Nicolo Gebbia

L’indagine Mezza Mela

Il primo anno che passai a Milano (86/87) facevo servizio al Palazzo di Giustizia, ed avevo due incarichi diversi: ero vicecomandante della sezione Polizia Giudiziaria Carabinieri, alla cui guida c’era il colonnello Chirivi’, e dirigevo l’aliquota carabinieri di uno strano reparto, il Centro Anti Sequestri, che occupava gran parte del piano rialzato costruito sul palazzo dell’architetto Piacentini solo pochi anni prima, per iniziativa di Bruno Siclari, quel gran magistrato che sarebbe diventato il primo Procuratore Nazionale Antimafia.
Quando andò in pensione, e si stabilì nella sua villa di Mogliano Veneto, divenimmo amici, e rievocavamo insieme le avventure da noi vissute unitamente a due grandi marescialli dell’Arma, Muzzu e Gianfaldone, sardo il primo, siciliano il secondo.
Furono loro due i primi, appena arrivai a Milano, che mi raccontarono delle indagini condotte anni prima dalla Squadra Mobile, volte a dimostrare che era Silvio Berlusconi il riciclatore dei riscatti pagati per i sequestri di persona operati da Luciano Liggio.
Ciò accadde quando incontrammo nei corridoi del palazzo, dove passava le giornate nella speranza di avere giustizia, il vecchio editore Valsecchi, che di Berlusconi si riteneva vittima.
Era un uomo anziano, al quale la denegata giustizia aveva fatto perdere i freni inibitori. E quindi ogni tanto si metteva ad urlare contro il Cavaliere accusandolo di essere lui l’organizzatore di quei sequestri.
Fu così che Muzzu e Gianfaldone mi spiegarono quanto poco infondati fossero quei vaneggiamenti, e quante fatiche aveva profuso la Polizia di Stato alla ricerca di prove che andassero al di là dei tanti indizi raccolti.
Mi spiegarono anche che l’Arma non ci aveva mai provato, perché il Cavaliere aveva sempre intrattenuto eccellenti rapporti di amicizia con gli ufficiali di grado più elevato che si erano succeduti in servizio nella città meneghina. L’unica eccezione, il generale Cesare Vitale, che aveva comandato il Gruppo di Monza, il cui territorio era stato teatro di tutti quei sequestri, era stato promosso e rimosso su Roma, e contro di lui il Cavaliere aveva emesso una fatwa, così potente che, malgrado ogni sforzo dell’interessato per tornare a Milano nel grado apicale di Comandante della Divisione Pastrengo, ciò gli fu impedito finché non giunse l’età della pensione.
Vitale era stato anche un grande cavallaro, che è il termine con cui noi caramba chiamiamo gli ufficiali di spiccata vocazione equestre, quasi sempre corrispondente ad una altrettanto spiccata incapacità investigativa. Conosco alcuni vecchi ufficiali che da giovani tenenti del Reggimento a Cavallo erano stati puniti da Vitale per avere detto “cavalli bianchi”.È un’eresia, non esistono cavalli bianchi, ma solo cavalli “grigi”.
Io approfittai di quell’anno passato al Palazzo di Giustizia per conoscere bene l’ambiente giudiziario e tutti i magistrati che contavano, ma feci amicizia con uno solo di essi, Giorgio Della Lucia, cosa che mi consentì di tenere sotto controllo per mesi i telefoni di Marcello Dell’Utri e di scoprire tutti gli altarini di Bettino Craxi, a partire dal sequestro del figlio dell’onorevole De Martino. Poi, quando arrivò a comandare la legione di Milano il colonnello Luigi Nobili, questi, saputa la mia fama di eccellente investigatore guadagnata in Sardegna e Sicilia, mi volle al Nucleo Investigativo di via Moscova e malgrado la fiera opposizione di Borrelli, riuscì a strapparmi dal Palazzo di Giustizia.
Io ero ben consapevole che neanche Nobili mi avrebbe consentito indagini incentrate sul Cavaliere, e l’unica soddisfazione che mi fu possibile prendermi la potrete leggere negli archivi del Comando Generale, Ufficio Criminalità Organizzata.
Quell’ufficio chiese una relazione sui massimi livelli di mafia, camorra e ‘ndrangheta nella città meneghina, ed io scrissi in essa che esisteva un terzo livello, un tempo rappresentato da Filippo Rapisarda, ed invece poi passato nelle mani del Cavaliere, grazie alla mediazione di Marcello Dell’Utri.
Nessuno volle firmare quelle quindici pagine, che a me erano state commissionate come appunto di studio, ma altrettanto nessuno volle correggerle o modificarle, ed ogni gradino della catena gerarchica trasmise lo studio con la dicitura che esso era stato realizzato da me.
Me ne accorsi quando mi telefonò Tito Baldo Honorati, che dirigeva l’Ufficio Criminalità Organizzata della Divisione Pastrengo, l’ultimo anello prima del Comando Generale.La ricordo ancora quella telefonata: “Nicolò, ma ti rendi conto che sei un incosciente! Scrivere così apertamente di Silvio Berlusconi?”.Ricordo ancora che lo aveva divertito molto il passo in cui scrivevo che Filippo Rapisarda, malgrado figlio di un carabiniere, aveva un cognome inesorabilmente terrone, e la mafia gli aveva preferito Berlusconi anche per quel cognome di origine ticinese, così utile per confondere le acque. Io risposi ad Honorati che avevo cercato di essere all’altezza della sua fama, quella che lo aveva portato, da comandante del Reparto Operativo di Palermo, a firmare la proposta di sorveglianza speciale con divieto di soggiorno in Sicilia per Nino ed Ignazio Salvo, e lui si mise a ridere.
Gli chiesi che fine avrebbe fatto quello studio privo di numero di protocollo, ma che in calce portava la mia firma.
E lui mi rassicurò che senza cambiarci una virgola sarebbe arrivato al Comando Generale, sempre con la mia firma a pie’ di pagina.Honorati, per inciso, è quell’ufficiale che è stato linciato durante il processo farsa che ha condotto alla condanna di Tano Badalamenti in relazione alla morte di Peppino Impastato, di cui non è mai stato celebrato l’appello per la morte del condannato in primo grado, il quale aveva assicurato al maresciallo Lombardo che sarebbe stato presenteall’appello, facendosi estradare dagli Stati Uniti.
Cosa ha condotto al linciaggio del mio collega?Il fatto che egli scrisse di ritenere immotivate le nuove indagini, perché si sapeva, notoriamente, che Rocco Chinnici, prossimo alla pensione, le aveva riaperte per farne un trampolino utile nella campagna elettorale che lo avrebbe visto parlamentare indipendente nelle file del Partito Comunista Italiano.
Con tutte queste premesse che vi ho illustrato, voi capirete bene che quando mi capitò un’indagine che prometteva di divertirmi assai, la presi al volo.
Era stato creata a Milano un’agenzia per cuori solitari, il Mezza Mela Club, con lussuosi uffici in zona San Babila.
In realtà era un luogo dove si sfruttava la prostituzione delle escort più sofisticate.Uscire a cena con una di loro costava mezzo milione di lire.
Se poi si voleva concludere la serata a letto, previa consenso esplicito dell’interessata, bisognava sborsare un altro milione.Due ragazze, però, avevano denunziato il titolare e la segretaria del club, in pratica una factotum, perché ritenevano che si fossero trattenuti il corrispondente di numerose prestazioni sessuali da loro elargite ai clienti nel corso di un mese.
Cominciammo sequestrando tutto quello che trovammo negli uffici, ed operando perquisizioni domiciliari nelle abitazioni del titolare e della segretaria-factotum.Quest’ultima era siciliana, e non dimenticherò mai la reazione della madre quando lesse il mandato di perquisizione che citava espressamente il reato di sfruttamento della prostituzione: “Puttanesimo in casa mia? Vogghiu muorere!”.
Dopodiché si prese la testa fra le mani e cominciò un lamentamento uguale a quello delle donne che nei paesi della mia isola venivano chiamate per piangere i morti a pagamento, e più si disperavano più guadagnavano.
Da quel momento la factotum diventò la mia guida spirituale, perché le promisi che se avesse collaborato senza riserve, mi sarei mantenuto leggero nei suoi confronti nel riferire al magistrato ed avrei anche cercato di farla perdonare dalla madre.
La ragazza mi mise a disposizione l’agenda con nome e numero di telefono di centotre’ giovani donne, che interrogai tutte, una per una, nel mio ufficio di via Moscova.Arrivavano con il loro book sotto braccio, cioè quella raccolta di foto 18×24, ed alle volte anche 50×60, che le fotomodelle portano sempre con sé.
Fu allora che mi resi conto della differenza fra la realtà e la finzione, perché molte di esse, in volto francamente bruttine, in quelle foto sembravano tutte delle strafiche.
In ogni caso l’invidia generale nei miei confronti produsse una vittima, la sella della mia moto da enduro Yamaha XT500, che avevo comprato a Marsala poco prima di lasciarla, regalando la mitica Montesa Cota 250 da trial a Rino Germana’, che ancora la possiede e che sembrerebbe tuttora intestata a me.Sulla Yamaha qualcuno con un coltello tagliò la sella per lungo, e toccò al mio autista Mirabella fare sostituire quella parte con della pelle scamosciata scura, cosicché d’estate non mi sudasse più il sedere.
Anche la Yamaha fece la stessa fine della Montesa qualche anno dopo, perché la regalai a Roberto Zuliani quando, dopo l’arresto di Mario Chiesa e l’avvio di Mani Pulite, Bettino Craxi lo trasferì a Lamezia Terme.
Molti anni dopo la recuperai in una caserma di Roma, dove Roberto l’aveva abbandonata, lasciandola esposta alle intemperie.Era sempre intestata a me, e l’ho riregalata al mio collega Bersella, un maniaco del restauro, il quale, visto che aveva percorso solo settecento chilometri in tutta la sua vita, l’ha riportata alle condizioni in cui era da nuova, smontandola tutta fino all’ultimo bullone, dopodiché mi ha portato in una agenzia di pratiche automobilistiche, per fare il passaggio di proprietà, timoroso che cambiassi idea.
Sul sedile posteriore di quella moto, una volta, prima che conoscesse Sergio De Caprio, ci ho portato anche Ilda Boccassini, e tante volte c’è salita pure Luisa Ciuni, alla quale ho accennato nel mio recente articolo “Intolleranza cinquant’anni dopo “.Ma quella che ricordo con maggiore nostalgia, l’unica che mi è rimasta amica e che non me l’ha voluta dare mai, è Emanuela Rosa Clot, che oggi dirige varie riviste edite da Cairo.Ne ero tanto invaghito che le regalai, dopo averla fatta riparare, anche la bicicletta da donna sulla quale viaggiava Marietto D’Argento, il killer della famiglia Fidanzati, quando lo catturai a Cusano Milanino.
Lei l’ha usata per meno di un anno, perché gliela rubarono dall’androne di casa. Quando però la portavo in giro con la mia Yamaha era una eccellente osservatrice, e mi ha aiutato ad identificare il vero assassino di Mary D’Amelio, da me denunziato e mai perseguito dalla magistratura, che si accontentò di un povero diavolo, incapace di intendere e di volere, rinchiuso innocente in un manicomio criminale. Oggi, dopo avere appurato che egli( il vero assassino), mio coetaneo, è tuttora vivo ed a piede libero a Milano, gli sto dedicando il quarto giallo di Corrado Lancia.
Circa tutte quelle belle ragazze del Mezza Mela Club, invece, non ho mai usufruito dei servizi che erano disposte a concedermi, non sarebbe degno di quel gentiluomo che mi piace credere di essere.Ed infatti una di loro, molti mesi dopo, mi mandò una cartolina dalla Costa Azzurra, indirizzata “All’unico gentleman che ho mai conosciuto”.Lei si era specializzata nel somministrare sevizie ai masochisti, e mi raccontò che, mentre all’inizio le veniva da ridere, dopo un po’ di tempo ci aveva preso gusto.Poche settimane dopo aver ricevuto la cartolina, mi chiamò un commissario della Polizia del Principato di Monaco, che l’aveva fermata in un grande albergo dove batteva.Gli dissi trattarsi della mia migliore confidente, capace di carpire i segreti dei ricchi intrallazzatori milanesi con cittadinanza monegasca, e che stava lavorando ad una mia indagine.
Mi credette, o fece finta di farlo, ma l’unica cosa che ci ho guadagnato è un invito a pranzo a casa sua quando tornò a Milano. Purtroppo, come è proverbiale per le puttane, non sapeva cucinare.Un’altra ragazza del Mezza Mela Club diventò la mia compagna prediletta per il cinema serale, visto che non ci potevo portare le mogli che frequentavo all’epoca.Lei aveva sposato il titolare di una famosa pellicceria, scappato dopo avere perso al gioco un miliardo, lasciandola priva di mezzi, con due bambini piccoli, e per giunta la suocera a carico.
Mi raccontò che uno dei suoi clienti più assidui era un commissario di Polizia che conoscevo bene, il quale la pagava con manciate di ninnoli d’oro che lei riteneva avesse sequestrato ai tossicomani.Un giorno le disse che, per rinsaldare il suo matrimonio, aveva organizzato un un incontro a tre con la moglie.Fu l’unica volta che fu pagata in contanti, perché, riaccompagnandola a casa in macchina, la signora disse al marito: “Caro, hai provveduto all’onorario di Gloria, vero?”.
E fu così che al commissario toccò metter mano al portafoglio.
Nei giorni successivi, per giunta, Gloria fu torturata da quella donna che le telefonava a casa chiedendole la sua parola circa il fatto che, mentre lei volgeva le terga al marito e quindi non poteva vedere, egli non aveva baciato la escort sulla bocca.Riteneva infatti che quella fosse la linea del Piave del loro matrimonio, baci in bocca solo alla legittima consorte.Si sono separati comunque, e lui è diventato uno dei più famosi questori d’Italia.
L’unica, in ogni caso, per la quale avrei potuto perdere la testa era una meticcia brasiliana di San Paolo, di una bellezza sconvolgente e con una spruzzata di lentiggini sul naso assolutamente deliziosa.
Ma la sua storia ve la racconterò un’altra volta, perché merita una pagina a se’.Ora vi lascio perché, da morituro prossimo venturo, mi informo di quanti ci hanno lasciato la pelle oggi.

Ti potrebbe interessare anche?