Nicolo Gebbia

Luigi Tukory e l’Arma

Luigi era un patriota ungherese fuoriuscito. Uno di quelli che avrebbe voluto il suo paese liberato dai vincoli che lo tenevano legato all’Austria, malgrado l’enorme autonomia concessa dagli Asburgo, che avevano inventato per loro l’artifizio di “imperial regio governo” e la doppia incoronazione, prima a Vienna e subito dopo a Budapest.
Erano tutti grandi fascistoni ante litteram i patrioti ungheresi, propugnatori della conservazione di privilegi medioevali come quello della servitù della gleba, da cui persino i Savoia , dopo la Restaurazione, avevano affrancato i poveri sardegnoli. Quando Tukory si unì ai Mille, con un pugno di suoi compatrioti, Garibaldi lo nominò subito colonnello e fu ferito al ginocchio nella Battaglia di Ponte dell’Ammiraglio, durante la presa di Palermo.Morì di cancrena pochi giorni dopo, ma sono certo che, se fosse rimasto incolume, Garibaldi avrebbe mandato lui a trucidare i contadini della Ducea di Bronte, e che ne avrebbe ammazzati ancora di più. A Sarajevo ho avuto sotto il mio comando un’intera compagnia di soldati ungheresi, e me ne hanno combinato di tutti i colori. Ogni volta che cercavo di fargliela pagare, il generale Petraeus mi convocava dicendomi “Dear Nicolas, please, forgive them…”, finché un giorno chiusi la porta e mi sedetti di fronte a lui, dicendogli che non me ne sarei andato finché non mi avesse fornito una plausibile spiegazione per tanta generosità. Mi fu rivelato che tutte le truppe americane impegnate nei teatri balcanici ed orientali, prima di rientrare nelle loro basi tedesche, avevano diritto a passare quindici giorni negli appositi bordelli preparati per loro dagli ungheresi, riempiti con tante nipotine di Cicciolina, le quali insegnavano a quegli ingenui ragazzotti ogni segreto del Kamasutra.
Noi palermitani, in ogni caso, abbiamo dedicato al colonnello Tukory una delle nostre strade principali, che attraversa mezza città, ed anche una storica caserma porta il suo nome.
Essa fu concessa all’Arma in condominio con gli uffici e gli ambulatori dei medici militari che effettuavano le visite di leva.
Era l’epoca del Generale De Lorenzo, che, da comandante dell’Arma, visto che era in grado di ricattare tutti gli intrallazzisti di Montecitorio con il contenuto dei fascicoli raccolti su di loro dal SIFAR che lui aveva diretto, ottenne che passassimo dalle biciclette alle Giulie Alfa Romeo, ci fornì dei carri armati Patton M47 e, per ultimo, volle indulgere alla sua debolezza prediletta: prima di lui avevamo solo il Reggimento a Cavallo di Roma, durante il suo comando furono costituiti anche il Gruppo Squadroni di Milano, quello di Cagliari e quello di Palermo, che fu attestato proprio nella caserma Tukory, dove esisteva da epoca immemorabile un grande maneggio, delle scuderie ed una infermeria quadrupedi.Mio padre ricordava ancora quel capitano di cavalleria dalla bella moglie al quale il nonno aveva affittato uno degli appartamenti della sua palazzina di piazza Perez. Ogni mattina arrivava a cavallo il suo attendente portando anche il cavallo del capitano, che ci montava sopra con un elegante volteggio e si dirigeva verso la caserma Tukory dove faceva servizio, lasciando sola la moglie che portava la quinta di reggiseno. Quando lui (mio padre) diciassettenne le confessò il suo imperituro amore, ne ottenne solo l’esibizione di cotanto seno ed una battuta in dialetto bolognese: “Guardare ma non toccare!”.Io arrivai alla Tukory nel gennaio del ’75 ed ebbi subito il comando più prestigioso per un subalterno, quello del Plotone Carri, che ereditai da Diego Minnella, trasferito alla tenenza di Barcellona Pozzo di Gotto.
C’erano molti aspiranti ben più anziani di me, ma il comandante del battaglione, Sergio Filauro, sapeva che erano tutti fascistoni e, da sincero democratico, riteneva pericoloso mettere quei cinque carri armati Patton nelle mani di uno di loro.Prima della decisione definitiva, comunque, Filauro incaricò Minnella di portarmi a mangiare una pizza e di indagare sulle opinioni politiche che professavo. Che fossi trozkista non lo capì, ma accertò che avevo una spiccata ostilità nei confronti dei fascisti. Il Plotone Carri era tanto ambito perché esso era stato spostato nella caserma Tukory di Corso Calatafimi dopo che la Sovraintendenza ai monumenti aveva accampato la pericolosità del passaggio di quei cinque mostri d’acciaio sotto Porta Nuova, a causa delle vibrazioni che provocavano.Il plotone, però, dipendeva dalla Compagnia Comando e Servizi, che era rimasta nella sede principale del Battaglione, per cui il mio comandante, capitano Zincone, non lo avevo nella stessa sede dove prestavo servizio, e neanche avevo l’onere di essere comandante della caserma Tukory, perché esso riposava tutto sul capitano che comandava la Seconda Compagnia Fucilieri, l’altro reparto accasermato nella Tukory, insieme col Nucleo a Cavallo, che dipendeva dalla Legione, catena gerarchica completamente diversa dalla mia.Dopo la scoperta del Piano SOLO (Golpe che SOLO l’Arma avrebbe dovuto attuare in funzione anticomunista), eravamo stati ridimensionati, ma, furbescamente, non cedemmo i carri armati bensì solo cavalli, di dubbia utilità per un’eventuale pronunziamento militare.
Il Gruppo Squadroni di Milano, quello di Cagliari e quello di Palermo erano stati sciolti e per ognuno di essi si era passati da centocinquanta cavalli ed un tenente colonnello comandante a quindici cavalli ed un maresciallo. Le stazioni a cavallo sparse per l’Italia erano state tutte appiedate, lasciandone solo due, Burgos in Sardegna e Gangi in Sicilia.
Ultima prerogativa del Plotone Carri, la più gustosa, era il fatto che su di esso non gravavano impegni di ordine pubblico, ed il personale era formato tutto da carabinieri e sottufficiali effettivi, senza neanche un militare di leva. Una pacchia!
Io vivevo a casa con i miei genitori ed il fratellino che frequentava il liceo scientifico dai Gesuiti, all’Istituto Gonzaga, ogni mattina, indossando la mia uniforme da equitazione, mi recavo in caserma alla guida di un Maggiolino Cabriolet bianco con la capotte nera che tenevo in piazzale Ungheria. Una figata! Il maresciallo che comandava il Nucleo a Cavallo mi aveva messo a disposizione un purosangue irlandese, Isunset. Prima che Graziano Mancinelli lo vendesse a noi, per l’enorme somma di quindici milioni, si chiamava solo Sunset, ma tutti i cavalli militari italiani devono avere un nome che comincia con quella lettera dell’alfabeto che corrisponde all’anno di nascita, e dopo ventun anni si riparte daccapo.
De Lorenzo lo aveva voluto per montarlo personalmente, ma Mancinelli ci truffò. Sunset infatti soffriva di una micosi cronica allo zoccolo anteriore sinistro, a causa della quale ogni sei mesi bisognava limarglielo tutto, e lasciare che crescesse per altri due mesi prima di poterlo ferrare nuovamente. In quei quattro mesi di utilizzo pratico era un piacere montarlo, perché superava gli ostacoli senza bisogno di nessuno sprone e con una elevazione miracolosa.
Fu così che io, mediocre cavaliere diversamente da mio padre, in quel campo ad ostacoli nella caserma Tukory cominciai a presumere di essere diventato un vero cavallaro.Un giorno, però, atterrando dopo un ostacolo, Isunset piegò la zampa anteriore sinistra e mi proiettò in avanti col muso sulla sabbia. Fui fortunato perché, a parte le escoriazioni, non mi ruppi neanche un osso.Il maresciallo che comandava il Nucleo a Cavallo mi fece assistere, nella mascalcia, alla completa bruciatura ed asportazione di tutta la parte cornea dello zoccolo, operata da un sergente del Servizio Veterinario dell’Esercito, e rimasi ammirato dalla stoicità dell’animale che, fra l’altro, non ebbe a disposizione nessun prato per i mesi in cui sarebbe rimasto non ferrato, ma solo il suo box nelle scuderie ed un paio d’ore al giorno nel maneggio.
Al suo posto montai un altro cavallo esiliato dal Reggimento di Roma, Ungaro, la cui “U” iniziale vi lascia capire che era di undici anni più vecchio di Isunset.
Era un cavallo enorme, di origine ungherese (evidentemente ne sono perseguitato), che era stato acquistato in una rimonta particolare, volta a selezionare una razza che ci consentisse di affrancarci dai Persano da sempre utilizzati nell’Esercito Italiano.
I più famosi cavalli ungheresi sono quelli da tiro, ma da essi erano stati tratti, mediante incroci, anche degli ottimi cavalli per il salto ad ostacoli. Avevano ancora il collo possente di quelli da tiro, ma non più le zampe sgraziate e pelose tanto caratteristiche per essi e per i franco-normanni.Ungaro aveva un’altezza al garrese superiore di venticinque centimetri rispetto a quella di Isunset, e gli ostacoli li scavalcava, quasi senza bisogno di elevazione.Anche il suo carattere era eccellente, tanto che a Palermo ha iniziato all’equitazione molti neofiti. Però nella stessa caserma albergava il suo nemico giurato di sempre, un appuntato, grande cavallerizzo, trasferito anche lui dal Reggimento a Cavallo perché spesso preda di accessi d’ira.Cosa avesse fatto negli anni romani ad Ungaro non ce lo volle mai confidare, ma quando l’animale lo riconosceva gli occhi gli si iniettavano di sangue e lo inseguiva con l’intento di morderlo.
Una volta che l’appuntato entrò nel maneggio senza accorgersi di Ungaro, quest’ultimo lo rincorse fino alla palizzata e l’uomo si salvò tuffandosi fra le sue aste.
Nessuno di noi capiva, a parte questa idiosincrasia peculiare, perché quell’appuntato restasse dentro l’Arma, corteggiato come era da tutte le scuole di equitazione dell’isola, pronte a pagargli tre volte lo stipendio pur di assumerlo come istruttore. Aveva vinto anche tanti concorsi ippici nazionali, inibito da quelli più importanti perché ancora, all’epoca, essi erano aperti solo agli ufficiali, secondo il principio di Federico il Grande che l’umanità va dal sottotenente in su.
La vittima più illustre di questa discriminazione era stato il padre dei fratelli D’Inzeo, saltatore più bravo di entrambi i figli, ma inesorabilmente maresciallo.
L’appuntato occupava una stanza nella palazzina di camerate che fŕonteggiava il maneggio, il cui terzo piano era riservato ai sottufficiali celibi, ma eccezionalmente si era preferito farlo dormire lì, vista l’anzianità, piuttosto che non in camerata con i militari di leva, come gli sarebbe toccato stricto iure.Era così che egli aveva fatto amicizia con un mio brigadiere, celibe anch’egli, originario di Manfredonia.
Più volte li avevo visti tornare insieme da una pizzeria, e più volte avevo rimproverato il brigadiere, dopo aver constatato che l’appuntato gli dava del tu, mentre il Regolamento di Disciplina Militare afferma che fra militari di grado diverso si usa il “lei”. È una norma di saggezza e devo gran parte della mia popolarità fra i carabinieri che ho comandato perché mi sono sempre attenuto alla stessa, mentre era costume della mia generazione dare del “tu” ai semplici carabinieri, ai quali non passava neanche per la testa l’inverso.
Fu così che accadde l’irreparabile.
Quel brigadiere nel mio plotone era uno dei quattro capi equipaggio, mentre il quinto ero io stesso, e quando uscivamo con i nostri carri armati, io al microfono, commutando una levetta, impartivo ordini al mio solo pilota ed al mio solo cannoniere oppure agli altri capi equipaggio. La mensa in cui consumavano i pasti sia i sottufficiali che i carabinieri semplici dei tre reparti ospitati nella caserma Tukory, in media serviva centotrenta pasti all’ora di pranzo, ed ogni due mesi cambiava il sottufficiale preposto all’acquisto delle vettovaglie.
Era un incarico delicato, perché si maneggiavano molti soldi, ed i più bravi riuscivano a fare quadrare i conti, consentendo ai militari di mangiare anche bene, mentre quelli più fessi ci rimettevano anche cospicue porzioni del loro stipendio. La mensa del Circolo Ufficiali funzionava alla stessa maniera ed io, per tutto il tempo che sono stato subalterno, sono riuscito ad evitare anche un solo turno, grazie a Dio, perché altrimenti starei ancora pagando i debiti.
Durante i pasti era previsto che l’ufficiale di servizio alla caserma fosse presente, perché tradizionalmente è in quelle circostanze che nascono delle liti.
Ma quel giorno il sottotenente Emerico Amari, figlio dell’allora prefetto di Napoli ed unico subalterno ancora più raccomandato di me, aveva deciso di andare a farsi il bagno a Mondello ed accadde il patatrac: come primo era stato previsto del riso in brodo, e l’appuntato cavallerizzo si alzò con il piatto in mano mostrandolo al mio brigadiere che quel riso aveva comprato in quanto sottufficiale di mensa.
Gli fece vedere i vermicini che nuotavano nel brodo ed il brigadiere gli disse: ” E allora? A casa tua, quando cucinava tua madre, non è mai successo?”.
Fu a quel punto che l’appuntato ruppe il piatto sulla testa del brigadiere, alla presenza di più di cento militari di leva della compagnia fucilieri.
Qualcuno chiamò subito il capitano d’Ispezione, che era il famigerato Milillo di cui già vi ho parlato, e l’appuntato fu rinchiuso in camera di punizione, in attesa di essere trasferito al carcere militare perché era passato a “vie di fatto nei confronti di un superiore”.Io, che stavo facendo la pennichella, essendo il diretto superiore del brigadiere dalla testa dura (non si era fatto niente, e cercava anche di minimizzare), dovetti scrivere un romanzo ed aspettai parecchi giorni di sapere come sarebbe andata a finire, perché il reato commesso coinvolgeva due catene gerarchiche diverse, quella territoriale dalla quale dipendeva il responsabile e quella speciale dalla quale dipendeva la vittima, ed il primo superiore in grado da cui dipendevano entrambe le catene era proprio il Comandante Generale dell’Arma. C’era però la responsabilità riflessa di Emerico Amari e la sua violazione di consegna per non essere stato presente durante il pasto. Neanche Milillo era riuscito a rintracciarlo, perché tornò in caserma alle 17. Vi ho già raccontato che il mio primo giorno di servizio al Battaglione Mobile l’ufficiale di picchetto al quale mi ero presentato, tenente di complemento raffermato Ignazio Greco, balbuziente, mi aveva accolto dicendomi: ” Ge… ge… gebbbia. Nell’Arma gu…gu… guardati dalle minchiate pe… pe… perché per le co… co.. cocose serie no… no.. non su… su… succede ma… ma.. mai niente!”.
E così accadde.Dopo una settimana l’appuntato fece i bagagli, trasferito alla stazione a cavallo di Gangi e dopo altri venti giorni il brigadiere ricevette un trasferimento, determinato dal Comando Generale, per il nucleo operativo della compagnia di Manfredonia, che era la sua cittadina di nascita e crescita.Fu lì, molti anni dopo, che lo trovai maresciallo comandante del Nucleo, quando feci una trasferta di dieci giorni da Milano, con i miei uomini più fidati, perché mi era stata segnalata la presenza di Marietto D’Argento, il killer della famiglia Fidanzati, latitante per esserci sfuggito dal Palazzo di Giustizia durante un processo.
Lo avrei cercato ancora, anche a Barcellona, in Spagna, e ad Annecy, presso la stazione di partenza della funivia del Monte Bianco. Lo catturai finalmente a Cusano Milanino, mentre si recava in bicicletta presso una latteria dove corteggiava la bella ragazza che stava dietro il bancone.
Ma credo di avervelo già raccontato.
Comunque, prima che il brigadiere partisse per Manfredonia, chiusi a chiave la porta del mio ufficio e gli dissi che non ne sarebbe uscito se non dopo avermi raccontato quello che era realmente accaduto. Con molta semplicità mi rispose che poteva raccontarmi solo la parte che direttamente lo riguardava, relativa ad un colloquio con il nostro Comandante di Battaglione, il quale gli aveva detto, senza mezzi termini, che lui ed il comandante della Legione, Salvatore Rovelli, erano stati caldamente invitati da Enrico Mino, gay e piduista, nostro Comandante Generale, a dimenticare l’accaduto perché così pretendeva il prefetto Amari.
Mino è morto in un misterioso incidente di elicottero sull’Aspromonte, Rovelli, la cui vicinanza ai cugini Salvo mi indusse a chiedere il trasferimento in Sardegna, è morto dopo che, andato in pensione, diventò per alcuni anni il capo della sicurezza del Banco di Sicilia, mentre non so se Filauro, onest’uomo, sia ancora vivo e novantunenne.Il brigadiere, mio coetaneo, probabilmente si gode la pensione a Manfredonia, mentre l’appuntato, dopo pochi mesi passati a Ganci, ottenne il congedo anticipato e divenne l’istruttore di punta del Circolo Ippico che si trova dentro il Parco della Favorita.Iracondo com’era, però, morì qualche anno dopo d’infarto.
Emerico Amari decise di festeggiare lo scampato pericolo facendosi tagliare l’uniforme da un anziano sarto, un tempo famosissimo, che aveva il suo laboratorio in un palazzo di Piazza Massimo, di fronte al Teatro dell’Opera.Lo accompagnai per curiosità e quell’uomo, ormai ottantenne, ci mostrò il suo piccolo museo, fatto di manichini che indossavano costumi da gentiluomini e nobildonne del ‘700, spiegandoci che nella Palermo Felicissima di Ignazio Florio suo padre ne realizzava molte decine ogni anno per le feste carnevalesche in costume dell’aristocrazia, ed io ebbi così una chiave di lettura del come fossero stati dilapidati tanti plurisecolari patrimoni.
Ci mostrò anche il bozzetto di un’uniforme da ufficiale dei carabinieri realizzata nel 1939.Emerico la volle proprio così, con un vitino di vespa e le spalle larghissime, nonché i pantaloni stretti, come si usano ora.Il vezzo delle uniformi fuori ordinanza aveva colto anche me, che a Roma me ne ero fatta confezionare una invernale e l’altra estiva con i pantaloni a zampa di elefante di moda in quegli anni.
Quando mi vide il capitano Fogliani, che comandava la compagnia blindo-cingolata, e che ancora non avevo conosciuto, mi disse: “Gebbia, io la punisco, come fece suo padre a suo tempo con me!”.Ed aggiunge anche un cazziatone per i Ray-Ban con le lenti gialle che indossavo.Dopo avermi spaventato a sufficienza, fece una risata e mi pregò di porgere i suoi rispettosi ossequi a papà.
Tornato a casa, chiesi all’augusto genitore, che ancora non aveva digerito la mia scelta carabinieresca, quali fossero le circostanze in cui la carriera di Fogliani si era incrociata con la sua.Mi spiegò così che quando vivevamo a Catania e lui comandava il LXII Rgt Corazzato, gli era stato assegnato il sottotenente Fogliani, che aveva appena ultimato Accademia e Scuola di Applicazione.A quell’epoca era il solo ufficiale in spe fra i suoi subalterni, tutti tenenti e capitani di complemento trattenuti, e tutti in gambissima.
Fogliani invece era un giovanotto un po’ sciocco, ed una volta, mentre i cinquanta Patton M47 si spostavano da Catania verso la piana di Gela lungo le strade asfaltate per recarsi alle grandi manovre, Fogliani si era messo a pilotare personalmente il suo carro e, per fare spaventare il collega che si trovava sulla torretta del carro davanti a lui, fingeva di volerlo tamponare, arrivando ripetutamente a pochi centimetri da esso, fino a quando i gas di scarico delle marmitte di quel carro che lo precedeva non gli fecero perdere i sensi.
Ed il carro da lui pilotato scivolò nel terrapieno sottostante la strada, con grande pericolo per l’equipaggio.
Era stata quella la circostanza in cui mio padre aveva dovuto punirlo con un richiamo scritto, ma anche la circostanza che aveva determinato il suo transito nell’Arma.Il padre di Fogliani, infatti, ufficiale dei carabinieri fin dalla Guerra di Etiopia, ed ormai pensionato senza aderenze, era andato a trovare mio padre, chiedendogli una raccomandazione per fare transitare il figlio nell’Arma.
Papà fu felice di accontentarlo, soprattutto dopo l’episodio descrittovi, sia per liberarsene che con il retropensiero di quale fregatura stesse infliggendo all’Arma, da lui così poco amata.
A Sarajevo ho incontrato il figlio di Fogliani, in gambissima, e destinato a fulgida carriera, come dimostra il fatto che anni dopo lo ritrovai ufficiale portaborse del Generale che comandava i Carabinieri di tutto il Nordest. Voglio però tornare alla famosa uniforme di Emerico Amari perché la prima volta che la indossò, pavoneggiandosene, il mio appuntato Moscato, pilota carri e sofisticato meccanico di mezzi corazzati, lo prese un po’ in giro con eleganza, chiedendogli chi l’avesse tagliata. Quando lo seppe, raccontò ad entrambi, Emerico ed io, che quella sartoria era stata lo specchietto delle allodole per tante attempate gentildonne palermitane, le quali, con la scusa di recarvisi per una prova, salivano al piano superiore, dove una baronessa squattrinata aveva organizzato una casa di appuntamenti in cui tutti i gigolò erano proprio giovanissimi carabinieri del Battaglione Mobile che, dopo aver sorbito il te’ in salotto con le clienti, imparando a tenere la tazza con il dito mignolo rigorosamente dispiegato, si appartavano nelle varie camere da letto, soddisfacendo pulsioni lasciate inevase dagli attempati mariti.Mi brillarono subito gli occhietti, ma Moscato, che aveva intuito la mia brama di diventare anch’io gigolò, concluse dicendo che la morte della padrona di casa aveva posto fine a quella pacchia già da qualche anno.
Ora, però, apprendo che è venuto a mancare il mio amico Giulietto Chiesa, ragion per cui vi rimando ad una prossima puntata, perché sono affranto dal dolore.

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