Nicolo Gebbia

Il ponte sulla Drina

È un romanzo di Ivo Andric, che nel 1961 valse all’autore il premio Nobel per la letteratura ‘per la forza epica con la quale ha tracciato temi e descritto destini umani tratti dalla storia del proprio Paese’. L’ho letto durante una breve vacanza che mi concessi nel 2002 quando facevo servizio a Sarajevo. Mi aveva raggiunto mia moglie Laura, crocerossina, che indossava l’uniforme mimetica, tanto più elegante di quella blu di noi carabinieri. Prendemmo una stanza nella locanda che sorge proprio a ridosso del ponte, a Visegrad. Secondo un patto scellerato che avevano stretto le nostre mogli, l’ex presidente della Bosnia Erzegovina, allora latitante con una taglia di 5 milioni di dollari, mentre Laura (mia moglie) pescava dalla rotonda che sta al centro del ponte sulla Drina, l’avrebbe avvicinata e le avrebbe chiesto formalmente di condurlo a Ginevra, presso la sede del Comitato Internazionale della Croce Rossa.

Avrebbero viaggiato sulla Golf Cabriolet di Laura, sperando che lui non venisse identificato fino all’arrivo. Il progetto (mio) era quello di fargli chiedere asilo politico alla Svizzera, che allora ancora non faceva parte dell’ONU, e che conseguentemente non riconosceva il tribunale internazionale dell’Aja, dove invece Karadzic è stato processato quando nel 2008 fu consegnato spintaneamente dalla Serbia, che fino ad allora lo aveva tenuto nascosto alla periferia di Belgrado.

Oggi sconta l’ergastolo in un carcere olandese e forse si è pentito di non averci raggiunto al ponte sulla Drina. Io, deluso, mi feci trasferire a Palermo per catturare Provenzano, sulla scorta delle dritta che mi aveva dato il metropolita di Sarajevo. Ma dovetti fare i conti col procuratore Grasso, che non voleva nemmeno che io lo cercassi.

Cosa è rimasto a me e mia moglie di quel week end ? Lei appena vede una canna da pesca ha dei conati di vomito, io invece ho digerito in quei giorni il libro di Andric e ne ho tratto la convinzione che la dominazione ottomana è stata un faro di civiltà ancora oggi insuperato. Mi è tornato tutto alla memoria in queste ore nelle quali ho dovuto fare i conti con l’odio della gente nei confronti di Ninetta Bagarella, la vedova di Totò Riina.

Giova odiare il proprio nemico per giungere alla sua sconfitta? Oggi che Cosa Nostra militare è stata sconfitta è utile accanirsi con i familiari superstiti ? Non si rischia di costringerli ad imbracciare nuovamente le armi contro di noi? Meglio sarebbe a mio giudizio tendere loro la mano ed aiutarli a ritagliarsi dignitose condizioni di vita nella nostra società.

Con la falsa antimafia dei profittatori di regime che arrivano ad inventarsi agguati dai quali escono sempre miracolosamente incolumi , abbiamo ormai raggiunto il livello morale più basso che mi riesca di immaginare e ciò, unito al favoleggiamento di mitici tesori nascosti, ci induce ad infierire contro persone inermi, sottoposte alla gogna mediatica di chi abusa dei nomi di Falcone e Borsellino con una ipocrisia che entrambi, se fossero ancora vivi, non avrebbero mai tollerato.

Recentemente ho scoperto, anche se a Cinisi lo sanno tutti, che una figlia naturale di Tano Badalamenti ed i suoi familiari, molto vicini sui social alla nipote di Peppino Impastato, conducono uno sfarzoso tenore di vita fra New York e la Sicilia, dove soggiornano a lungo. Ma pensate che i familiari di Totò Riina, se avessero a disposizione le ricchezze che tutti attribuiscono loro, non farebbero altrettanto?

Le guerre bisogna saperle vincere dopo la sconfitta militare del nemico, e noi, con la miseria morale della falsa antimafia e con la stupidità di chi si pavoneggia sui social con slogan ormai logori per l’abuso che se ne è fatto, la guerra contro Cosa Nostra, che credevamo di esserci messi alle spalle, rischiamo ancora di perderla.

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