Nicolo Gebbia

Moriremo Musulmani?

I miei 25 lettori sanno che io condivido con il capitano Scalfi il primato di essere gli unici due carabinieri, nella nostra bisecolare storia, ad essere stati proposti al Papa per la scomunica. Lui lo fu dal residente francescano di Gerusalemme, per avere restituito il Santo Sepolcro a copti ed ortodossi, dopo che i fraticelli se ne erano impadroniti nel 1917; io, più modestamente, ho solo commentato il recente assenso del Papa al culto di Medjugorie, narrando le nefandezze storiche di noi cattolici da quelle parti, cominciate nel tredicesimo secolo con lo sterminio dei preti bogumili, e finite solo nel 1995 con i patti di Dayton.
Nefandezze che hanno avuto proprio i francescani come protagonisti indiscussi. Anche per me è stato un residente francescano, questa volta quello di Croazia, ad inoltrare al Papa la proposta. Faccio questa premessa perché si comprenda che sono cristiano e credente, e se me ne fotto delle decisioni di Papa Francesco è perché non sono più una sua pecorella.
Nato cattolico, proprio in Bosnia mi sono risolto a diventare ortodosso, ed è li che ho capito fino in fondo quanto attuale e pressante sia la spinta dei musulmani lungo i confini ed all’interno dell’occidente cristiano. Il comizio tenuto domenica scorsa a Sarajevo da Recep Erdogan, che ha detto: “L’animosità con cui l’Europa ci attacca è il primo indicatore della grandezza della Turchia”.
Ed ancora:”Siete voi che dovete entrare nei loro parlamenti al posto di chi ha tradito la nostra nazione”. Il riferimento è chiaramente ai deputati di origine turca presenti nell’Unione Europea, che non lo amano. I turchi in Europa sono circa tre milioni, e se lo appoggeranno massicciamente nelle elezioni del 24 giugno, per Erdogan sarà un plebiscito come quello che in Germania consegno’ il potere ad Hitler nel 1933.
Allora furono gli ebrei ad essere additati al popolo tedesco come l’origine e la causa di tutti i loro mali. Oggi siamo noi cristiani europei ad assumere quel ruolo per il popolo turco. Che tristezza che tutto ciò sia stato proclamato con tanta enfasi proprio nella città che per secoli è stata il simbolo vivo della tolleranza e della convivenza fra le religioni. Sarajevo vuol dire “Il palazzo di lui” Chi era questo lui, che volle la città com’è? Isa-Beg Isakovic era un generale ottomano, ed è quello che nel 1463 istituì il sangiaccato di Bosnia, diventandone il primo Bey.
Il suo palazzo sorse al centro di un triangolo equilatero ai cui vertici volle la moschea, la basilica ortodossa e la cattedrale cattolica, con chiara allegoria alla sua equidistanza. A lui si deve la fondazione della biblioteca, famosa nel medioevo come quella di Alessandria d’Egitto nell’antichita’. Lui fece costruire l’acquedotto, che condusse Sarajevo ad essere la prima città europea che aveva l’acqua corrente in tutte le case. Lui volle l’instaurazione di una cerimonia annuale che è durata ininterrotta fino alla guerra degli anni 90.
Seppe che era morto uno scugnizzo per il quale non si sapeva nemmeno di chi fosse stato figlio, se di musulmani, di ortodossi o di cattolici. Lo fece seppellire in un antichissimo sarcofago che si trovava nei locali sconsacrati della più antica chiesa paleocristiana della città, e volle che il rito funebre fosse concelebrato da un prete cattolico, da un imam musulmano e da un papas ortodosso.
Da allora, per 500 anni, nell’anniversario della morte di quel bambino, la cerimonia si è ripetuta. Se lo si faccia nuovamente non lo so. Nel 2002, quando vivevo lì, ancora ciò non accadeva. Isa-Beg è seppellito nella Grande Moschea, in un sarcofago imponente oggetto di grande culto. Ad un vertice del sarcofago ne sorge uno molto più piccolo, senza che vi sia soluzione di continuità fra i due, uniti nella morte come lo furono in vita. Vi riposa il compagno del bey, e sembra che per tutta la loro esistenza siano stati l’uno lodevolmente fedele all’altro. C’è una morale a questa storia? Non lo so, io semplicemente ve la ho raccontata.
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