Nicolo Gebbia

Mani Pulite, Duomo Connection e Mai Più Sole

Credevo di essere rimasto solo, ma faccio ammenda del mio pessimismo: siamo almeno in tre.

Stefano Ceccanti, classe 1961, professore costituzionalista e deputato in carica del Partito Democratico, ha presentato al ministro della Giustizia ed a quello dell’Interno una interrogazione parlamentare, controfirmata anche dal pentastellato Paolo Lattanzio, chiedendo che venga proibita la prassi, ormai universalmente diffusa anche da parte della magistratura inquirente, di attribuire una denominazione thriller alle inchieste.

Secondo Ceccanti e Lattanzio, ed anche secondo me, questa brutta abitudine ha un peso nella percezione delle inchieste, a sfavore degli accusati.

Faccio un esempio di grande attualità. L’indagine della Procura di Termini Imerese che fece passare in galera il Natale del 2018 ed il Capodanno del 2019 a tre poveri diavoli accusati di volere scippare le loro terre alle famose sorelle Napoli, si chiama “Operazione Mai Più Sole”. Pare che sia un termine scelto direttamente da Giletti, che stasera celebrerà il suo trionfo in tv, per essere riuscito a fare decadere l’amministrazione comunale di Mezzojuso.

Io ho una discreta esperienza di indagini di polizia giudiziaria e ne ho avviate anche alcune molto importanti. Mai, però, ho avuto il cattivo gusto di metter loro un nome ed anche la più nota ebbe il suo nome convenzionale dalla stampa e non dalla dottoressa Boccassini e dal dottor Fabio Napoleone, i due magistrati che la gestirono: Duomo Connection fu un’indagine che era nata per catturare Gaetano Fidanzati . Nel corso di essa piazzammo un microfono nel prefabbricato che veniva usato dal mafioso Tony Carollo per seguire i lavori di costruzione di un grosso palazzo di civile abitazione nell’ hinterland milanese.

Pochi giorni dopo l’attivazione, Carollo, parlando con l’impresario che gli doveva fornire le caldaiette per il riscaldamento autonomo degli appartamenti, dice testualmente: “Pillitteri a me la concessione del Ronchetto la deve dare. Io l’ho pagato 200 milioni!”. Fu così che Donna Ilda, con un miniregistratore in mano, se ne andò dal procuratore Borrelli, ed uscì dal suo ufficio con l’acquisizione all’indagine del sostituto Fabio Napoleone, specializzato in reati contro la pubblica amministrazione.

Pillitteri al processo se la cavò perché dimostrò che in calce a quella concessione edilizia la sua firma non c’era. Pare che fosse andato a far pipì, mentre gli altri firmavano. L’assessore Attilio Schemmari invece fu condannato, ma, se non ricordo male, molti anni dopo ottenne una sentenza definitiva di assoluzione anche lui.

Fra gli arrestati c’era anche tale Sergio Domerico Coraglia, titolare della Roller di Calenzano, ma il provvedimento restrittivo fu annullato, e solo un mese dopo il Tribunale del Riesame dette ragione a Donna Ilda, facendocelo arrestare di nuovo, seppur sotto la forma della detenzione domiciliare.

Ilda mi convocò in ufficio e mi disse che, come io ben sapevo, lei odiava i giornalisti e con loro non aveva alcun rapporto. Sapendo però che tutti i cronisti di nera di Milano alle 10 di ogni mattina andavano dal dottor Micalizio, divenuto capo della Squadra Mobile al posto di Achille Serra, ed alle 11 venivano da me, sollecitò che la notizia ottenesse il massimo risalto “per sua soddisfazione personale”.

Era un risultato molto difficile da conseguire, perché Coraglia a casa sua stava prima del provvedimento, ed a casa sua era rimasto anche dopo la sua emissione.

Con Micalizio avevo un eccellente rapporto, ed addirittura , in occasione del sequestro di Gianfranco Trezzi,ci eravamo scambiati gli ostaggi prima del blitz finale: un funzionario della Squadra Mobile rimase nei nostri uffici di Via Moscova , ed un mio ufficiale, invece, restò in Questura, finchè il capitano Roberto Zuliani non trovò, nel parco della villa Tana del Lupo, sul Ticino, tutti i resti del povero Trezzi, il più grande dei quali era il palmo della mano sinistra.

Pippo Micalizio mi diceva spesso: “Nicolò, noi litighiamo quasi ogni giorno, ma è più facile coordinarmi con te , che non le Squadre Mobili di tutta Italia , le quali vengono a concludere le loro operazioni a Milano, e me lo dicono solo per chiedermi aiuto se qualcosa gli va storto”.

Con tali premesse, per assolvere al meglio il mandato della dottoressa Boccassini, chiamai Pippo, gli spiegai la situazione e gli dissi: “Domani, quando i cronisti saranno da te, digli quello che vuoi, ma concludi preannunziando loro che io ho grosse novità, che non puoi anticipare per motivi di riservatezza.

Creata artificiosamente questa aspettativa, effettivamente trovai tutti i neristi “arrapati”. Io parlai dell’arresto “virtuale” di Sergio Domenico Coraglia, e del fatto che il Riesame aveva dato ragione alla dottoressa Boccassini. Ma non ci fu niente da fare, mi dissero che la notizia meritava al massimo un trafiletto.

Due giorni prima avevo accompagnato Donna Ilda dal mio Comandante Provinciale, Elio Toscano, al quale lei aveva comunicato riservatamente che il sindaco Pillitteri era stato iscritto nel registro degli indagati.

Fu così che, per salvare il salvabile, io conclusi la conferenza stampa dicendo: “Fate un atto di fede, tirate su la notizia, perché questa indagine fra breve avrà dei risvolti eclatanti”.

Susanna Ripamonti dell’Unità, tornando al giornale, lo raccontò al suo collega col quale condivideva la scrivania, che si occupava delle notizie da Palazzo Marino. Con una isteria collettiva, si innescò un tamtam che produsse una serie di telefonate da parte di varie testate a Donna Ilda personalmente, nelle quali le chiedevano se l’indagine toccasse direttamente il sindaco. Lei mi fece una telefonata che vi censuro, perché non mi piace bestemmiare, e dovetti faticare moltissimo per convincerla (ammesso che ci sia riuscito) che io il nome di Pillitteri e di Schemmari non lo avevo fatto , limitandomi a dire che l’indagine, nelle settimane successive, sarebbe salita di livello.

In ogni caso il giorno dopo , su tutti i quotidiani troneggiava una notizia a caratteri cubitali: “Pillitteri indagato?”.

Subito dopo, sul telefono di Attilio Schemmari arrivò una telefonata di Aldo Aniasi, allora vicepresidente della Camera. Diceva testualmente: “ Mi sono informato, quello là si chiama Gebbia , e ne ho parlato con Amato, che mi ha detto che ne parlerà con Viesti ”. Chiaramente una raccomandazione al contrario nei miei confronti che, veicolata da Giuliano Amato, era indirizzata al Generale Viesti, all’epoca Comandante dell’Arma .

Al tutto si aggiunse anche un’interrogazione parlamentare presentata personalmente dalla fidanzata in carica di Pillitteri, la deputata Agata Alma Capiello.

Fu così che per Ferragosto del ’91 , mentre facevo il bagno a Mondello, mio padre si portò fino alla punta del molo del Circolo Lauria e mi urlò: “Ha telefonato da Milano un certo capitano Martucci, per informarti che hai ricevuto un preavviso di trasferimento”. Io gli chiesi dove mio avrebbero trasferito e mio padre rispose: “Un posto che si chiama Nucleo Sicurezza Industriale”.

Era ed è un organo di sicurezza periferico del SISMI esistente sin dal 1955 e così riservato (o così poco importante) che non ha mai sentito parlare nessuno. Ci dovetti languire per ben tre anni, prima di essere mandato a Treviso. Nel frattempo Roberto Zuliani, oggi sindaco di Mortegliano, ed Antonio Di Pietro avevano arrestato Mario Chiesa.

Ai giornalisti che chiedevano a Zuliani il nome dell’operazione di polizia, il collega, che, seguendo la mia direttiva, non l’aveva battezzata, dopo varie insistenze rispose: “Operazione Mike Papa”. Intendeva dire molto genericamente “Operazione Carabinieri”. La M e la P infatti (mike e papa in linguaggio radiotetelegrafico), sono le due lettere con le quali, negli stanag NATO, vengono contraddistinti i reparti dei carabinieri, Military Police.

Zuliani era un maniaco dei crest, e mi aveva costretto a farne disegnare uno da un nostro bravissimo carabiniere, dentro al quale c’era di tutto un po’: lo stemma araldico di Milano, un giaguaro (nostro nominativo radio), ed anche una rivoltella Smith Wesson modello Bodyguard.

A questa accozzaglia di simboli, per dar almeno una parvenza di militarità , avevo fatto sovrapporre proprio una M ed una P.

Dopo un paio di settimane, però, quando Chiesa si pentì, e visto il perdurante riserbo di Zuliani, il comandante della Legione, Corinto Zocchi, terrorizzato dalla probabile vendetta di Craxi, se ne uscì con l’ormai famoso Mani Pulite, che allontanava l’attenzione da noi carabinieri.

In tutta la vicenda io, che l’avevo virtualmente avviata ricevendo il marito della amante di Mario Chiesa, una funzionaria del Pio Albergo Trivulzio, che subiva molestie telefoniche proprio da lui, ebbi due sole consolazioni. Quando si seppe della mia promozione-rimozione, le opposizioni pretesero una seduta straordinaria del consiglio comunale, trasmessa in diretta da Radio Popolare, in cui vomitarono veleno per ore circa la protervia dimostrata nell’occasione dal PSI. La seconda soddisfazione me la dette mio padre, che era appena andato in pensione, e che scrisse una lettera al generale Viesti, nella quale esordiva dandogli del farabutto, e lo invitava a disertare sistematicamente tutti i raduni della Associazione Nazionale Carristi d’Italia, perché ci avrebbe trovato lui pronto a sputargli in faccia.

Al povero Zuliani andò molto peggio. Io, infatti, avevo alle spalle nove anni di servizio in Sardegna ed in Sicilia, ma a lui, invece, con la scusa che non aveva fatto ancora la zona disagiata, toccò il trasferimento a Lamezia, dove dovette languire per quattro anni.

Concludo tornando al punto da cui ero partito, ed auspico che, per l’avvenire, le indagini della magistratura inquirente e degli organi di polizia giudiziaria acquisiscano nome solo dopo la formulazione di un capo di imputazione.

Tradizionalmente i fascicoli processuali vengono contraddistinti dal cognome del primo imputato seguito da un + e dal numero complessivo degli altri imputati.

Per essere chiari, invece che “Operazione Mai Più Sole”, si dirà “Procedimento Giletti + X”.

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