Nicolo Gebbia

Il mio primo volo Alitalia

Sono nato il 23 febbraio del 1950 a Napoli, dentro la clinica ostetrica universitaria che allora si trovava a Santa Maria di Costantinopoli, che più centro storico non si può. Dopo dieci mesi di gravidanza ed un bicchierone di olio di ricino per provocarne le doglie, il Rettore dell’Università, Professore Tesauro, estrasse la mia testa col forcipe (ho ancora i segni) dalla pancia di mia madre, e dietro seguii con il resto del corpo.
Ero lungo 50 cm e pesavo 3 chili e 200 grammi.
Fu Tesauro personalmente che tagliò il cordone e mi sistemò l’ombelico, che effettivamente ho elegantissimo.
Mio padre, che aveva assistito al parto, volle subito prendermi tra le braccia, e fu li che depositai la prima pupù della mia vita. Lui la descriveva sempre come enorme e nerissima, probabilmente causata dall’olio di ricino: era nato un antifascista viscerale!
Quindici giorni dopo papà, con altri 4999 uomini, partì per Mogadiscio. La Somalia ci era stata assegnata in amministrazione fiduciaria dalle Nazioni Unite, di cui entrammo a far parte solo nel 1955, con il compito di forgiare una classe dirigente in grado di portarla all’indipendenza.
Gli inglesi non erano d’accordo e per far credere che non lo fossero nemmeno i somali avevano provocato una carneficina che passa sotto il nome di strage di Mogadiscio: l’11 gennaio del 1948 erano stati ammazzati 54 italiani e 14 somali.
Che i mandanti fossero proprio loro, lo dimostra il fatto che ai pochi amici italiani il 10 avevano detto : “Domani non uscite di casa”.
Tanti civili bianchi tutti insieme non erano mai stati uccisi in Africa equatoriale, e neanche lo furono mai successivamente. La stessa famosa rivolta dei Mau-Mau nel limitrofo Kenya portò all’uccisione in tutto di 32 inglesi.
Allo Stato Maggiore, comunque, si pensò che il corpo di spedizione che avrebbe dovuto rioccupare la Somalia, fra lo sbarco ed il rischieramento completo avrebbe subito, nelle prime due settimane, il 40% di perdite, cioè 2000 uomini.
Ne consegue che fu necessario trovare 5000 avventurieri, coraggiosi quanto venali. Un soldato semplice guadagnava 55 mila lire al mese, mio padre, che era Tenente, ed in Italia prendeva uno stipendio di 23 mila lire al mese, in Somalia ne guadagnava 220 mila. Ma una conseguenza della strage fu che le famiglie non vennero autorizzate a raggiungere i loro congiunti.
Ed è così che io e mia madre tornammo a Palermo ospiti dei suoi genitori.
Quando morì il bandito Giuliano, il 5 luglio, mia madre riuscì a spedire a papà l’Europeo con il famoso articolo di Besozzi dal titolo : “Di certo c’è solo che è morto”. Poi noi carabinieri sequestrammo senza averne titolo ogni copia in vendita a Palermo, prova della enorme coda di paglia che ancora oggi ci portiamo dietro.
Improvvisamente dal Ministero della Difesa partì un ordine tassativo: “La moglie e il figlio del Tenente Gebbia possono, anzi devono, raggiungerlo subito in Somalia”.
Mio padre pensò che fosse un grazioso regalo del colonnello Pintaldi, quello che la sera dell’8 settembre del ’43 aveva abbandonato i suoi soldati a Montecompatri vestito da prete, e che si era beccato una medaglia d’argento al valor militare per l’uccisione di due motociclisti tedeschi sulla piazza del paese la mattina successiva.
In realtà lui era già a Roma, sempre indossando la tonaca del parroco, e mio padre, che era l’unico responsabile di aver ucciso con una bomba a mano i tedeschi (tanto che sparò anche al maresciallo dei carabinieri che voleva arrestarlo), ebbe convenienza ad avere quel riconoscente marpione sistemato al ministero, pronto a soddisfare ogni suo desiderio.
In ogni caso, mia madre prese un volo dall’aeroporto di Boccadifalco per Ciampino e da lì salimmo su un bombardiere inglese Lancaster, riadattato dall’Alitalia per portare nove passeggeri.
Il volo durò 18 ore con uno scalo intermedio a Cipro ed un altro all’Asmara . Qui una hostess eritrea dalla pelle nera mi prese dalle braccia della mamma, per arrecarle sollievo. Lei era titubante, pensava che mi sarei spaventato per quel volto nero come il carbone. Io invece l’abbracciai e la baciai subito, ed ancora oggi che ha 95 anni, mia madre lo ricorda, rimproverandomi l’istintiva e precoce promiscuità.
All’aeroporto ci aspettava mio padre che ci portò con la grossa Austin usata che aveva appena comprato da un pakistano, fino alla nostra nuova dimora ubicata nel quartiere più chic di Mogadiscio.
Era il pian terreno di una palazzina stile liberty, che era stata affittata, nei due piani superiori, da un diplomatico egiziano, cugino di re Farouk.
Mia madre era invece convinta che avremmo dovuto proseguire per Belet-Uen, dove sapeva che era di stanza mio padre con i suoi carri armati. Invece no, il nuovo compito di mio padre, elaborato dal Governatore della Somalia e dal generale Ettore Musco, che in Italia stava ricostituendo il nostro servizio segreto militare, era quello di fare amicizia con l’ambasciatore, coadiuvato in ciò dalla mamma che parlava un fluente inglese.
Il diplomatico, insieme con un suo collega delle Filippine ed un altro venezuelano, dopo il primo anno della nostra occupazione (avvenuta senza perdite, contrariamente alle previsioni dello Stato Maggiore ), avrebbero dovuto partorire un documento che fotografava lo stato dell’arte del nostro progetto finalizzato a concedere l’autonomia alla Somalia entro 10 anni.
Mio padre, mia madre ed io come jolly, dovevamo diventare amici dell’egiziano, con una captatio benevolentiae che assicurasse il suo parere entusiastico.
Andò tutto come previsto, ed una volta consegnato il documento, mio padre fu rispedito a Belet-Uen. Fece viaggiare me e mia madre in ambulanza, perchè era il mezzo più comodo.
Unico inconveniente fu che l’antilope nana, un dick-dick , con la quale giocavo come fosse un gattino, non si ambientò sulle rive dello Scebeli, e morì pochi giorni dopo.
Fu il mio primo dramma affettivo, mentre l’ultimo, come sapete, si sta consumando a Mezzojuso, anche se dovrebbe essere catalogato come una farsa.

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