Nicolo Gebbia

Lettera aperta a Piercamillo Davigo

Lo conobbi appena arrivato a Milano, nel 1986, e per un anno intero abbiamo pranzato allo stesso tavolo, nella saletta riservata agli ufficiali della mensa che era gestita, dentro il Palazzo di Giustizia, dai carabinieri del Nucleo Tribunali e Traduzioni.
Era l’epoca, durata più di 100 anni, in cui all’Arma competeva, oltre che l’assistenza ai dibattimenti anche la traduzione dei detenuti fra i vari penitenziari d’Italia nonché da essi alle aule di giustizia.
Il Reparto aveva una forza di 400 uomini, 220 dei quali, celibi, pernottavano nelle camerate loro assegnate all’interno del tribunale, quel capolavoro dell’architetto Piacentini, costruito negli anni ’30 del ‘900, sopra un’area che in precedenza aveva ospitato un intero reggimento di Cavalleria.
È il più grande edificio costruito in Europa nel corso di quel secolo: sette chilometri di corridoi, 7000 persone che ci lavoravano dentro, la metà delle quali donne.
E mi fermo qui perché le statistiche elaborate dal mio collega Finolli della Polizia di Stato, che già trovai lì, proseguivano anche fino alle loro abitudini sentimentali.

Davigo condivideva con Francesco Di Maggio la segreteria, dove regnava la donna più bella del Palazzo, una rossa naturale che si chiama Maddalena Capalbi.
Era la moglie separata di un magistrato e le sue due bambine vivevano con l’ex marito.
Questo la rendeva molto triste, e ricordo che cercava un appartamento dove poter ospitare le figlie ad un canone compatibile con il suo ridicolo stipendio.
Mai pensò di farsi raccomandare per ottenerne uno di proprietà del comune, e mai nessun magistrato si offrì di intercedere in tal senso.
Qualche anno fa si è scoperta poetessa di grande valore, degna di Lesbia, e nel 2015 Giuliano Pisapia le ha conferito l’Ambrogino d’oro.
Io l’ho corteggiata vanamente perché è proprio il mio tipo (rossa naturale e con gli occhi chiari, alta e non troppo magra).
Quando fu ricoverata in clinica per l’asportazione di un polipo dalle corde vocali, le inviai un mazzo di 99 rose rosse ed andai subito a controllare che anche dopo l’operazione la sua voce avesse mantenuto tutta quella enorme sensualità che faceva sognare noi maschietti.
Ne ottenni solo il permesso di accompagnarla al cinema, dove vedemmo l’ultimo film di Tinto Brass, Capriccio.
Poi una simpatica cena, ed infine la riaccompagnai, nella nebbia, a 30 chilometri da Milano, dove viveva in un mostruoso casermone.
Il suo monolocale non so nemmeno a che piano fosse, perché mi congedò davanti all’ingresso.
Non potrò mai dimenticare, però, quel giorno, a cavallo dell’Epifania 1987, quando io, il maresciallo Muzzu ed il maresciallo Gianfaldone la portammo in sala intercettazioni dove le facemmo ascoltare la telefonata di Berlusconi a Marcello Dell’Utri nella quale entrambi sghignazzavano ai danni di Bettino Craxi che quel pomeriggio si era presentato ad Arcore “profumato come un caprone”, perché la notte del Capodanno precedente aveva concordato un un appuntamento con due ragazze di Drive In, che però gli avevano dato buca. Per cui -raccontava il Cavaliere all’amico- dopo due ore di vana attesa se ne era andato “incazzato nero”.
Muzzu e Gianfaldone non ci sono più, ma Maddalena gode ancora di ottima salute e sono certo che non mi smentirà.
Io, in ogni caso, non scorderò mai la sua risata argentina, che sembrava le salisse direttamente dalle pudende.
Davigo e Di Maggio credo abbiano capito che andavo a trovarli almeno due volte al giorno per scambiare due parole con Maddalena, e lasciavano correre.ùù
Quando fui trasferito in via Moscova, e Maddalena mi mancava tanto, fu per me un invito a nozze gestire l’indagine che mi fu affidata da Piercamillo, e che lui ricorda bene perché ne ha parlato in conferenza stampa quando fu nominato Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati.
Lui, a sua volta, se l’era vista girare dalla Procura Militare di Torino, dichiaratasi incompetente appena era apparso chiaro che almeno uno dei principali responsabili era un civile che non aveva mai avuto a che fare con le forze armate italiane.
Si chiamava Alberto Shoenstein ed aveva un’intelligenza degna della sua origine ebraica.
Per anni aveva finto di studiare medicina, convincendo infine la madre e la moglie di averne conseguito la laurea.
Aveva uno studio professionale dove riceveva i giovani iscritti di leva che volevano eludere il servizio militare obbligatorio.
La mente della banda, tuttavia, era un anziano maresciallo del Comando Militare di Zona, in via Torino.
Il servizio completo costava quindici milioni di lire, da versare in due rate, e comportava l’acquisizione, chiavi in mano, del documento di esonero per motivi di salute.
Il più celebre degli esonerati fu il marito di Carolina di Monaco ( il “principe” Casiraghi), per il quale Shoenstein produsse una certificazione, firmata falsamente dal più famoso andrologo d’Italia, che ne comprovava la totale impotentia coeundi et generandi.
C’era coinvolto anche il marchese Capra del Carré, gay dichiarato, marito della sorella di Marina Doria, lesbica dichiarata.
È passato alla storia per essere il finanziatore di Wanna Marchi, che si esibiva in locali di proprietà del nobiluomo, ed il canone lo pagava in natura Do Nascimiento. Era proprio il marchese che faceva pubblicità alla associazione per delinquere con tutti i giovanotti i cui padri potevano permettersi quel lusso.
C’era poi un tenente colonnello che dirigeva il circolo ufficiali del Terzo Corpo D’Armata.
Quando Davigo fece scattare le manette, ebbe la delicatezza, essendo stato ufficiale di complemento dell’Aviazione, di lanciare segnali di fumo nei confronti dei vertici delle forze armate, perché il più elevato in grado che doveva finire in gattabuia era il generale dei carristi Barba, che dirigeva il Comando Militare di Zona di Milano.
Egli non faceva parte attiva dell’associazione a delinquere capeggiata dal maresciallo e composta dal tenente colonnello e dal falso medico, ma le forniva un concorso esterno.
Aveva infatti una bella amante, moglie di un suo giovane maresciallo, e gli piaceva farle dei regali costosi.
Sostanzialmente il maresciallo capobanda gli chiedeva di fare delle telefonate all’Ospedale Militare, per sveltire le pratiche, e dopo ogni telefonata, su indicazione del generale, acquistava un costoso regalo che quest’ultimo offriva alla sua amata.
Barba dette spintaneamente le dimissioni e, dopo una settimana, andai a Vercelli ad eseguire l’ordine di cattura nei suoi confronti.
Viveva in un modesto appartamento di alloggi per militari e, quando mi presentai, disse: “Gebbia? Ma non sarà parente di Nino Gebbia?”.
Quando seppe che ero suo figlio commentò: “Quando, dopo l’Accademia, conclusi la Scuola d’Applicazione, fui assegnato al Quarto Reggimento Carristi, che si trovava a Montalto di Castro per le Grandi Manovre e,quindi, il primo ufficiale cui mi presentai fu l’aiutante maggiore del reggimento. Sostanzialmente un capitano Gebbia mi ha dato il benvenuto in carriera, ed un altro capitano Gebbia mi sta dando il benservito”.
Poi chiamò la moglie, che non sapeva nulla, mi presentò e la signora mi disse che ricordava mio padre, pregandomi di salutarglielo calorosamente.
Io le spiegai che dovevo portare suo marito a Milano per delle cose urgenti successe in caserma e lui le soggiunse di preparargli una frugale valigia, che affidammo al carabiniere Mirabella, mio mitico autista.
In macchina ci aspettavano due marescialli del Nucleo Operativo, ed io li feci stringere per trovare posto sul sedile posteriore insieme con loro, mentre feci accomodare il generale su quello anteriore, di fianco a Mirabella.
Appena ci allontaniamo, dopo aver salutato la signora Barba affacciata al balcone, suo marito mi chiese la cortesia di fermarci alla prima cabina telefonica pubblica perché c’era una telefonata cui proprio non poteva rinunziare.
Io gli dissi il nome ed il cognome della sua fidanzata, chiedendo se ne fosse lei la destinataria.
Barba diventò di tutti i colori ed esclamò: “Ma sapete proprio tutto!”, e restò al telefono per un quarto d’ora
Nelle ore successive nessuno proferì verbo dentro quella macchina fino a quando, attorno alla mezzanotte, raggiungemmo il carcere militare di Peschiera, dove assistetti ad una scena surreale. Fuori dal portone erano schierati il capitano comandante, due tenenti e cinque militari di guardia cui il capitano dette l’attenti ed il presentat-arm. I tre ufficiali rimasero sconcertati perché il generale prese loro la mano destra che avevano portato al berretto in segno di saluto, la strinse calorosamente ad ognuno, chiedendogli come si chiamasse, e rispose per tre volte : “Piacere, Barba”.
Mi sovvenne allora di avere letto, fra le informazioni da noi raccolte, che, per essere promosso con certezza generale di Corpo d’Armata, era solito andare in giro per la caserma tenendo in mano l’ Unità e , fermando ogni soldato di leva che incontrava, gli chiedeva cosa potesse fare per lui.
Un Salvini ante-litteram, insomma.
La mattina dopo chiamai mio padre e gli raccontai tutto.
Lui mi spiegò che la signora Barba era figlia di ricchi contadini di Montalto che, ogni anno, in occasione delle Grandi Manovre, cercavano di fidanzarla ad un ufficiale del reggimento, e che Barba l’aveva dovuta sposare portato all’altare dai suoi fratelli che avevano la doppietta a tracolla. In carcere ci rimase un paio di mesi, e seppi che si era trovato meglio che non in un hotel a quattro stelle.
Fu condannato ad una pena lieve, mentre Davigo ottenne per gli altri tre quasi il massimo delle misure detentive previste per quei reati. In ogni caso resero tutti ampia confessione.
È a lui, Piercamillo, che oggi mi rivolgo, facendo leva sulla vecchia amicizia e lo prego di farsi parte diligente perché il CSM disponga un’ispezione a Termini Imerese, incentrata sulla gestione dei fascicoli processuali che fanno comunque capo al caso delle sorelle Napoli, perché, da persona discretamente informata dei fatti, ho l’impressione che ci sia qualcosa da eccepire.
Mi ascolterà?
Chiedo la vostra opinione, possibilmente espressa con garbo.

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