Nicolo Gebbia

Nando Dalla Chiesa: “Milan l’è semper un gran Milan!”

Il mio rapporto con lui è sempre stato virtuale. Non gli ho lesinato critiche quando scrisse un duro articolo nei confronti della ministra Marianna Madia, responsabile di avere copiato alcune parti della sua tesi di dottorato. Rievocai allora la costituzione presso la Legione di Palermo, quando la comandava il padre di Nando, di un apposito ufficio cui fu destinato la buonanima del maresciallo Guazzelli, il quale, coadiuvato dal colonnello Russo (ucciso a Ficuzza dal team di sicari di Leoluca Bagarella, che fecero base a Mezzojuso), partorì un questionario di duecento domande che furono inviate a tutte le stazioni dipendenti dalla Legione. Rispondendo ad esse veniva schematicamente ricostruita la storia della mafia nel territorio di competenza. Si favoleggia che l’eleganza formale di quella tesi di laurea provenga dalla penna di Subranni, ed io chiesi pubblicamente a Nando, quando uscì il suo infelice articolo, di renderla pubblica. Maliziosamente avrei voluto confrontarla col famoso rapporto giudiziario dalla “copertina rossa”, tanto vantato dal difensore di Subranni come archetipo della lotta ai Corleonesi. Esistono infatti delle moderne applicazioni che, analizzando due testi diversi, anche per argomento, sono in grado di stabilire, con una precisione del 90%, se essi siano stati scritti dalla stessa persona.
La mia profferta non fu presa nemmeno in esame. Tuttavia voglio aggiungere come anche un altro orfano eccellente, il figlio di Pio La Torre, che mi aveva cercato per esprimermi il suo apprezzamento circa il primo articolo da me pubblicato su Themis & Metis relativo all’uccisione del padre, quando parlammo della sua tesi di laurea e del mio desiderio di darci un’occhiata, promise di mandarmela, ma se ne deve essere dimenticato. Anni fa, quando il generale Leonardo Leso me ne dette mandato, io scrissi una storia delle forze di polizia italiane, dal titolo “La fiera delle vanità”, che pensavo avrebbe firmato lui, invece, come è stato per quello studio che ho citato ieri circa il terzo livello della mafia a Milano, le scomode verità, soprattutto relative ai cent’anni di storia inesistente millantata da qualificati appartenenti alla Guardia di Finanza, corpo che stimo ed ammiro moltissimo, rimasero a mia firma ed il generale mi disse: “Voglio togliermi molti sassolini dalle scarpe, ma con il culo tuo”. I finanzieri la conoscono bene quella mia storia, ed infatti, da quando essa gira informalmente, nelle parate hanno smesso di travestirsi con improbabili uniformi storiche settecentesche ed ottocentesche, limitandosi a quelle della Prima Guerra Mondiale nella quale, contravvenendo agli ordini ricevuti, il primo colpo di fucile fu sparato proprio da uno di loro. Il generale Leso (‘the famous NATO star’) una copia di quel saggio la consegnò proprio a Nando Dalla Chiesa, e mi riferì che gli era piaciuta molto. Sarà vero? Non lo so e non mi interessa, visto che egli non ha nessun titolo per discettare della materia. L’unica volta in cui siamo stati fisicamente vicini è stato in quelle estati che ci hanno visti frequentatori dello stesso lido balneare militare, e le cabine dei nostri padri erano quasi contigue. Questo mi ha portato ad una delle più brutte figure della mia vita, la cui responsabilità cade tutta sulle sue spalle. Lui era uscito dall’acqua e stava per entrare nella cabina, quando un suo amico gli disse: “Nando, e per il PCI … !”.
Lui replicò con un gran pernacchione, facendo anche con il braccio destro e la mano sinistra il gesto dell’ombrello.
Dopodiché si rinchiuse nella cabina ma quel sonoro lazzo richiamò l’attenzione di sei signore che chiacchieravano sotto “l’ombrellone delle signore dell’Arma”, le quali si voltarono e pensarono che fossi io il responsabile, guardandomi con un disprezzo che non potrò mai dimenticare. Abbozzai solo perché a quel tempo corteggiavo vanamente sua sorella Simona, ed avevo anche un debole per sua madre, la baronessa Dora Fabbo, all’epoca affascinante quarantacinquenne piena di classe e di charme. Quando arrivava nella stradina del lido con la sua vecchia Opel Olimpia Rekord nera targata Milano, io, che abitavo a poche decine di metri, fingevo di essere giunto proprio in quell’attimo, e gliela parcheggiavo, manovra in cui non era molto abile.
Allorché seppi della sua morte nel febbraio del ’78 a soli 52 anni (comandavo la tenenza di Ales), versai qualche lacrima sincera e mandai un telegramma di condoglianze al vedovo.
Anni dopo, ero già a Milano, il colonnello Antonio Calabrese (tessera P2 485), che nel 78 dirigeva la segreteria della Prima Brigata di Torino, mi raccontò come erano andate le cose: quel giorno si era riunita a tavola tutta la famiglia, come non accadeva da tempo, ed il pranzo era stato particolarmente cordiale, senza nessuna frizione fra padre e figli, tanto che Dora, estasiata per la novità, dopo pranzo si mise a sferruzzare sulla sua poltrona, appisolandosi. Solo dopo qualche tempo ci si accorse che era passata dal sonno alla morte senza accorgersene.
Carlo Alberto chiamò il colonnello Calabrese, glielo fece constatare e poi gli disse di occuparsi lui di tutto, compresa l’organizzazione delle esequie, perché troppo affranto per farlo di persona.
Era stato un grande amore, nato quando lui era uno studente ginnasiale ad Agrigento, dove il padre comandava il Gruppo, e lei la figlia del comandante la Legione di Palermo.
Dora aveva anche una sorella maggiore, che si sposò con un ingegnere palermitano, il marchese Naselli Flores, divenuto tale per la morte senza eredi del precedente marchese. Carlo Alberto e Doretta erano entrambi troppo giovani per formalizzare la loro unione, e si sposarono solo quando lui, sottotenente di complemento di fanteria, attraversò l’Adriatico dall’Albania, dove era di stanza, e raggiunse il padre in quel pezzo d’Italia sabaudo che era rimasto, dove egli comandava la Legione di Bari.
Papà lo fece transitare nell’Arma ed in servizio permanente effettivo per non meglio precisati “meriti di guerra”, e qui non voglio rivangare la piaga delle benemerenze partigiane di cui ogni italiano accampo’ una parte del merito dopo la Liberazione.
L’università di Bari, in ogni caso, contribuì alla torta con una bella laurea in giurisprudenza fatta e mangiata.
Nando ha prestato servizio militare di leva come sottotenente dei carabinieri al XII Battaglione Mobile di Palermo mentre suo padre comandava la Legione nella stessa città.Io fui destinato allo stesso reparto pochi mesi dopo che lui si era congedato, ed ancora si raccontava di quella festa dell’Arma in cui aveva comandato il picchetto d’onore, onere che comporta complesse evoluzioni con la sciabola sguainata. Durante le prove della cerimonia il padre lo redarguì ad alta voce con un : “Sottotenente Dalla Chiesa, come cazzo la tiene quella sciabola!”.
Da allora egli è sempre stato un docente universitario, universalmente stimato in maniera affatto diversa dalla sorella maggiore, perché pare che sia proprio bravo. La tentazione di uscire dall’ombra in maniera eclatante, malgrado sia stato parlamentare per qualche anno, l’ha avuta una volta sola, nel 1993, quando sembrava che dovesse diventare sindaco di Milano nella Rete di Leoluca Orlando. All’epoca portava i baffi, e Tiziana Maiolo coniò per lui l’irridente nomignolo di “l’omino coi baffi”.

Quelli che hanno la mia età ricorderanno la pubblicità della Bialetti cui lei alludeva. Fu una debacle ed il favore degli elettori, che sembrava scontato all’inizio della campagna elettorale, complice Mani Pulite, fu eroso a favore di Formentini, che prevalse nel secondo turno, portando finalmente la Lega al potere. Nando è un buon incassatore, da allora non ci ha più provato, ma comunque i baffi se li è tagliati definitivamente.
Ieri era stato invitato a tenere una conferenza a tre chilometri da casa sua.
Scartato l’autobus ed il taxi per timore di essere contaminato si è avviato a piedi, indossando la rituale mascherina.
Però l’inattività di questo ultimo mese lo ha fiaccato tanto che ha sentito la necessità di un bicchiere d’acqua, e solo allora si è reso conto che i bar erano chiusi. Ha accusato un malore che lo ha costretto a stendersi per terra, ed è lì che si è accorto del cuore grande di noi milanesi (mi ci sento anch’io) perché, malgrado senza baffi nessuno lo avesse riconosciuto, la solidarietà ricevuta dai passanti, e dai tassisti di un vicino parcheggio, gli ha consentito di non rimanere mai solo neanche per un attimo.
Il problema più grande è stato rifiutare la profferta di ambulanze, che lo avrebbero precipitato all’interno proprio di una di quelle strutture sanitarie da cui si è irradiata la peste. Finalmente, dopo una mezz’oretta, è riuscito a salire sull’automobile dell’amico che aveva chiamato con il telefonino.
Ce lo racconta in un bell’articolo sul Fatto Quotidiano di oggi, e da esso si capisce che è proprio una gran brava persona, come sua madre e sua sorella Simona, e che merita il suo Ambrogino d’Oro, l’unica cosa che gli invidio.

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