Nicolo Gebbia

L’unica fiaccolata della mia vita

Era venerdì 29 marzo 2002. Il reggimento MSU di Sarajevo in quel momento veniva comandato virtualmente da Napoli, infatti il titolare, colonnello Cotticelli, era scappato in Italia. Due cogenti motivi: passare la Pasqua con la giovane moglie ed il figlio bambino e distribuire fra i gerarchi del Comando Generale nastrini della missione SFOR da potere indossare sull’uniforme.

Un amico gli aveva sussurrato all’orecchio che il colonnello barone Georg di Pauli, comandante dell’altro reggimento MSU, quello di Pristina, aveva regalato i paritetici nastrini a tutti i generali del Comando Generale, ed anche ai colonnelli capi ufficio. Loro due ne avevano facoltà, persino in favore di chi in Bosnia o in Kossovo non c’era mai stato, purché attestassero in una bella pergamena che il beneficiario aveva svolto, dall’incarico che ricopriva a Roma, una benemerita attività in favore del reparto.

Come si faceva allora a fuggire in Italia di nascosto?

Ogni giorno un antico biplano Antonov, appartenente all’esercito bulgaro, partiva alle 10 di mattino dall’aeroporto di Sarajevo, diretto a Napoli e vi faceva ritorno alle 17. Portava la posta per il Comando delle Forze Alleate del Sud Europa, che proprio all’ombra del Vesuvio aveva sede. Per noi carabinieri Il suo decollo era ogni mattina motivo di grande angoscia. L’apparecchio era vecchio e viaggiava sempre sovraccarico. In teoria avrebbe dovuto portare solo pochi plichi di posta . Di fatto era sempre pieno di viaggiatori clandestini, ognuno dei quali, in media, aveva con sé dieci stecche di sigarette ed una cassetta di whisky pregiato. In Bosnia tutto costava un terzo rispetto all’Italia. L’Antonov, perciò, con i suoi vecchi motori sempre imballati e fuori giri, aveva un decollo lungo, anzi lunghissimo, passando sopra le nostre teste e le baracche prefabbricate, con le ruote del suo carrello fisso sempre sul punto di toccarci.

Era la disgrazia di essere solo dei poveri carabinieri, invisi allo Stato Maggiore dell’Esercito, e non dei sofisticati alpini, i quali occupavano le eleganti ed antiche strutture della Accademia Militare Yuguslava, nel centro della città. Noi invece avevamo tirato su alla buona tutti i prefabbricati del nostro reggimento sopra uno strato di brecciolino alto un metro e mezzo che era stato gettato, alla fine delle ostilità, sulle fosse comuni dove riposavano i cadaveri dei belligeranti.

Giuro che non se ne sentiva l’odore, però eravamo infestati da grossi corvi neri che infilavano il loro becco aguzzo nel pietrisco, con l’istintiva speranza di potersi pascere di quella carne.

Cotticelli era appena partito quando si presentò da me, che essendo l’ufficiale più anziano lo sostituivo per l’ordinaria amministrazione, il suo segretario, maresciallone del Comando Generale, diplomatico come un ambasciatore di carriera: “signor colonnello, che disgrazia! Mi ha telefonato il segretario del cardinale Pulicj. Sua Eminenza ha pensato di effettuare una Via Crucis lungo i viali del nostro reggimento . E’ l’unico posto dove si sente sicuro e pare che per noi sia un grande onore, in quanto sarebbe la prima volta che essa viene officiata a Sarajevo da quando è cominciata la guerra.”

Guardai l’orologio e risposi: “fra cinque minuti Cotticelli atterra a Napoli, lo chiamiamo sul telefonino privato, e gli diciamo che, invece di proseguire in macchina per Roma, aspetta il pomeriggio e torna indietro con lo stesso aereo. Non sono molto praticante, ma la Via Crucis comincia almeno dopo l’imbrunire, e quindi lui ha tutto il tempo di essere presente.”

Quando però, riuscii finalmente ad averlo all’apparecchio, lui mi rispose: “Amico mio, pensaci tu, io ormai sono già in autostrada, e virtualmente mi sento fra le braccia di mia moglie. Non la vedo da Natale, mi capisci vero?” Disposi allora perché schierassimo la guardia all’ingresso del Cardinale nel reggimento e perché fosse impedito a qualsiasi giornalista di accedervi.  Chiamai poi i nostri fotografi e dissi loro che dovevano riprendermi solo di spalle (io e Cotticelli abbiamo la stessa statura) e che avrei supervisionato tutte le foto da mandare all’ufficio pubbliche relazioni del Comando Generale per un servizio così intitolato: “A Sarajevo la prima Via Crucis dopo dieci anni, officiata dal cardinale Pulicj, ospitato dal colonnello Cotticelli negli acquartieramenti del reggimento MSU.”

Il diavolo però, fa le pentole ma non i coperchi: Il segretario del Cardinale aveva informato anche il generale Sylvester, comandante di SFOR. Fu così che ricevetti poco dopo la telefonata del suo capo di stato maggiore, il generale Petraeus: “Dear Nicolas, colonel Cotticelli  is in Naples, I know. So, you will guest cardinal Pulicj and general De Funes, who is a good catolic.  Any problem?”

“No sir -, risposi io, – for us will be a great pleasure.”

Eravamo entrambi in perfetta malafede, e il mio amico Petraeus, – ci giurerei – in quel momento stava sghignazzando. I francesi all’interno di SFOR, con la loro protervia e supponenza, erano invisi a tutti. Tradizionalmente in ogni comando multinazionale, quando si doveva sceglierne lo stato maggiore, a loro toccava l’incarico di vicecomandante, prestigioso ma privo di qualsiasi potere. Il generale De Funes (storpio scientemente il suo nome per evitare ulteriori querele) era un aristocratico di antica schiatta ed io mi sentii lusingato di potere finalmente approfondire la sua conoscenza in occasione di quella cerimonia.

A Salvatore Battaglia, l’organizzatore della fiaccolata a Mezzojuso in occasione della prossima trasmissione di Non è l’Arena, spiego un particolare suggestivo, visto che l’argomento lo appassiona tanto. In tutta l’Europa continentale, ed anche negli Stati Uniti, i generali di brigata hanno una stelletta, quelli di divisione due, e quelli di corpo d’armata ne hanno tre. Quattro stellette le hanno solo i feldmarescialli. Tranne che in Francia. Fu proprio Napoleone, quando disse ai suoi soldati che ognuno di loro, potenzialmente, aveva nel suo zaino il bastone di Maresciallo di Francia, che dispose per i suoi generali perchè essi avessero una stelletta in più di quelli appartenenti  agli altri eserciti europei. L’imperatore finì a Sant’Elena, ma la grandeur non ha mai abrogato tale disposizione.

De Funes, quindi, si presentò all’ingresso del nostro reggimento poco prima del cardinale. L’ufficiale di picchetto, vedendo le tre stellette sul suo kepì, fece schierare la guardia, come prevedono le norme italiane sul servizio territoriale e di presidio per i generali di corpo d’armata. Ricordo ancora l’imbarazzo di quel tenente quando gli spiegai che era solo un generale di divisione, e gli chiesi come avremmo dovuto solennizzare ulteriormente l’imminente arrivo del Cardinale. Lui, da buon napoletano fantasioso, mi rispose: “potremmo fare sparare ai carabinieri della guardia una salva di fucileria.”

Confesso che mi tentò, ma, pensando che in quel momento non ero Gebbia il burlone, ma impersonavo Cotticelli il diplomatico, lasciai cadere la proposta.

Il segretario del Cardinale aveva portato con sé una decina di leggere bugie, con relative candele. Tutti gli altri, cioè praticamente l’intero reggimento compresa la compagnia ungherese, i due plotoni rumeni e quello sloveno, si arrangiarono alla meglio con le lunghe candele che distribuimmo dal nostro ben fornito magazzino.

Chiamai il capitano che comandava gli ungheresi, e gli spiegai che la partecipazione era un optional, legata alla devozione di ognuno di loro. Altrettanto feci con il tenente che comandava gli sloveni, e poi chiesi a quello rumeno: “Ma voi non siete ortodossi?”

Lui mi rispose. “sempre cristiani siamo, ed io questa Via Crucis con un cardinale cattolico la racconterò ai miei nipotini.”

Ai carabinieri naturalmente non dissi nulla: loro sapevano di essere comandati d’ufficio. Nei nostri istituti di formazione, a partire dalla Scuola Ufficiali di Roma, almeno la metà di ogni corso deve restare in sede per il fine settimana, comandata a presenziare alla messa domenicale. Solo la comunione è un optional.

Fu così che mi trovai lungo i viali del reggimento, con la candela in mano, alla sinistra del Cardinale, che aveva alla sua destra il generale francese. Finimmo alle 11 e quando prendemmo congedo dal cardinale ero esausto. Però avevo fatto preparare per De Funes una bottiglia di cognac Napoleon che ci aspettava nell’ospitale ufficio di Cotticelli. Mentre lo riscaldavamo nei balon, volli raccontargli una barzelletta che mi era venuta in mente durante la processione: riguardava il pirata Morgan e la sua ciurma, invitati tutti dalla regina Elisabetta ad assistere ad una rappresentazione che si teneva nel teatro all’aperto dei giardini di Windsor. Morgan si era raccomandato con i suoi uomini perché restassero tutti in rigoroso silenzio, temendo i loro lazzi sguaiati. Ma quando sul palcoscenico apparve una suora che aveva in mano una candela accesa e disse: – “Dove la metto questa candela?” il pirata si alzò ed urlò ai suoi uomini: “il primo che le dice dove deve metterla sarà impiccato al pennone più alto della mia nave.”

Guardai De Funes sperando in un suo sorriso. Invece la sua risposta mi lasciò sconcertato. “E’ una questione di punti di vista, può anche essere piacevole, molto piacevole. “

Confesso che in quel momento temetti di dover perdere, per motivi di opportunità, la mia ultima verginità. Gli risposi sbrigativamente: “Signor generale si è fatto tardi, sono certo che lei vorrà andare a riposare. Posso far chiamare il suo autista?”

Caro Salvatore, a buon intenditor poche parole.

 

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