Nicolo Gebbia

Il mistero dei tre lettori

Scrivo da sempre benissimo, e lo so.
Quanto ad essere apprezzato da chi dovrebbe, invece, è tutta un’altra cosa.
In V ginnasio, al liceo Cavour di Torino, la professoressa di lettere ci dette un tema che consisteva nello scrivere un racconto breve che avesse senso compiuto. Ricordo ancora che io scelsi come protagonisti del mio racconto una coppia di spie occidentali che, dopo aver trascorso le vacanze estive in Crimea, a bordo di una spider inglese percorrevano una strada costiera lungo il Mar Nero, discutendo animatamente sul rischio che le guardie di frontiera sovietiche trovassero il microfilm che dovevano trafugare in occidente.
Lui lo aveva nascosto, e le taceva dove, affermando che così non avrebbe potuto rivelarlo neanche sotto tortura.
Riuscirono a passare il confine con la Bulgaria, ma quello che più li preoccupava era il transito in Turchia, dove, finalmente, si sarebbero sentiti al sicuro. Quando ciò accadde, appena allontanatisi dal confine, lei tirò il freno a mano e gli disse: “E adesso fammi vedere dove lo avevi nascosto”.
Fu a quel punto che lui le chiese di consegnargli il suo passaporto e le tirò fuori il microfilm, nascosto nella sopracopertina di plastica che proteggeva il documento.
Per giunta le disse: “Così, se lo avessero trovato, la responsabile saresti stata solo tu”.
La professoressa di lettere mi dette 9, però lo sbarro’ e ci scrisse sotto 2, aggiungendo: “Troppo bello. Chissà dove lo hai copiato?”.
Al liceo Cutelli, di Catania, oltre al mio tema, io scrivevo sempre quello del mio compagno di banco, Luigi Aiello, e quando avevo finito, altrettanto facevo con l’altro compagno che era seduto nel banco dietro, un fascistone.
Io ed il fascistone, pur scrivendo cose diametralmente opposte, prendevamo sempre 6, mentre Luigi Aiello inanellava un 8 dietro l’altro, ed il professore di lettere si convinse che era Dante Alighieri redivivo. È stato allora che ho capito come, quando scrivi, devi usare la testa e non il sentimento. Circa dieci anni fa, quando il Comando Generale dell’Arma pubblicizzo’ il concorso “Carabinieri in giallo”, due amiche di mia moglie mi sfidarono a partecipare.
Fu allora che nacque il protagonista dei miei gialli attuali, Corrado Lancia.
In circa 3000 parole ( era il limite fissato) lo feci investigare sulla morte di due coniugi senza figli molto innamorati, che vivevano in una villetta sul lago Maggiore a Paruzzaro, apparentemente periti per l’incendio provocato da una fuga di gas.
La giovane sostituto procuratora che indagava con la collaborazione di un tenente alle dipendenze di Lancia, partendo dal pregiudizio che il morto era originario di Palermo, si era convinta di essersi imbattuta in un omicidio di mafia determinato dalla presunta cupola della mafia ticinese.
Lancia scoprì invece che era il marito, avendo scambiato per un tumore incurabile i sintomi della gravidanza tardiva della moglie,che aveva voluto porre fine alle sue sofferenze in anticipo, suicidandosi subito dopo. Misi il racconto in una busta ed i miei dati personali in un’altra busta, entrambe sigillate, e le inviai, in un plico anonimo, all’Ufficio Pubbliche Relazioni del Comando Generale.
Dopo qualche mese mi chiamò un collega, dicendomi: “Nicolò, hai già vinto, però devi togliere quell’accenno alla circolare della Prima Brigata, e quello alla Boccassini”. Mi rifiutai e, naturalmente, non fui valutato neanche fra i primi venti, di cui la rivista “Il Carabiniere” ha dato notizia.
Circa la Prima Brigata si trattava di una circolare emessa nel 1981 che imponeva ai comandi periferici di chiedere informazioni complete sui terroni che si trasferivano nel territorio della brigata. Le “informazioni complete” dell’Arma sono enormemente complesse da compilare perché contiamo pure i peli del deretano dei vostri nonni.
Io, a Marsala, quando capii che si trattava solo di un pregiudizio antimeridionale alla Giletti, rispondevo sempre che avrei istruito la pratica solo se mi avessero spiegato quale comportamento sospetto del terrone emigrato al nord li aveva indotti ad informarsi. Nel racconto Corrado Lancia diceva alla sostituta procuratora: “Li vede quei due (Falcone e Borsellino) nella gigantografia appesa dietro la sua scrivania? Se avessero trasferito la loro residenza da queste parti, ne avrei dovuto chiedere informazioni complete ai colleghi di Palermo”.
Nel racconto poi dicevo che la magistrata era tanto ansiosa di modellarsi sulla Boccassini, che si era fatta tingere i capelli del suo stesso tono di rosso.
Oggi che sono vecchio ed in pensione ho rispolverato Corrado Lancia, l’ho promosso ed invecchiato quanto me e nei tre gialli che ho scritto gli ho conferito l’onere di tramandare quelle cose successe a me durante l’attività di servizio, o delle quali sono stato testimone privilegiato, che le cronache hanno raccontato in maniera distorta
Per farlo, ho aggiunto un po’ di condimento che rendesse la pietanza appetibile, altrimenti avrei corso il rischio di tutti i colleghi che, prima di me, hanno scritto le loro memorie, costringendoci a comprarle, senza nessuna intenzione di leggerle.
Il primo dei miei tre gialli, Accadde a Malta, è stato molto apprezzato da quelli che hanno cominciato a leggerlo e non sono riusciti a smettere se non dopo l’ultima parola.
Malgrado siano alcune centinaia, li conosco tutti.
Dieci copie, però, un’amica milanese le ha portate in libreria, ed oggi che le facevo gli auguri mi ha informato che ne sono state vendute addirittura tre.
Voi non avete idea della curiosità che ho nei confronti di questi tre acquirenti.
Riuscirò mai a sapere chi sono?

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