Nicolo Gebbia

Il Papato e l’Italia, spigolature

Nell’Arma della mia generazione siamo quasi tutti disertori della vanga, e maneggiamo la penna con malcelata incertezza, mentre battere i tacchi ci viene spontaneo, memori come siamo di quando li usavamo per affondare la vanga anzidetta nella zolla da rivoltare. Non per nulla fra i nostri vecchi generali l’hobby più diffuso, quando non abbiano avuto la fortuna di diventare presidenti di importanti imprese, è il giardinaggio. Due sono state, quando ero giovane, le penne che più hanno contraddetto l’assunto, quella del generale Subranni e quella del generale Sivori.

Del primo, se avete seguito il processo Trattativa, saprete che insuperato è rimasto il rapporto giudiziario ‘con la copertina rossa’, il primo che teorizzò la presa del potere dei corleonesi all’interno di Cosa Nostra, tanto che, dice l’avvocato Milio, Giovanni Falcone lo utilizzò come architrave delle sue indagini ‘seguendo i soldi’.

Sivori forse è meno noto al grande pubblico, che lo scopri’ poco prima che andasse in pensione, e Feltri gli dette una rubrica settimanale su Libero. A riprova che al Comando Generale sanno ben distinguere le mosche cocchiere dai veri disturbatori , mai nessuno lo censurò per le sue opinioni iconoclaste, così come mai nessuno, finché sono stato in servizio, ebbe a ridire sul fatto che fossi , e non l’ho mai nascosto, un trozkista della Quarta Internazionale.

Anzi a Roma ci si compiaceva di affermare che l’Arma è grande perché ognuno, al suo interno, ci sta a modo suo. Io e Sivori viviamo entrambi a Treviso, ed ogni tanto ci incontriamo ai giardinetti, sedendoci sulla stessa panchina. Questa mattina ha avuto da eccepire circa l’articolo che si intitola La verità sul muro di Berlino.

Nel fargli notare che lui , come molti altri evidentemente, mi legge/ono con superficiale attenzione, ho puntualizzato che l’articolo non è mio, ma lo scrisse quattro anni fa Luca Baldelli, ed io, che concordo al cento per cento con lui, ho avuto l’unico pregio di conservarlo e riproporlo oggi per la sua vibrante attualità, aggiungendoci solo una noterella per il meno dotato dei miei lettori, onde evitare che confondesse le manzoniane prefiche con le gilettiane strafiche.

Ne ha preso atto e da lì siamo passati a disquisire sul peso che ha avuto sulla nostra storia il fatto di ospitare a Roma il Papato. Ne ho tratto due informazioni per me di prima mano che sottopongo all’approfondimento dei miei lettori. La prima riguarda la firma del Concordato fra l’Italia e la Città del Vaticano.

Mi ha chiesto Sivori se io sapessi quando era nato giuridicamente, come Stato Sovrano, il Vaticano. Ho lasciato che si rispondesse da solo  (io non ero in grado) ed ho scoperto che la data di nascita è di un giorno posteriore a quella della firma apposta dal cardinal Gasparri e Mussolini sul Concordato.

Ho capito che a quel punto Sivori si aspettava da me la consequenziale domanda: Ma allora Gasparri in nome di chi ha firmato? Risposta del mio vicino di panchina: “È la stessa domanda che pose Togliatti quando voleva evitare che i costituenti ratificassero il documento. La negoziazione fu lunga, ed alla fine il Concordato fu ratificato nella nostra Costituzione. In cambio Fanfani ottenne che l’articolo 1 di essa mutasse dall’originale “L’Italia è una repubblica democratica fondata sui lavoratori” all’attuale: “«L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione» 

Che cattivo affare!

Ti potrebbe interessare anche?