Nicolo Gebbia

Io, Pilitteri ed il generale Aidid

Quando arrivai a Milano nel settembre del 1986, destinato alla Sezione di Polizia Giudiziaria al posto del maggiore Scibona, quest’ultimo mi presentò un suo confidente, lasciandomelo in eredità.
Mi disse che era tanto prezioso, quanto venale, e di professione falsificava quadri d’autore.
Oggi, dopo anche qualche anno di galera, è considerato un pittore di pregio, ed è anche quotato sul Bolaffi Arte.
Ai primi dell’anno successivo, mentre ero intento ad intercettare telefonicamente Dell’Utri, e glissare le attenzioni del procuratore Mauro Gresti, che almeno una volta la settimana mi chiamava nel suo ufficio e, con signorilità, cercava di scoprire cosa uscisse da quei telefoni, un bel giorno si materializzò il pittore davanti a me, spiegandomi che aveva messo in contatto dei ricchi imprenditori del bresciano con calabresi dediti all’industria del sequestro di persona, che avevano bisogno di sbarazzarsi della somma contante di due miliardi di lire.
I bresciani, consapevoli che si trattava di danaro sporco e segnato erano disposti a pagarlo con un miliardo assolutamente pulito.
Gli chiesi : “Ma che se ne fanno del denaro sporco?”. Fui tacciato di ingenuità, perché non sapevo che in certe banche svizzere, purché non si trattasse di banconote false, accettavano di tutto, senza fare troppe domande.
Chiesi allora al pittore quale fosse il suo tornaconto e lui mi rispose che, al momento in cui avesse presentato ai bresciani i calabresi, gli uni e gli altri gli avrebbero corrisposto due milioni di lire.
Lui, con i quattro milioni nelle tasche della giacca, si sarebbe allontanato rapidamente, consentendo a noi di arrestare tutti.
Accadde tutto esattamente come ve lo ho descritto, presso il bar di un grande albergo milanese che non voglio citare.
Oltre ai due imprenditori bresciani, ed ai due presunti sequestratori calabresi, arrestammo anche il tassista bresciano che aveva accompagnato gli imprenditori. Egli aveva addosso una calza da uomo costipata di banconote, mi pare fossero otto milioni di lire.
Quando, però, aprimmo le due valigette “quarantottore”, stile pilota d’aereo, con grande meraviglia appurammo che, in entrambe, c’era un primo strato con delle fotocopie colorate di banconote, e, sotto di esso, solo dei foglietti di carta tagliati a forma di banconota.
Nella sostanza i presunti imprenditori volevano truffare i presunti sequestratori, che avevano analogo intendimento nei confronti dei primi.
Il dottore Armando Spataro non ci convalidò neanche gli arresti in flagranza di tentata truffa, perché motivò che si trattava di reato impossibile .
Il tassista, poi, continuava a ripetere che lui era cognato del dottor Micalizzio, il capo dell’Ufficio Stranieri della Questura di Milano.
Lo chiamai ed accorse subito da me, spiegandomi che ogni famiglia ha la sua pecora nera. Lo rassicurai che si trattava di una pecora nera particolarmente oculata, perché la somma che aveva ottenuto per portare i due falsi imprenditori all’appuntamento era il doppio di quella lucrata dal nostro confidente .
Gli spiegai poi il punto di vista del dottor Spataro circa il reato impossibile e lo rassicurai che, nella conferenza stampa in cui avremmo raccontato l’accaduto, suo cognato non sarebbe stato neanche citato.
Andò via dal mio ufficio dicendomi un profetico: “A buon rendere”.
E l’occasione capitò poco dopo. Una mattina, mentre mi trovavo dal procuratore Gresti che cercava sempre di sapere cosa stessimo combinando io e Della Lucia ai danni del suo amico Nerio Nesi, dalla sua segreteria fui informato che negli uffici della Sezione di P.G. , al pian terreno, c’erano due negri molto importanti che sollecitavano un incontro con me.
Ne approfittai per prendere congedo da Gresti e andai incontro a questi due personaggi.
Uno di loro, sebbene non indossasse l’uniforme, aveva l’aria del militare di carriera e mi chiese se ero parente del Tenente Gebbia che lui aveva conosciuto quando era ragazzo al suo paese di nascita, Belet-Uen.
Gli risposi che si trattava di mio padre. Allora mi abbracciò e mi disse che mi aveva anche portato in piroga lungo lo Scebeli. Poi mi raccontò la circostanza in cui aveva conosciuto papà. Era stato in occasione della Santa Rosalia del 1952, quando un soldato palermitano del plotone comandato da mio padre si era allontanato per tre giorni arbitrariamente e lui, che gli faceva da “boyetto”, lo aveva accompagnato in un villaggio vicino aiutandolo a confezionare cinquanta focacce con la milza, maritate con formaggio di capra , tagliato a coriandoli, come neanche a Palermo se ne può assaggiare di migliori.
Mi chiese poi notizie aggiornate su mio padre, all’epoca Presidente del Consiglio di Leva di Palermo e gli dissi che, se mi aspettava un momento in sala d’attesa, avrei provato a chiamarlo dal mio ufficio nel suo, e li avrei fatti parlare fra loro. Quando ebbi papà al telefono, rapidamente gli sunteggiai l’episodio del pane con la milza e lui mi confermò che era andato tutto proprio così.
Aggiunse di stare in guardia perchè se lo ricordava come un uomo pericoloso della tribù degli Haberghedir.
Gli chiesi infine se intendeva parlare con lui e mi disse: “ Perché no? ”. Quando lo introdussi nel mio ufficio e gli porsi la cornetta , mettendo una mano sul microfono, mi chiese sottovoce: “ Come lo devo chiamare? ”. Ed io gli sussurrai: “ Generale ”. Mi rispose: “Bene, perché sono Generale anch’io!” .
Si rivolse a mio padre, devo dire, con un rispetto che temevo non avesse, chiamandolo “Signor Generale” e soggiunse che era per lui un grande piacere vedere che fossi cresciuto così bene. Si dissero amenità per qualche minuto, e capii che mio padre gli stava chiedendo notizie di altri abitanti di Belet-Uen dei tempi in cui abitavamo là.
Poi lo sentii raffreddarsi, e capii che mio padre gli aveva chiesto come mai non avesse frequentato l’Accademia di Modena e la Scuola di Applicazione di Torino.
Gli spiegò che aveva avuto la sua educazione militare a Mosca e che Siad Barre gli aveva fatto fare carriera fino a capo dei suoi servizi segreti e poi lo aveva nominato ambasciatore in India, ma che, comunque, era stato proprio lui a sconfiggere il dittatore, destituendolo. E capii che si adombrò quando mio padre commentò che doveva essere stato proprio bravo a diventare generale.
Quando chiusero la conversazione, mi disse: “Suo padre non ama chi ha studiato a Mosca”. Gli risposi che era un ufficiale all’antica. Poi soggiunsi: “In che modo posso esserle utile? ”. Mi spiegò che si trovava a Milano, con il suo economo, per essere liquidato da Paolo Pillitteri, Presidente della Camera di Commercio Italo-Somala, di parecchie centinaia di milioni dovutigli nel quadro degli aiuti previsti per le cooperative di pesca italo-somale che operavano nella zona del Corno d’Africa .
Non solo Pillitteri da una settimana si negava loro, ma quella mattina avevano ricevuto in albergo la visita del capo della Squadra Mobile, Stefano Rea, che aveva preannunciato che li avrebbe accompagnati nel primo pomeriggio all’aereoporto, facendoli imbarcare su un volo per Mogadiscio, visto che godevano di un permesso di soggiorno turistico in scadenza.
Telefonai subito a Micalizzio, chiedendogli se potevo andare a trovarlo con due stranieri amici miei. Fu molto gentile e mi disse che ci aspettava per il caffè.
In sua presenza Aidid raccontò quanto voi già sapete e Micalizzio prese i loro passaporti, tornando poco dopo con un permesso di soggiorno per motivi d’affari della durata di sessanta giorni.
Lo ringraziai, gli suggerii di fare sapere a Rea che non facesse stronzate e riaccompagnai i due al loro albergo.
Come è finita con Pillitteri e con i soldi che doveva a loro? Non lo so. Aidid, in Italia, passa per un criminale di guerra responsabile della Battaglia del Pastificio, della Battaglia di Mogadiscio e dell’uccisione di diciotto americani nella Delta Force. Probabilmente dimentico altre nefandezze a lui attribuite. Quello che so è che era un vero soldato e che morì in combattimento nel 2000.

Quello che è certo è che Pillitteri non gli pagò mai il dovuto.

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