Nicolo Gebbia

Un paio di cose che so sulla New York University

Nell’autunno del 1996 , dopo averne guidato per 2 anni il reparto operativo, divenni il comandante provinciale di Treviso. A capo della compagnia capoluogo, appena trasferitovi dalle Puglie, c’era un simpatico capitano , specializzato in ordine pubblico. La domenica , allo stadio, si trasfigurava, ed era tanto autorevole che il funzionario della Questura dirigente del servizio , poco appassionato della palla ovale, si sedeva ad un tavolino del caffè fuori dallo stadio e sonnecchiava, certo com’era che Patatone(soprannome affibbiato al capitano dalla moglie del generale Greco) pensava a a tutto lui. Alle volte anche ad arbitrare. Ed infatti l’unico problema lo avemmo per un rigore che lui riteneva l’arbitro dovesse fischiare, malgrado il diverso parere di quest’ultimo.A dicembre mi chiese una settimana di licenza per New York, ed incuriosito mi feci spiegare il perché . Appresi così che, diversamente dagli altri suoi colleghi d’Accademia, lui non aveva conseguito la laurea in giurisprudenza della Sapienza perché , subito inviato a Torino, l’incalzare degli impegni di servizio, poi il matrimonio con la nipote del cappellano militare ed i figli che si erano susseguiti al ritmo di uno all’anno, tutto ciò gli aveva impedito di sostenere le ultime materie e discutere la tesi. Però nella località marina dove prestava servizio precedentemente aveva conosciuto un professore di diritto della Pontificia Università Lateranense che si era offerto di risolvergli il problema, ormai indilazionabile visto che si avvicinava l’avanzamento al grado di maggiore, dove sarebbe stato pesantemente discriminato proprio per la non conseguita laurea. Il professore gli aveva consegnato una lettera per il rettore della New York University, nella quale si descrivevano le eccezionali virtù del capitano, tali da meritarsi una laurea Honoris Causa. Però bisognava andare a New York di persona a ritirarla nel corso di apposita cerimonia.Sarebbe stato poi il professore a convertire il diploma newyorkese in una laurea ordinaria della Pontificia Università. Il professore aveva spiegato al capitano che questo genere di cortesie era una tradizione dei due atenei , e funzionava allo stesso modo anche per gli americani che conseguivano una laurea Honoris Causa Pontificia. Quando tornò , curioso, mi feci mostrare il diploma di laurea, che era bellissimo. In primavera quel diploma mi passò sotto il naso perché il capitano voleva che io lo trasmettessi all’ufficio matricola del Comando Generale, per essere registrato. Mi spiegò che il professore era morto improvvisamente d’infarto,e così lui era rimasto con la sola laurea americana. Come volevasi dimostrare dal Comando Generale rimandarono indietro il pezzo di carta, anche un po’ risentiti con me che lo avevo inoltrato, e ci spiegarono che esso valeva meno della pergamena sulla quale era elegantemente impresso. Un mese dopo mi restituirono anche il brevetto dell’Ordine Costantiniano che il collega voleva fosse trascritto, perché era firmato dal principe borbonico sbagliato. Il capitano però aveva completato con il relativo nastrino la quinta fila delle sue medagliette della prima comunione( così le chiamava mio padre)e non se lo tolse. Contemporaneamente aveva fatto stampare dei nuovi biglietti da visita in cui campeggiava il ‘dottor’ prima di nome e cognome , e non li cambiò mai. Poco dopo diventò l’ufficiale portaborse di un importante generale, ed aggiunse all’uniforme le cordelline( orpello che fa capire subito , a chi gli sta di fronte, che trattasi di ufficiale portaborse). Il generale aveva nella sua segreteria anche un distintissimo brigadiere, longilineo e femmineo tanto quanto il portaborse era corpulento e virile. I due si odiavano e quando il brigadiere Sambucci seppe della falsa laurea del capitano, gli organizzo’ una burla colossale: si fece fare dei biglietti da visita anche lui con il dott, e li mostro’ al generale. La reazione fu quella prevista: “Da quando in qua’ tu sei laureato?”, tale da potergli consentire di replicare prontamente:” Neanche il suo aiutante di campo è laureato, eppure sui biglietti da visita c’è scritto dottore!”.Fin qui il faceto, ma voglio concludere con qualcosa di decisamente più serio. A causa della sottrazione imprevista di quel capitano, avevo dovuto sostituirlo con il comandante del Nucleo Investigativo, brillantissimo nelle indagini di polizia giudiziaria. Questi poco dopo mi pose un quesito: nel registro dei furti ad opera di ignoti della stazione di Treviso , risultava un numero che era molto superiore a quello dell’intera compagnia, che invece avrebbe dovuto essere composto dai furti di quella stazione più quelli delle altre cinque che formavano il reparto. Gli dissi di comportarsi secondo coscienza e lui mi rispose, come speravo, che sotto il suo comando i dati non sarebbero stati più truccati. Risultato: quell’anno l’Istat segnalò che a Treviso i furti ad opera di ignoti si erano triplicati. Apriti cielo! La Lega ne fece un caso politico particolarmente spinoso, e la Questura annaspava. Sussurrai all’orecchio del Prefetto la verità, ma lui copri’ il capitano Patatone, che lo blandiva servilmente in ogni occasione per ottenere il nastrino di Cavaliere Ufficiale. Il Questore allora riuscì a distrarre l’opinione pubblica locale con un coniglio tirato fuori dal suo cilindro. In Liguria era stato arrestato il serial killer Donato Bilancia,e la polizia stradale aveva constatato che una volta, anni prima,egli era stato controllato lungo la statale che porta a Cortina D’Ampezzo.Per una settimana i quotidiani locali diffusero la notizia che la squadra mobile aveva riaperto tutti i cold cases di femminicidio, nella certezza di riuscire a provare per essi la responsabilità di Bilancia.Intervistato in proposito, dichiarai che invidiavo la Squadra Mobile che poteva permettersi il lusso di dedicare tempo ad indagini basate su presupposti così peregrini.Noi carabinieri, invece, avendo l’onere di dovere riferire per iscritto alla magistratura circa il 92 per cento dei reati consumati in provincia, non avevamo tempo da perdere. I sindacati della polizia, SIULP e SAP, volevano che chiedessi pubblicamente scusa di una tale millanteria. Io risposi che ero pronto a farlo se l’ISTAT mi avesse dato torto.Quando emerse che avevo ragione da vendere, la polemica si placò come era cominciata. Tuttavia il ministero dell’Interno mandò un ispettore per comprendere come mai una percentuale che in ogni provincia italiana vedeva i carabinieri procedere in media per il 68 per cento dei reati denunciati, mentre il restante 32 per cento era ascritto alla polizia ed alla guardia di finanza, a Treviso arrivasse al 92 per cento. Emerse che il giochino di Patatone era anche il sistema usato dalla Questura, che segnalava all’ISTAT solo la metà dei reati denunciati. L’anno successivo gli tocco’ dire la verità, e così i giornali , a fine anno , riportarono il dato che in dodici mesi il numero di tutti i reati era raddoppiato.La Lega voleva la testa del Questore, ma anche questa volta il Prefetto riuscì a tacitare tutto, distraendo l’opinione pubblica con un grosso problema ambientale che rilevò,relativo al saccheggio del pietrisco fatto ai danni del letto del Piave, complice il presidente della Provincia. Non vado avanti perché costui ha fatto molta strada, è un massone troppo potente anche per me, ed ho davvero paura.
Ti potrebbe interessare anche?