Nicolo Gebbia

Lettera aperta al procuratore Cartosio

Gentile dottor Cartosio,
sono Nicolò Gebbia, noto al suo ufficio ed oggetto di ripetute indagini, almeno una delle quali condotta da lei personalmente.
C’è infatti un signore, abituale frequentatore del suo palazzo di giustizia, che si è ritenuto offeso da me, in quanto, inserendosi ripetutamente in un dibattito fra me ed altri interlocutori incentrato sulla più essenziale delle indagini oggi portate avanti dalla sua procura, quella cioè che suggestivamente porta il nome di “Mai più sole”, si rivolgeva a me provocatoriamente appellandomi ogni volta come “colonnello promosso generale al pensionamento”, finché, non avendo aderito al mio invito di chiamarmi semplicemente “signor Gebbia”, io, settantenne, gli ho detto che interrompevo la conversazione per una indifferibile necessità di fare pipì, e l’ho invitato ad approfittare del tempo che sarebbe durata la mia assenza, per fare a sua volta la cacca.
Sa, io ho trascorso la mia infanzia nella musulmana Somalia, dove, a Belet-Uen, gli anziani erano soliti rivolgersi a chi intendevano benedire dicendogli: “Che tu possa cagare felicemente!”.
Quel signore tanto assiduo al palazzo di giustizia di Termini e lei stesso che ha condotto personalmente le indagini avete invece deciso che il mio benevolo invito fosse da considerare un’ingiuria e, pertanto, lei, chiuse le indagini, intende rinviarmi a giudizio per ciò.
Ci rifletta, la prego, ma,se il processo mai ci sarà, io sarò presente in aula, e come è mio diritto, esordiro’ con una dichiarazione spontanea: “Sono un perseguitato politico!”.
Dopodiché volgero’ la sedia verso l’ingresso dell’aula e vi appoggero’ le mie terga.
Se lei o il presidente del dibattimento cercherete di strapparmi ulteriori dichiarazioni non ci riuscirete.
Se non fossi ormai transitato in congedo assoluto, avrei potuto darvi il numero di matricola della mia piastrina di riconoscimento, come fanno i prigionieri di guerra ai sensi della Convenzione di Ginevra.
Perché le sto anticipando ciò?
Perché, malgrado tutto, sono convinto che lei sia un magistrato onesto e che, se si convincesse in coscienza della mia innocenza, sarebbe il primo a richiederla.
Oggi, in tempo di Coronavirus, ho ricevuto un benevolo rimprovero da parte del mio avvocato di fiducia per la causa che le ho anzi detto, Lillo Massimiliano Musso, in relazione ad una telefonata fattagli dal cronista Giuseppe Spallino, del Giornale di Sicilia , che gli chiedeva notizie di una ulteriore querela contro di me.
Ne emerge che qualcuno, all’interno del palazzo di giustizia di Termini Imerese, ha commesso il reato di violazione di segreto d’ufficio, informando il giornalista, prima ancora che mi venisse notificata, dell’esistenza di questa ulteriore querela contro di me.
Con questa lettera aperta sporgo formale denunzia in tal senso e la invito ad esperire le indagini del caso.
Nella circostanza la informo anche che in vita mia ho parlato solo due volte con il giornalista Spallino, e la seconda di esse risale al 5 giugno dello scorso anno, quando gli ho dettato una mia dichiarazione relativa al fatto che quel giorno stesso avevo rassegnato le mie dimissioni dall’incarico di assessore alla pubblica istruzione del comune di Mezzojuso.
Malgrado ogni promessa fattami, la dichiarazione fu da lui parzialmente censurata.
Da allora mai più c’è stato alcun rapporto fra me e lui, che ho sempre definito, nei miei scritti comico-satirici come “il perfido Spallino”, cosa che pare divertirlo molto, come ha detto all’avvocato Musso.
Lei forse saprà che, annoiandomi, mi sono risolto a scrivere romanzi gialli, un paio dei quali già pubblicati.
Sono alle prese con il terzo di essi e, misteriosamente, lo Spallino, sempre parlando col Musso, dichiara che avrei intenzione di intitolarlo: ” Le sorelle Maurolico”.
Come fa a conoscere tutto ciò?
Mi pare evidente che lei abbia disposto nei miei confronti delle attività di indagine tanto sofisticate da giungere anche ad occuparsi della mia produzione letteraria.
È suo diritto ed anzi, siccome non ho nulla da nascondere, me ne compiaccio.
Resta tuttavia il fatto che lo Spallino ne è informato.

Ciò rafforza la mia denunzia contro ignoti per violazione di segreto d’ufficio.
E visto che sono tanto incombente alla sua attenzione mi premurero’ di spedirle subito copia dei due romanzi già pubblicati.

La prego, almeno lei, si dimostri persona di spirito, li accetti e li conservi, in attesa di trovare il tempo per leggerli.
Hai visto mai che, se le piacessero, lei possa diventare il ventiseiesimo dei miei manzoniani lettori!
Non faccia però, come il maggiore Montemagno, quel gentiluomo che si fregia sull’uniforme del brevetto di bagnino, che, ricevuto il primo di essi, lo ha spedito all’indirizzo di Mondello dove risiede mia madre, e siccome gli è tornato indietro con la dicitura “destinatario sconosciuto”,  lo ha ulteriormente inoltrato al mio indirizzo di residenza, a Treviso, affrontando in tutto la spesa postale di 22 euro, contro un prezzo di copertina di soli 12.
E qui vengo al punto per cui principalmente le sto indirizzando la mia lettera aperta: questa ulteriore querela che il perfido Spallino già conosce, la prego di farmela notificare al mio domicilio di Mondello, Lungomare Cristoforo Colombo n°4452, di fianco all’ Hotel Addaura.

Potrebbe servirsi del Commissariato di Pubblica Sicurezza di Mondello.
Io non intendo in alcun modo sottrarmi al suo intendimento di fare giustizia, ma, al contempo, finché durerà l’emergenza Coronavirus, non posso lasciare sola mia madre di novantasei anni. Avrei la tentazione di chiudere questa missiva pregandola di porgere i miei saluti anche a Massimo Giletti, tanto stimato dai magistrati del suo ufficio che, riaprendo indagini da tempo archiviate, grazie a lui hanno scoperto la rinata mafia dei pascoli.

Non lo faccio per rispetto a lei, e spero che si renda conto che è rispetto vero, non sarcasmo e neppure umorismo, perché tutti possiamo sbagliare e confido che lei sia ancora in tempo per accorgersi di come effettivamente stiano le cose.
La saluto con l’espressione di commiato tipica dei vescovi cattolici, nella loro corrispondenza.
Cordiali ossequi, firmato Nicolò Gebbia

 

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