Nicolo Gebbia

La pistola d’ordinanza ed io

Considerazioni in libertà, sempre ispirate dall’uccisione del vicebrigadiere Cerciello Riga

L’ arma d’ordinanza di noi carabinieri quando mi sono arruolato io era la Beretta modello (19)34, una pistola automatica molto piccola che potevi nascondere anche nella tasca posteriore dei blue-jeans. Aveva solo sette colpi nel caricatore, di un calibro, il “9corto”(380Winchester), che non serve a bloccare un delinquente lanciato contro di te. Magari poi muore, ma quello che voleva farti di male lo porta a compimento comunque. Gli americani, gli unici che hanno tentato di teorizzare il potere d’arresto (stopping di power), durante la conquista delle Filippine, dopo avere ammazzato circa un milione e mezzo di locali (è il primo genocidio del 900, ma siccome lo hanno consumato loro non conta), compresi ragazzini fra i sette e gli undici anni, finalmente trovarono l’arma ed il calibro ideale per sostituire la loro rivoltella d’ordinanza, la Colt 45 della conquista del West, con un un’altra che fosse in grado di stoppare il filippino che correva imbracciando il machete, prima che questi ponesse in essere il sacrosanto intendimento di spaccare in due come un cocomero la testa del bieco invasore. Era una pistola automatica, non più una rivoltella, aveva 7 colpi nel caricatore invece dei 6 nel tamburo dell’altra, e malgrado il calibro fosse lo stesso (45 centesimi di pollice, cioè 12 mm) la cartuccia era in grado di imprimere alla pallottola una velocità superiore. Furono sperimentati vari prototipi e quando finalmente i patrioti filippini( di cultura ispanica e civiltà plurisecolare, non selvaggi) stavano per essere sterminati tutti, a Washington decisero che il calibro 45 ACP ( automatic Colt pistol) avrebbe soppiantato il 45 Colt. La pistola che lo utilizzava si chiamò 45 Government. È rimasta in dotazione alle forze armate statunitensi fino al 1985, quando fu sostituita dalla Beretta M9, un’arma con 15 colpi nel caricatore , e per giunta del calibro 9 parabellum (potere d’arresto pari alle famose rivoltelle 357 magnum), uguale a quella che nel frattempo adottammo noi carabinieri e la polizia. La finanza ci seguì solo molti anni dopo e per tutto quel periodo si sottrasse alle esigenze di ordine pubblico accampando la scusa che loro erano “sottoarmati”. Per gli americani fu una rivoluzione copernicana, e la Beretta fu preferita alla cecoslovacca CZ 75 perché era inconcepibile per gli Stati Uniti adottare un’arma “comunista”. Fu così che il mediocre acciaio Beretta , quando l’arma inesorabilmente cominciava ad arrugginirsi, venne trattato con quella saggina che si usa in cucina e che fa scomparire la brunitura insieme con la ruggine. L’acciaio cecoslovacco di Brno, il migliore del mondo, aveva l’imperdonabile difetto di essere “ comunista”. Attendo con ansia l’acciaio antimafia che sarà prodotto a Mezzojuso. Anche la Beretta, comunque, per mantenere l’appalto, dovette aprire una fabbrica negli Stati Uniti. Ora vengo al tema del titolo. Uno dei guai peggiori che possano capitare ad un carabiniere è il furto della pistola d’ordinanza. Passa guai inenarrabili, quale che sia il suo grado. Per giunta, grossa com’è, non può essere dissimulata quando si indossano abiti civili. Ed infatti quando si fa servizio presso i grossi reparti investigativi dove non è previsto l’uso dell’uniforme, viene distribuita una rivoltella Smith Wesson calibro 38 special, con il cane carenato in modo che non si impigli, che si chiama Bodyguard. Essa non è dotazione individuale ma di reparto. Questo comporta che, per avere le carte a posto, dovrebbe entrare ed uscire dall’armeria, con la relativa presa in carico scritta, molto più spesso di quanto non imponga il buon senso. Per noi ufficiali, che non portiamo quasi mai cinturone e fondina, la Beretta realizzò un’apposita pistola, con undici colpi nel caricatore, dello stesso calibro della vecchia Beretta 34, che però era grande la metà. Una stronzata pazzesca! Io , per evitare guai , nei primi anni della mia carriera ho usato la Beretta 34 di mio padre, che l’aveva acquista in accademia nel 1942. A molti sfugge che nelle forze armate italiane armamento ed equipaggiamento dell’ufficiale sono a suo carico. Mi spiego meglio: ci dobbiamo comprare a nostre spese le uniformi( compresa la costosissima Grande Uniforme Speciale) e dovremmo andare in guerra con la nostra sciabola di proprietà, con la nostra pistola di proprietà e con il nostro cavallo di proprietà. Non sto scherzando. Quando ero più giovane nella “busta stipendio” c’era anche la voce “ cavalli in agevolezza”, che rendeva conto degli eventuali cavalli di proprietà dell’amministrazione che noi si utilizzava in esclusiva, per i quali dovevamo provvedere alle spese del foraggio. Per quelli di proprietà, ne potevamo tenere nelle scuderie fino a due, pagando solo per il foraggio, purché svolgessimo con essi attività sportiva. Famoso Raimondo D’Inzeo, medaglia d’oro olimpica a Roma nel 1960, che era cavaliere indubitabilmente meno bravo di suo fratello Piero, ufficiale di cavalleria ed amico personale di mio padre. La differenza fra i due la facevano i cavalli. È vero che a Roma Raimondo montava Posillipo, un cavallo dell’amministrazione, razza Persano, e della stessa razza era il cavallo di Piero, con la medaglia d’oro per il primo e quella d’argento per il secondo. Ma per il resto della sua carriera sportiva Raimondo poté godere dei cavalli che gli regalava la ricca moglie e Piero continuò a saltare con i Persano dell’amministrazione. I due non si amavano e Piero, che aveva frequentato l’accademia di Modena, definiva suo fratello “ un ufficiale di complemento ben maritato”. L’Arma per farlo transitare in servizio permanente effettivo fece varare un’apposito provvedimento, detto appunto “ legge D’Inzeo”. Singolari le analogie con i fratelli Dalla Chiesa, dove Romolo aveva frequentato l’Accademia e detestava Carlo Alberto, ufficiale di complemento transitato in servizio permanente effettivo con altri 7000 ufficiali per avere partecipato alla guerra. Romolo, che in guerra si era guadagnato una medaglia d’argento al valor militare, per gran parte della loro carriera riuscì a stare davanti a Carlo Alberto, malgrado papà Romano (il corpulento colonnello Dalla Chiesa amico di Togliatti citato da Falcone Lucifero nei suoi diari) a metà degli anni cinquanta fosse riuscito a far ottenere anche per Carlo Alberto una medaglia d’argento al valor militare con una singolarissima motivazione. Se la cercate è difficilissima da trovare, quasi come la tesi di laurea di Nando, che non sono riuscito mai a leggere. Però un tempo era di dominio pubblico , ed è caratterizzata da due singolarità che la rendono più unica che rara. Le medaglie al valor militare vengono conferite per un singolo atto di valore, circoscritto nel tempo da pochi attimi a pochi giorni, mentre quella di Carlo Alberto è relativa all’insieme della sua attività di comandante delle squadriglie che cercavano di catturare il bandito Giuliano avendo come base logistica Corleone. Il periodo citato è di quasi due anni. La seconda singolarità è che la medaglia venne conferita cinque anni dopo la fine del periodo preso in esame, a testimonianza della sua sofferta gestazione. Pareggiate le medaglie, Romolo in annuario era però sempre davanti a Carlo Alberto, ed onestamente di indagini non ne fece mai una. Aveva degli stivali da cavallo con il rialzo interno fatti fare allo stesso calzolaio di Berlusconi e per prendere la parola durante le cerimonie pretendeva un podio rialzato. Rimase famoso però per una carica di cavalleria in via del Quirinale, dove transitava al comando del 4 Reggimento Carabinieri. Lui precedeva i due Gruppi Squadroni a cavallo con lo stendardo che garriva al vento portato dall’Alfiere, allora tenente Pasquale Cassano. Vide due ferrotranviari col berretto in testa che stavano appoggiati ad un muro con aria annoiata. In un attimo sguainò la sciabola, si pose al galoppo, fece saltare quei due berretti dalle teste dei ferrovieri senza sfiorare loro un solo capello, mentre urlava con la sua erre un po’ moscia: “Quando passa il drappo del mio reggimento ci si scappella!” Poi, mentre i due sinceramente spaventati gli facevano le scuse, volse indietro il cavallo e raggiunse il reggimento al piccolo trotto . Racconta Cassano che l’animale, forse per sottolineare il gesto del suo padrone, fece una significativa cacatona quasi sui piedi dei tranvieri. Ma tornando alla carriera parallela dei due fratelli, finalmente, come in formula uno, alla penultima curva , riuscì a Carlo Alberto l’agognato sorpasso. Complice l’adesione alla loggia P2 , in cui Carlo Alberto entrò appena seppe che già ospitava suo fratello, quando scoppiò lo scandalo a Romolo non fu concesso perdono, e restò generale di brigata. A Carlo Alberto invece i giudici Turone e Colombo, che ricordano il suo imbarazzo quando lo interrogarono, vollero far finta di credere quando questi dichiaro’ che era entrato nella loggia per investigare dal suo interno su di essa, un po’ come aveva fatto fare a “ fratello mitra” Silvano Girotto quando lo infiltrò nelle brigate rosse. Ma ancora l’anno scorso Giuliano Di Bernardo, gran maestro della Massoneria Italiana, ribadisce l’effettiva adesione di Carlo Alberto e lo definisce “ martire massone”. Fatto sta che a lui riuscì di raggiungere quello che allora era il massimo grado per un ufficiale dei carabinieri, generale di divisione, e dopo la sua morte, per primo dopo la fine della seconda guerra mondiale, gli fu conferita alla memoria l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine Militare d’Italia, che, per intenderci, vale più di una medaglia d’oro al valore militare. Io l’ho conosciuto e non lo amavo, però una volta gli sentii dire una cosa sacrosanta: “ Tutte le leggi sulle armi via via partorite in epoca repubblicana non sono mai servite a lesinare anche una sola pistola ad un rapinatore, ed hanno avuto come unica conseguenza di trasformare migliaia di galantuomini in pregiudicati. “ Questo vi lascia intendere perché il carabiniere è spesso tentato di lasciare la sua pistola in caserma ed armarsi altrimenti. Ora che è morto lo possiamo raccontare: la medaglia d’oro Barisone, quando uccise due appartenenti a Barbagia Rossa e ne arrestò molti altri, usò una Browning HP non denunciata e non la pistola d’ordinanza. Io, per evitare di dare in escandescenze di fronte ad ottusi burocrati di Questura, quando mi feci trasferire a Sarajevo cedetti a mia moglie le sole due pistole che mi ero ridotto a possedere, e da allora sono assolutamente disarmato. Mia moglie di recente ha dovuto produrre in Questura un certificato che attesti essere lei perfettamente capace di intendere e di volere, e lo dovrà fare ogni cinque anni. Negli Stati Uniti , invece, dopo il primo emendamento della Costituzione, quello che tutela la libertà di religione e di pensiero, viene il secondo che da al cittadino il diritto di andare in giro armato. Ecco perché tutte quelle stragi, direte voi. Stronzate vi rispondo io. È la Svizzera, di cui ricorre oggi la festa nazionale, il paese con la maggiore percentuale di armi detenute da privati, e mio fratello, cittadino svizzero, insegna il tiro con il fucile di precisione ai bambini delle elementari. È una materia opzionale, ma gli unici genitori che non hanno sfruttato l’opzione, sono due ricchi italiani, che sono emigrati per mettere al sicuro i loro capitali, ma sono rimasti italicamente pacifisti.

 

Ti potrebbe interessare anche?