Nicolo Gebbia

Mussolini l’ecologista

La prendo da lontano, ma vi prometto che, se avrete la solita pazienza, dimostrerò l’assunto del titolo. Questa estate ho visitato il mitico Fondo Favarella, che nella storia di Cosa Nostra è ricordato come proprietà del primo capo della Cupola, Michele Greco, quello che nel maxi processo racconta alla corte di quando seppe della destinazione a Palermo del prefetto Dalla Chiesa e si rallegrò perché lo riteneva di famiglia aristocratica, e lui con l’aristocrazia aveva sempre avuto eccellenti rapporti. Non sapeva, allora, quello che lo stesso Generale aveva appurato solo pochi anni prima, quando aveva mandato il capitano Palombella a Parma per ricostruire l’albero genealogico della famiglia, certo dei suoi quarti di nobiltà, ma l’ufficiale dopo 15 giorni lo aveva informato che, pur essendo risalito indietro di un paio di secoli, aveva trovato come ascendenti una ininterrotta sequela di sacrestani e mugnai. Rassicuro i miei venticinque lettori, però, che la moglie era figlia di un barone di antica schiatta, come l’aplomb di Rita e Nando dimostrano plasticamente. Io che la conobbi personalmente in gioventù, quando l’aiutavo a parcheggiare al mare la sua vecchia Opel , posso testimoniare che raramente mi sono imbattuto in dame così signorilmente charmant. La terza figlia, Simona, è quella che più le assomiglia, ed infatti non la troverete in tv. Ma torniamo a Michele Greco, il cui padre era noto tra gli altri capi mafia palermitani col nomignolo de ‘ il tenente’. Io ero sempre stato convinto che ci si riferisse alla sua ininterrotta collaborazione con noi carabinieri per reprimere la microcriminalità , ed il vecchio maresciallo Princiotta, quando ero giovane capitano, durante la pausa di una commissione di disciplina in cui eravamo entrambi coinvolti, mi raccontò che quando lui aveva assunto il comando della stazione di Acqua dei Corsari, il Greco gli aveva fornito una copia delle chiavi di tutti i cancelli, porte e portoni che c’erano nel fondo Favarella, perché potevano essergli utili durante l’eventuale inseguimento di ‘scassapagghiari’, in italiano traducibile, lato sensu, con ‘ ladri di polli’. Ma quest’estate, pur senza averne consultato il foglio matricolare, ho scoperto che tenente era riferito al servizio prestato nell’Arma durante la prima guerra mondiale da Giuseppe Greco. Dubito che fosse tenente, e propendo per un richiamo come semplice carabiniere, tuttavia è proprio questa virtù che indusse il neo proprietario del fondo, conte Tagliavia, a presceglierlo come fattore, perché da ex carabiniere non si sarebbe fatto intimidire dal vecchio fattore, uomo di rispetto, che il conte aveva rimosso dopo l’acquisto, essendosi accorto di una gestione che definire allegra sarebbe eufemismo. La fortuna dei Tagliavia era di origini mercantili e con la loro flotta commerciavano ben oltre il Mediterraneo. Il conte, nell’acquisto del fondo, aveva pensato ad un passatempo per la sua vecchiaia , con l’intenzione di sperimentarvi nuovi tipi di colture agrumicole. Purtroppo le cose andarono diversamente e solo pochi anni fa gli eredi Tagliavia si sono liberati dalla servitù degli eredi Greco, ai quali il magistrato civile ha comunque destinato un terzo dell’intero fondo. Durante la visita mi sono stati mostrati due antichi alberi di gelso, uno bianco ed uno nero, ed il mio vecchio compagno di ginnasio, Roberto Tagliavia, mi ha spiegato che, dopo il 1860, questo era quello che i proprietari dei feudi meridionali erano autorizzati a piantare: due soli alberi, a scopo ornamentale. Era infatti proibito loro impiantare una cultura del baco da seta, per non esercitare concorrenza sleale alle imprese setaiole del settentrione.Con una continuità sconcertante fra l’Italia liberale ed il regime fascista, mi è stato recentemente spiegato da un cugino mio omonimo che quando i titolari della famosa fonderia Oretea, nata nel 1841 per mano dei Florio, agli albori del fascismo la rilevarono per produrre tondino di ferro,essi vennero subito convocati in Questura dove , con metodi abbastanza sbrigativi ma certo persuasivi, furono convinti, per evitare di andare incontro a guai peggiori, che esercitare concorrenza alle industrie del bresciano era poco ‘patriottico’, e che non si poteva impiantare nella Conca d’Oro una industri altamente inquinante. Ora però che a Taranto si chiude, io propongo nuovamente agli imprenditori siciliani di intraprendere la produzione di acciaio a denominazione di origine controllata, e cioè acciaio antimafia, che solo dalla Sicilia può venire come solo francese può essere il vero champagne.

 

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