eserciti, a partire da quello romano dell’Imperatore Costantino. Ogni guerra è stata sempre combattuta ufficialmente in nome di Dio, e noi italiani, a questo proposito, abbiamo avuto anche la sagacia di alimentare un tale patriottismo nelle nostre truppe coloniali che il loro grido di guerra era: “Per l’Italia e per Allah!”. Non dimenticate poi quella foto di Mussolini su un cavallo bianco con la scimitarra sguainata, scattata ad Addis Abeba, quando fu nominato, da un consesso di alti religiosi musulmani, Spada dell’Islam. La figura del Cappellano Maggiore, o Vicario Castrense, indipendente dai Vescovi locali, la troviamo in Spagna dal 1571, in Austria dal 1720 ed in Piemonte dal 1733. Anche negli stati preunitari erano previsti cappellani che curassero le anime dei soldati, finché, dopo la presa di Roma, la feroce svolta anticlericale che partorì tante leggi spoliatorie del patrimonio ecclesiastico, produsse nel 1878 anche l’abolizione della figura dei cappellani all’interno dell’Esercito Italiano. Fu il Generale Cadorna che nell’aprile del 1915 arruolò diecimila preti, ai quali fu data una stelletta sulle spalle, ed il perfetto status militare che comportavano le altre due stellette, quelle sul bavero.
Inquadrati come ufficiali, ne ottennero anche lo stipendio pagato dallo Stato. Dopo la guerra, tranne una piccola parentesi fra il ’22 ed il ’25, i cappellani rimasero, ed infine, dopo il Concordato, essi furono stabilizzati. Ricordo che a Sarajevo, in quell’anno che ci trascorsi fra il 2001 ed il 2002, presso il mio Reggimento MSU, se ne alternarono due. Il primo era un fighetto pugliese, i cui studi erano stati finanziati dall’Opus Dei, e che andava molto orgoglioso del suo clargyman di Armani. Fu lui che mi spiegò come si fa a diventare vescovo prima dei quarant’anni, e siccome la sua era stata una vocazione tardiva, non disdegnava di raccontarci le avventure amorose avute quando era ragazzo, sempre redarguito dal nostro ufficiale pagatore, appartenente al servizio amministrativo dell’Esercito, che aveva tradito la sua vocazione per il seminario solo per non far torto al padre, che la contrastava fieramente. Quando il genitore morì, infatti, lui si mise in aspettativa, dopo un anno diventò sacerdote, ed ebbe anche il ricongiungimento della carriera, tant’è che fu subito nominato maggiore, grado molto elevato fra i cappellani. Dopo il fighetto arrivò invece un sacerdote palermitano che prima di indossare l’uniforme era stato viceparroco della Cattedrale. Era alto come me e quasi altrettanto corpulento, ma dopo il suo arrivo le funzioni domenicali nella chiesa prefabbricata del Reggimento MSU, traboccavano di fedeli, perché le sue omelie, per nulla eleganti come quelle del predecessore, parevano pronunziate da Gesù Cristo stesso. Egli è, insieme con il Vescovo di Trieste che mi ha sposato, largamente responsabile della mia certa fede in Dio. Tuttavia a Luca Marco Comellini, ed a tutti i lavoratori in uniforme, i cappellani stanno sui coglioni, e sostengono che il lllloro stipendio dovrebbe pagarlo il Papa. In compenso, visto il recente bando straordinario di arruolamento della sanità militare, che cerca anche duecento infermieri dotati di laurea breve, il loro più recente cavallo di battaglia è che tali infermieri dovrebbero essere arruolati non come marescialli ma come ufficiali, con il grado di tenente o capitano. Nella sanità delle Forze Armate italiane gli unici ufficiali diversi dai medici sono stati, fino ad oggi, i pochi farmacisti di cui essa necessita. Avremo ora, grazie all’emergenza Coronavirus, anche gli infermieri con la fascia azzurra, quella che,per intenderci, qualificava tutti gli ufficiali come cugini acquisiti del Re? Sono curioso di conoscere la vostra opinione, e vi prego, al contempo, di non infierire circa il mio convincimento che condivido con Federico di Prussia.
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