Nicolo Gebbia

Parigi val bene una messa

Lo disse Enrico di Navarra quando diventò il primo re Borbone di Francia, e per esserlo dovette convertirsi al cattolicesimo, lui che era nato ugonotto. Siamo alla fine del ‘500, ed è da allora che nella capitale francese la morale religiosa e dei costumi viene considerata come una variante che ognuno può declinare a suo piacimento. Gli inglesi vittoriani, abituati a mettere le gonne lunghe anche intorno alle gambe dei pianoforti, quando volevano guardare quelle delle donne venivano nella Ville Lumiere ed assistevano al can-can ballato al Moulin Rouge. Anche la satira sembrava godere di una assoluta libertà da ogni genere di censura, poi cinque anni fa il sanguinario attentato alla redazione di Charlie Hebdo, motivato per l’empietà compiuta pubblicando vignette che irridevano ad Allah, ha segnato una linea di confine marcatissima fra il prima ed il dopo: la stessa rivista satirica da allora si autocensura, così come fa tutta la stampa occidentale, nella quale è diventato impossibile trovare fumetti che prendano in giro la religione islamica, comunque coniugata. Poco a poco anche le gonne delle donne sono tornate ad allungarsi, ed infine da ieri vacilla anche l’esibizione del seno.
Storicamente essa ha avuto un andamento ondivago: le donne etrusche non avevano problemi ad ostentarlo, e le mitiche amazzoni arrivarono a tagliarsene uno per rendere loro più agevole scoccare le frecce dai micidiali archi di cui erano armate. Nella Sardegna giudicale era di moda quel corpetto che sollevava i seni ed esibiva i capezzoli.
Furono i gesuiti che il re savoiardo si portò dietro dopo l’armistizio di Cherasco a pretendere che tanta magnificenza venisse coperta da uno scialle, che è sopravvissuto fino ad oggi. Nella Serenissima, quando gli oligarchi che la governavano si accorsero di quanti sodomiti popolavano Venezia, ordinarono alle escort dell’epoca di esibire i loro seni sul ponte di Rialto, sperando di incrementare così la curva demografica.
Ma era una guerra persa in partenza e si arrivò a Campoformido, quando i prolifici francesi di Napoleone si impadronirono quasi senza colpo ferire della Repubblica, e poco dopo la rivendettero agli austriaci.
Ora però tocca anche a loro questa triste e melanconica decadenza, come dimostra la foto che correda questo articolo, nella quale una giovane donna ci sorride vestita con quell’abito che le ha impedito ieri di entrare al museo D’Orsay perché i suoi seni opulenti , a giudizio dei responsabili, non erano sufficentemente coperti. E noi italiani è bene che ci asteniamo da ogni commento, ricordando di quando Oscar Luigi Scalfaro, il 20 luglio 1950, al ristorante “Da Chiarina”, in via della Vite, vide la signora Edith Mingoni che si liberava del bolero sulle spalle, osando mostrarle nude.
“È uno schifo! Una cosa indegna e abominevole! Lei manca di rispetto al locale e alle persone presenti. Se è vestita a quel modo è una donna disonesta. Le ordino di rimettere il bolerino!”. Al suo rifiuto, il futuro Presidente uscì dal locale per farvi rientro pochi minuti dopo con due poliziotti. In Questura la signora, militante del Movimento Sociale Italiano, querelò Scalfaro per ingiurie. Lui sollevò il caso in Parlamento, dove già Scelba combatteva una battaglia contro il bikini, ed anche in quella sede definì la signora ‘non più onesta’. Ne ricevette uno schiaffo di sfida dal padre della giovane donna, colonnello a riposo, e forse anche un’altro dal marito, capitano dell’aereonautica. Ma lui sollevò l’obiezione di coscienza che impedirebbe ad un cattolico di battersi. La richiesta dell’autorizzazione a procedere contro di lui per ingiurie fu tenuta nei cassetti fino alla successiva amnistia
Da lì il passo per il caso Bebawi è breve, e potrebbe innescare delle considerazioni su quanto i libanesi di settant’anni fa fossero più evoluti e cosmopoliti di quelli di oggi. Ma ho l’impressione che i miei 25 lettori comincino a distrarsi, e magari gliene parlerò un’altra volta.
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